di Joseph Halevi e Peter Kriesler (1)

Michal Kalecki e il marxismo economico del ‘900

I quindici anni che vanno dalla fine del XIX secolo allo scoppio della prima guerra mondiale, formarono forse il periodo più ricco nella storia dell’economia marxiana. Questa ricchezza – magistralmente presentata e resuscitata da Paul Sweezy nel suo insuperabile classico (1942) The Theory of Capitalist Development (1951 edizione italiana) – era stata molto stimolata dalla natura non unicamente accademica del dibattito. I partecipanti, provenienti dall’Europa di lingua tedesca e dall’impero zarista, che in quegli anni includeva anche la Polonia, si sforzavano di capire le dinamiche di accumulazione del capitale in un contesto che sicuramente non era quello di Marx. Il principale sviluppo tra il periodo in cui scriveva Marx e quello dei dibattiti russo-tedeschi fu il cambiamento della natura del sistema capitalista. Il riferimento è alla forza della concorrenza come intesa da Marx quando scriveva: Inoltre, lo sviluppo della produzione capitalistica rende costantemente necessario aumentare la quantità del capitale investito in una data impresa industriale, e la concorrenza fa sì che le leggi immanenti della produzione capitalistica siano sentite da ogni singolo capitalista, come leggi coercitive esterne. Essa lo costringe ad estendere costantemente il suo capitale per conservarlo, ma egli non può estenderlo se non per mezzo dell’accumulazione progressiva (tradotto da: Karl Marx, Il Capitale, Vol. 1, cap. 24, https://marxists.architexturez.net/archive/marx/works/1867-c1/ch24.htm, visitato il 3/12/20021). Questa legge coercitiva della concorrenza si manifesta attraverso la “Legge generale dell’accumulazione capitalistica” che Marx sviluppa nel capitolo 25 del primo volume del Capitale(edizione di Mosca) dandogli il medesimo titolo. La legge consiste nel fatto che: (a) il tasso di profitto e il tasso del salario si muovono, l’uno rispetto all’altro, rigorosamente in direzione inversa, (b) tutto il plusvalore viene automaticamente investito indipendentemente dal fatto che il suo ammontare sia alto o basso. La variazione del plusvalore dipende dal meccanismo dell’esercito di riserva del lavoro. Ogni qualvolta quest’ultimo si prosciuga, poiché il ritmo dell’accumulazione sta assorbendo un elevato tasso di riserve di lavoro, i salari reali aumentano a spese del saggio di profitto riducendo così il surplus e il conseguente investimento. La caduta del saggio di profitto e del tasso di investimento inverte il processo di accumulazione e di crescita causando una nuova fase di cambiamento tecnologico, come discusso da Marx nel 25esimo capitolo del primo volume del Capitale(edizione di Mosca). La legge di Marx è stata elaborata in forma moderna da Paolo Sylos-Labini (1954,1970) in un saggio assolutamente innovativo in cui le teorie di Marx e Schumpeter sulla crescita economica venivano confrontate in relazione alle innovazioni tecnologiche. Nella fase discendente l’esercito di riserva dei disoccupati viene ricreato dall’interno attraverso la caduta degli investimenti e la chiusura delle imprese incapaci di intraprendere la ristrutturazione necessaria per rimanere competitive.L’esercito di riserva viene ulteriormente aumentato dalla tendenza al risparmio di manodopera prodotta dalla ristrutturazione tecnologica. Infatti le imprese possono tentare di rimanere in vita soprattutto tagliando i costi salariali totali per compensare il loro aumento per addetto; fatto che ha portato alla compressione dei profitti (Sylos-Labini, 1970). Il riemergere della disoccupazione di massa fa calare i salari unitari generando una quota maggiore del surplus disponibile per gli investimenti. Il ciclo si inverte ancora una volta su una base tecnologica allargata con il tasso di profitto pronto a riprendere la corsa verso l’alto. Come mostrato da Richard Goodwin, nel suo celebre schizzo matematico del tipo Lotka-Volterra scritto per il volume in onore a Maurice Dobb (1967), il ciclo può ripetersi regolarmente in forma ampliata. La concorrenza classica sta al centro di questa dinamica, con i rapporti capitalistici che si rinnovano costantemente attraverso il rivoluzionamento dei mezzi di produzione stimolato dall’interazione tra l’esercito di riserva del lavoro e il cambiamento tecnologico. Che la concezione della concorrenza classica come motore impersonale dell’accumulazione del capitale stesse svanendo rapidamente era già stata espressa da Friedrich Engels in una lunga nota a piè di pagina nel capitolo 30 del Terzo Volume del Capitale (edizione di Mosca): Come ho già affermato altrove [edizione inglese: Vol. I. – Ed.], un cambiamento ha avuto luogo qui dall’ultima grande crisi generale. La forma acuta del processo periodico con il suo precedente ciclo decennale, sembra aver ceduto il posto a un’alternanza più cronica, di lunga durata, tra un relativamente breve e leggero miglioramento degli affari e una depressione relativamente lunga e indecisa, che ha luogo nei vari paesi industriali in tempi diversi. Ma forse si tratta solo di un prolungamento della durata del ciclo. Nei primi anni del commercio mondiale, 1845-47, si può dimostrare che questi cicli duravano circa cinque anni; dal 1847 al 1867 il ciclo è chiaramente decennale; è possibile che ci troviamo ora nella fase preparatoria di un nuovo crollo mondiale di veemenza senza pari? Molte cose sembrano puntare in questa direzione. Dall’ultima crisi generale del 1867 sono avvenuti molti profondi cambiamenti. La colossale espansione dei mezzi di trasporto e di comunicazione – navi oceaniche, ferrovie, telegrafia elettrica, il canale di Suez – ha reso un vero mercato mondiale un fatto. Il precedente monopolio dell’Inghilterra nell’industria è stato sfidato da un certo numero di paesi industriali concorrenti; campi infinitamente più grandi e vari sono stati aperti in tutte le parti del mondo per l’investimento del capitale europeo in eccesso, in modo che esso sia molto più ampiamente distribuito e la sovraspeculazione locale possa essere più facilmente superata. Per mezzo di tutto ciò, la maggior parte dei vecchi terreni di coltura delle crisi e le opportunità per il loro sviluppo sono state eliminate o fortemente ridotte. Allo stesso tempo, la concorrenza nel mercato interno si ritira davanti ai cartelli e ai trust, mentre nel mercato estero è limitata da tariffe protettive, di cui tutti i grandi paesi industriali, Inghilterra esclusa, si circondano (sottolineatura degli autori). Ma queste tariffe protettive non sono altro che la preparazione della guerra industriale generale finale, che deciderà chi ha la supremazia sul mercato mondiale. Così ogni fattore, che lavora contro una ripetizione delle vecchie crisi, porta in sé il germe di una crisi futura molto più potente. – F. E.] (tradotto da: Engels in Karl Marx, Capitale Vol. 3, cap. 30, nota 8. https://marxists.architexturez.net/archive/marx/works/1894-c3/ch30.htm; accesso 3/12/2021). Il dibattito marxiano e la letteratura degli anni precedenti la prima guerra mondiale avevano tra i loro principali riferimenti il quadro cartellizzato del nuovo sistema capitalista e le sue possibili tendenze. Le economie cartellizzate più importanti erano quelle degli Stati Uniti e della Germania imperiale. Il riferimento implicito era il caso tedesco. Due grandi orientamenti emersero, entrambi utilizzavano gli schemi di riproduzione di Marx come strumenti analitici. Una tendenza vedeva la fonte delle crisi nell’esistenza di sproporzioni tra i due settori di produzione, cioè quello dei beni capitali e quello dei beni di consumo. Tugan Baranavoski di Kiev e l’austriaco Rudolf Hilferding (1910) divennero i rappresentanti più noti di quest’ala, mentre Rosa Luxemburg (1913) fu la vera innovatrice dell’economia marxiana poiché la sua tesi si basava sulla necessità di conquistare mercati esterni, non ancora capitalistici, per garantire il processo di accumulazione (Nel 2014 Gabriele Pastrello ha pubblicato il saggio più esaustivo su Rosa Luxemburg, Marx e Lenin dal punto di vista economico. E’ elencato nella bibliografia). Ella vedeva l’espansione dell’imperialismo come una necessità vitale per l’accumulazione capitalista, poiché rifiutava la nozione, derivata dalla teoria classica della concorrenza, che tutto il surplus venisse automaticamente investito. È importante notare che la Luxemburg collegava la spinta verso l’imperialismo alla formazione di mercati interni di natura esterna, vale a dire alle spese per gli armamenti che generano mercati indipendentemente dalla capacità dei capitalisti di spendere in investimenti e nel proprio consumo. Rudolf Hilferding riteneva che con la crescente cartellizzazione dell’economia il rischio di sproporzionalità sarebbe diminuito poiché i cartelli erano destinati a controllare le relazioni settoriali più rilevanti. Tuttavia il processo verso la cartellizzazione sarebbe stato portato avanti per mezzo di guerre perché l’ascesa di cartelli vincenti all’interno di ogni paese avrebbe portato a un conflitto tra i cartelli dominanti dei diversi paesi (su questo argomento si veda anche Kalecki e Kowalik in italiano in bibliografia). Tuttavia una volta che le guerre di cartello globali fossero finite, il sistema sarebbe diventato piuttosto stabile anche in senso monetario poiché l’economia si sarebbe completamente trovata sotto il controllo di un cartello generale, non essendo quindi più soggetta ai capricci del mercato. La nascita dei cartelli e la potente espansione della Germania imperiale – incentrata sull’industria pesante siderurgica, metallurgica e militare insieme alla rapida creazione di un’industria chimica del tutto nuova e altamente concentrata – costrinse i socialisti e i marxisti del periodo ad indagare sulle forze che guidavano l’economia. In questo contesto, l’idea che il mondo sarebbe passato attraverso grandi scontri militari è insita nell’analisi di Hilferding – che influenzò molto Lenin – sulla formazione dei cartelli e sui conflitti che questi comportavano tra loro fino all’emergere di un cartello generale. Le opinioni di Hilferding sul ruolo stabilizzante del cartello generale furono condivise anche da Joseph Schumpeter (1928), che poco prima del crollo finanziario del 1929 a Wall Street, pubblicò sul The Economic Journal un saggio che discuteva della instabilità del capitalismo. Il suddetto dibattito dovrebbe essere considerato come fondativo per l’economia politica marxiana. Ed è così che Paul Sweezy di fatto lo trattò nella sua opera classica del 1942. Michal Kalecki portò gli elementi principali di quel dibattito nel secondo dopoguerra e, in pratica di fatto, li rese rilevanti fino a quando il mondo capitalista fu deciso ad evitare la disoccupazione di massa che, altrimenti, avrebbe messo in pericolo la base politica delle sue azioni internazionali. La piena occupazione connessa alla ‘guerra fredda’ contro l’URSS e la Cina (riguardo quest’ultima fino al 1969-71, poi subentrò la ‘carta’ cinese),sembrava creare una stabilità sufficiente nelle economie nazionali per permettere interventi politici e militari in altre zone del mondo creando, come vedremo, alcuni decenni di sinergia tra alti livelli occupazionali e dinamiche imperialistiche. Il primo e forse principale aspetto del contributo di Kalecki a quella discussione fondativa riguarda il modo in cui si formano i profitti, che è legato alla determinazione degli investimenti e della domanda effettiva. I partecipanti al dibattito sul crollo o lo sviluppo del capitalismo non misero in discussione il meccanismo di determinazione del profitto in Marx, che è totalmente classico. Rosa Luxemburg, tuttavia, vi infilò un grosso bastone tra le ruote individuando nel ragionamento di Marx un difetto cruciale (su questo punto Pastrello 2014 è molto importante). Secondo la Luxemburg le somme corrispondenti al plusvalore estratto dallo sfruttamento del lavoro non necessariamente verranno tutte investite. Di conseguenza, il surplus può non trovare uno sbocco all’interno degli schemi stessi, per cui dovrà essere realizzato con altri mezzi, principalmente tramite le esportazioni verso il mondo non capitalista soprattutto attraverso l’imperialismo (vedi anche Harcourt e Kriesler 2014). Quindi, se i capitalisti “risparmiano”, il problema di accaparrarsi aree per vendere il prodotto in eccesso, relativamente al ridotto livello di domanda generato dal risparmio dei capitalisti, si porrebbe abbastanza rapidamente. Questo stato di cose era fortemente legato al cambiamento della natura della concorrenza man mano che il capitalismo si evolveva verso la sua manifestazione più matura. Nelle prime fasi del capitalismo, le forze della concorrenza creavano un imperativo per le imprese capitaliste ad investire tutti i loro profitti, o di perdere nella lotta competitiva con le imprese che li investivano. Tuttavia, quando emersero le grandi imprese e le strutture oligopolistiche, il carattere della concorrenza cambiò. La concorrenza sui prezzi cessò di esserne l’unica forma, portando a un’erosione dell’imperativo di investire tutti i profitti e, come acutamente sottolineò dagli Stati Uniti Thorstein Veblen, ad un aumento del consumo capitalistico. La prima presentazione formale di Michal Kalecki riguardo la formazione dei profitti in uno schema afferente al ciclo economico è del 1933 in Polonia; mentre nel 1932, sempre in Polonia, in una rivista socialista svolse due interventi importanti riguardo la cartellizzazione dell’economia e le teorie dell’economista di Lenin e poi di Stalin e del Comintern Evgenii Varga (2) circa le prospettive di uscita dalla Grande Crisi. Nel saggio del 1933 (tradotto in italiano nel 1975 dall’edizione inglese del 1971 data alle stampe da Mario Nuti dopo il decesso di Kalecki), i profitti vengono definiti come la somma dell’accumulazione lorda (gli investimenti lordi in gergo corrente) ed il consumo dei capitalisti. Quest’ultimi spendono per il consumo solo una limitata percentuale dei loro profitti, il grosso della loro spesa per beni di consumo proviene da cespiti autonomi. I capitalisti per spendere non hanno bisogno di attendere i proventi delle loro attività. A sua volta l’accumulazione lorda è una variabile indipendente rispetto ai profitti in quanto li determina. Ne consegue che una volta nota la percentuale dei profitti stornati verso i consumi – quindi data la percentuale di profitti non consumata, cioè risparmiata – il livello dei profitti è pienamente determinato dalla spesa autonoma dei capitalisti per i consumi e dall’accumulazione lorda che nasce da decisioni d’investimento effettuate un po’ in precedenza. Pertanto se l’accumulazione lorda è di 100 miliardi, la spesa autonoma per consumi da parte dei capitalisti è 20 miliardi mentre essi risparmiano il 90% dei profitti, il livello dei profitti totali sarà di 120/0,9 che risulta in una somma pari a 133,33 miliardi. Quindi, ferma restando la percentuale dei profitti risparmiata e fissando la componente autonoma dei consumi a 20 miliardi, qualora i capitalisti aumentassero le spese per l’accumulazione da 100 a 110 miliardi essi ricaverebbero dei profitti pari a 144,44 miliardi. Le infinite discussioni sorte dopo Marx sul sottoconsumo e/o la sovrapproduzione come fonte della crisi diventano alquanto superflue, poiché Kalecki mostra che il livello dei profitti è determinato dalla spesa dei capitalisti. Supponiamo ora che nel prossimo ciclo i capitalisti decidano di spendere meno, poiché ritengono di aver già effettuato abbastanza investimenti. L’economia andrà in recessione, il sottoconsumo ha poco a che vedere con ciò. Infatti il sottoconsumo delle masse non appare nemmeno, dato che i salari non sono un fattore determinante del livello dei profitti. Solo la spesa dei capitalisti lo è. E la sovrapproduzione? Per discutere questa questione dobbiamo spingerci un po’ più in là. L’accumulazione lorda rappresenta l’investimento che è già stato intrapreso e si concretizza in beni capitali fisici ed in scorte. L’accumulazione di domani sarà condizionata dal flusso degli ordini di investimento, che dipendono dalla natura delle decisioni di investimento. Kalecki propone una relazione in cui, da un lato, gli ordini di investimento sono positivamente correlati all’accumulazione lorda ed alla spesa autonoma dei capitalisti per i loro consumi; dall’altro sono negativamente correlati all’ammontare di stock di capitale (macchinari ed impianti) esistente nell’economia. Perché? Perché lo stock di capitale contiene capacità inutilizzata e quindi può rivelarsi troppo grande per giustificare un particolare livello di ordini di investimento. Quindi, la questione non è tanto la sovrapproduzione che, invece, è un problema in agricoltura. È piuttosto il fatto che contenendo capacità inutilizzata, quindi un potenziale produttivo sfruttabile, lo stock di capitale esistente costituisce un ostacolo ad effettuare nuovi investimenti. Quando questo conflitto, sempre immanente, diventa reale, gli ordini di investimento calano e la capacità inutilizzata viene ulteriormente esacerbata. Kalecki spostò l’attenzione dal sottoconsumo al livello della spesa dei capitalisti e dalla sovrapproduzione al livello dello stock di capitale e della capacità inutilizzata. Per ottenere dei profitti, i capitalisti devono prima spendere, ma per intraprendere investimenti il loro stock di capitale non deve esibire capacità in eccesso oltre alcuni margini di sicurezza. Non esiste un meccanismo interno naturale in grado di risolvere questa contraddizione strutturale che può sorgere in qualsiasi momento e per qualsiasi durata di tempo, tranne che in condizioni di guerra. Dobbiamo apprezzare l’importanza del fatto che Kalecki abbia ripreso, in modo naturale, il dibattito fondativo spostandolo ad un ulteriore livello con due semplici innovazioni teoriche: la spesa dei capitalisti come determinante del profitto e – tramite l’introduzione della capacità inutilizzata quale elemento costantemente presente nell’insieme degli impianti – lo scontro tra investimenti e stock di capitale esistente. A questo punto possiamo introdurre una sua ulteriore chiara novità teorica afferente al ruolo dei salari. Marx riconobbe, forse per primo, che i salari sono sia costi di produzione che domanda. Infatti, nel sedicesimo capitolo del primo volume del Capitale (edizione di Mosca) scrisse che i lavoratori affrontano il capitalista come consumatori solo quando vengono licenziati, cioè quando cessano di essere un fattore di costo. Poi nel secondo volume l’equilibrio dei rapporti di riproduzione semplice tra i due settori del suo sistema, evidenzia che i profitti, espressi in valore lavoro, nel settore dei beni di consumo sono uguali alla somma del plusvalore e dei salari del settore dei beni capitali. In tal modo i salari del settore dei beni capitali appaiono come profitti del settore dei beni di consumo. La ragione è semplice: i salari pagati nel settore dei beni capitali sono costi per quel settore, ma sono profitti per il settore dei beni di consumo nel momento in cui vi vengono spesi. In Kalecki i salari sostengono il livello della domanda effettiva. Attraverso una elaborazione originale degli schemi di riproduzione di Marx, sviluppata poco prima del suo decesso e pubblicata postuma sulla rivista svizzera Kyklos nel 1971, egli mostra come un incremento generale dei salari monetari aumenterà sicuramente i profitti, siano essi monetari o reali, in tutti quei comparti i cui prodotti sono acquistati dai lavoratori non impiegati nelle industrie dei beni salario. L’aumento dei salari in generale e quello dei profitti delle industrie di beni salario in particolare, sarà puramente inflazionistico qualora le imprese riuscissero a trasferire sui prezzi l’intero aumento dei costi salariali per unità di prodotto. Il trasferimento completo dei maggiori costi sui prezzi è un fenomeno raro in quanto implicherebbe una situazione simile alla concorrenza perfetta in cui le aziende reagiscono tutte allo stesso modo. Tuttavia date le condizioni particolari del tempo, accadde in Francia nel periodo del Fronte Popolare, come Kalecki stesso osservò in un saggio apparso sul The Economic Journaldel 1938 consacrato allo studio del governo di Léon Blum. Nella situazione intermedia in cui una parte dell’aumento salariale è reale ed un’altra parte viene riassorbita da prezzi più elevati, il settore dei beni di consumo nel comparto dei beni salario vivrà una fase di espansione concreta con un aumento della occupazione, della produzione e dei profitti. Nel caso di una riduzione dei salari monetari si innesta il meccanismo inverso. I prezzi non caleranno nella stessa proporzione dei costi perché la concorrenza perfetta non esiste nella realtà. Ne consegue che i salari reali subiranno una riduzione che si ripercuoterà negativamente sulla domanda dei beni di consumo acquistati dai salariati e sui profitti del settore. Inoltre il calo della domanda di beni di consumo per salariati in conseguenza della perdita del valore reale della paga, creerà capacità produttiva inutilizzata nel settore dei beni di consumo cui seguiranno licenziamenti di lavoratori occupati nel settore causando un ulteriore calo della domanda di beni di consumo.In questo senso col taglio dei salari appaiono degli effetti di tipo sottoconsumistico. Per Kalecki la relazione che si stabilisce tra salari e profitti è assai più complessa di quanto postulato nel sistema classico e dipende in gran parte dall’impatto sulla domanda. Ci sembra che Kalecki abbia elaborato le linee fondamentali del suo sistema analitico già nei primi anni Trenta del ‘900. Questo gli permise di criticare la visione di Hilferding sulla stabilità del capitalismo cartellizzato (1932a), così come la convinzione marxista ortodossa avanzata da Evgenii Varga, l’economista di Stalin e del Comintern, secondo il quale, in una crisi, la svalutazione del capitale costante, riducendo la composizione organica del capitale totale, permetterebbe il ripristino del saggio di profitto (1932b). Dalle equazioni di Marx sappiamo che, ceteris paribus, la riduzione della composizione organica comporta un aumento del saggio di profitto. In un’economia cartellizzata, il peso principale della crisi ricade sulla produzione poiché i prezzi sono mantenuti anche con mezzi legali. L’investimento e l’occupazione soffriranno maggiormente, solo un po’ meno in un sistema semi-cartellizzato. La crisi non rigenera necessariamente il tasso di profitto marxiano perché la produzione può calare molto di più dei prezzi. In tale circostanza il valore del prodotto per unità di capitale diminuirà riducendo il saggio di profitto. Rispetto a Hilferding, Kalecki sosteneva con forza che un’economia cartellizzata è più instabile di una competitiva, mentre rispetto alla posizione di Varga, che era anche quella di Stalin, Kalecki argomentava che non esisteva una via d’uscita naturale dalla crisi attraverso qualche fantasioso rilancio del tasso di profitto. La controversia su crollo o sviluppo ebbe luogo quando la Seconda Internazionale Socialista era attanagliata dal problema della guerra. Essa trattò la questione, insieme alla questione coloniale, in tutti i suoi congressi dall’inizio del XX secolo fino al 1914. La posizione analiticamente più forte fu quella assunta da Vladimir Lenin e Rosa Luxemburg al Congresso di Stoccarda del 1907 che, sebbene le loro analisi fossero diverse, sostenevano, contro gli approcci più moderati, che l’orientamento verso uno scontro globale tra i paesi capitalisti era parte integrante del loro funzionamento economico. La specificità della posizione di Lenin e della Luxemburg è stata trattata molto bene da E.H. Carr nel primo volume della sua Storia della Rivoluzione bolscevica.Negli anni ’30 Kalecki aveva una visione molto chiara del fatto che il sistema si stesse muovendo verso la guerra dopo essere rimasto bloccato nella Depressione. Tale visione è espressa nel suo magistrale articolo sulla ripresa economica nella Germania nazista (1935). Che l’attuale dinamica della guerra sia stata generata dal regime nazionalsocialista, non deve offuscare il fatto che le condizioni politico-economiche verso una rinnovata conflagrazione generale in Europa furono stabilite dal Trattato di Versailles del 1919, come Keynes comprese con lungimiranza nel suo celebre Economic Consequences of The Peace (1919). Per accertare la posizione di Michal Kalecki come pensatore socialista marxista classico nel quarto di secolo successivo al 1945, possiamo riprendere i fili della Seconda Internazionale prima del 1914 e i dibattiti intorno alla controversia su crollo o sviluppo. Come già detto, alla conferenza di Stoccarda del 1907 sia Lenin che la Luxemburg sostenevano che la deriva verso la guerra era insita nel modus operandi stesso dell’economia politica dei paesi capitalisti a livello mondiale. Una tale posizione era su un piano completamente diverso rispetto al riformismo di Eduard Bernstein della SPD e rispetto al ruolo che egli assegnava alle cooperative come levatrici del socialismo dall’interno del sistema stesso. Se il funzionamento dell’economia comporta una marcata tendenza verso una guerra globale, diventa superfluo proporre istituzioni progressiste – come le cooperative – per far avanzare in forma endogena al sistema dei processi socialisti. Teoricamente la posizione Lenin-Luxemburg al congresso di Stoccarda rifiutava anche il quadro della polemica su crollo o sviluppo. Prendiamo lo spunto dalla già citata osservazione di Engels nella nota 8 del trentesimo capitolo del terzo volume de Il Capitale (edizione di Mosca) secondo cui: la concorrenza nel mercato interno si ritira davanti ai cartelli e ai trust, mentre nel mercato estero è limitata da tariffe protettive, di cui tutti i grandi paesi industriali, Inghilterra esclusa, si circondano. Ma queste tariffe protettive non sono altro che la preparazione della guerra industriale generale finale, che deciderà chi ha la supremazia sul mercato mondiale (sottolineatura degli autori).Così ogni fattore, che lavora contro una ripetizione delle vecchie crisi, porta in sé il germe di una crisi futura molto più potente. – F. E.] Se si tratta di di studiare le probabilità di una “guerra industriale generale finale” non c’è spazio per le teorie riguardanti il crollo o lo sviluppo, così come non c’è posto per le visioni evoluzioniste tipo Bernstein. Negli stessi anni, un po’ separatamente dai dibattiti sul crollo e sviluppo ma nell’ambito della discussione generale sulle tendenze del capitalismo, Karl Kautsky, noto come il Papa Rosso del movimento socialista, sviluppò la nozione di super-imperialismo che, in poche parole, postula il raggiungimento di un equilibrio tra imperialismi in conflitto. Il suo punto di vista, sebbene smentito dallo scoppio della prima guerra mondiale, è rilevante, anche se in forma modificata, per il periodo successivo al 1945. Il concetto di super-imperialismo fu rilanciato nel 1971 da Kalecki assieme al suo allora più giovane collega Tadeusz Kowalik, purtroppo scomparso alcuni anni orsono, sull’ormai defunta e dimenticata rivista economica del PCI Politica ed Economia. Il testo di “Osservazioni sulla riforma cruciale”, appare nella sua versione inglese, lingua in cui venne spedito in Italia, nei volumi delle opere complete di Kalecki pubblicate dalla Clarendon Press di Oxford nel corso degli anni Novanta del secolo scorso. I decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale sono caratterizzati dalla combinazione di oligopoli su scala mondiale – formati principalmente dalla triade costituita da aziende statunitensi prima, cui si sono poco dopo appaiate quelle tedesche per infine vedere arrivare le giapponesi. La triade oligopolistica, cui dagli anni Ottanta si sono aggiunte le multinazionali coreane, si situava all’interno della specifica posizione militare, produttiva, monetaria e finanziaria degli Stati Uniti rispetto agli altri paesi capitalisti. Quest’ultimi, ad eccezione della Gran Bretagna scientemente maltrattata da Washington per sottometterla, erano stati tutti resuscitati dagli USA. Nelle nuove condizioni, non potevano esserci “guerre industriali generali” tra i paesi imperialisti. La scissione cruciale sarebbe avvenuta dunque tra il mondo capitalista e le parti ex coloniali del globo dove, dopo il 1945, si sono verificati e si verificano tutti i massicci interventi militari degli Stati Uniti, così come le consistenti incursioni armate della Francia in Africa. Per quanto riguarda le tendenze economiche del mondo capitalista, Kalecki le vide chiaramente dalla metà degli anni ’50 in poi, mentre l’accademia mainstream diede vita ad elaborazioni del tutto esoteriche assumendo condizioni di concorrenza perfetta e di crescita lineare. Kalecki passò direttamente alla dinamica di un sistema oligopolistico. Dopo un certo numero di tentatativi teorici, giunse alla conclusione che, a meno che una parte significativa dello stock di capitale dell’economia non venga reso rapidamente obsoleto da un eccezionale ritmo di progresso tecnico, le economie mature, caratterizzate precisamente da un alto livello dello stock di capitale e da una distribuzione del reddito di tipo oligopolistico, sono destinate a permanere in una stagnazione cronica (1968). Pertanto le tendenze alla stagnazione si profilano sempre all’orizzonte del capitale monopolistico. Da dove viene dunque il lungo boom? Ha avuto origine dalle “esportazioni” verso un mercato esterno al settore privato, vale a dire “…l’economia è tenuta in vita dalle spese per gli armamenti e la popolazione si assicura il proprio sostentamento attraverso la fabbricazione di mezzi di distruzione” (1976, p.22, traduzione di J.H.). L’osservazione di Kalecki è tanto sintetica quanto netta. Qualche anno prima Paolo Sylos-Labini in Oligopolio e progresso tecnico (1962), partendo da una profonda ed insuperata analisi della posizione della grande impresa nell’economia, dimostrò che il progresso tecnico non risolveva il problema del ristagno economico. E’ proprio il sistema oligopolistico a richiede più che mai fonti di supporto esterne, garantite dalla spesa pubblica e dalle esportazioni, affinché possa espandersi senza piombare nella stagnazione. Gli effetti “moltiplicatori” delle spese militari statunitensi post 1945 non devono essere visti solo a livello dell’economia statunitense. Charles Kindleberger, l’architetto, con Robert Triffin, del programma economico del Piano Marshall, affermò nel suo Money and Power(1970) che il Piano Marshall non finì mai, trasformandosi invece nel piano di organizzazione militare della NATO il cui impatto economico espansivo sul capitale monopolistico la fece diventare strumento della N(ew) A(utomobile) T(rade) O(rganization). Inoltre, l’effetto “moltiplicatore” delle spese militari statunitensi è parte e fattore dello scontro tra il mondo capitalista e il terzo mondo. Gli storici giapponesi chiamano la guerra di Corea, cioè una guerra condotta in modo monumentale in un poverissimo paese del terzo mondo, con l’espressione “dono degli dei” poiché creò un enorme flusso di ordini e di spese statunitensi verso il Giappone, sollevandolo radicalmente dalla profonda crisi – deflazionistica del 1948-49. La guerra di Corea spinse inoltre gli Stati Uniti a fornire rapidamente finanziamenti straordinari all’Unione Europea dei Pagamenti per permettere alla Germania di aggirare la crisi della propria bilancia dei conti esteri che l’improvviso aumento dei prezzi delle materie prime stava causando. Questo permise alla Germania di evitare la crisi e di aumentare le esportazioni di beni capitali, aiutando così la sua economia a rafforzare la presa sull’incipiente sentiero di una crescita fortemente – e da allora permanentemente – guidata dalle esportazioni. La guerra del Vietnam, mentre distruggeva un altro paese estremamente povero del terzo mondo, ha dato origine, interamente attraverso le spese statunitensi nell’area, ad un boom economico nel sud-est asiatico senza il quale l’industrializzazione della Corea del Sud, di Taiwan, della Thailandia e di Singapore non sarebbe avvenuta allo stesso livello e forse neanche in minima parte (vedi Halevi e Kriesler 1998, 2007 e Kriesler e Halevi 1996). Probabilmente la guerra del Vietnam non sarebbe avvenuta se non fosse stato per la determinazione ostinata del presidente Eisenhower a violare gli accordi di Ginevra del 1955 raggiunti tra la Francia e il Vietnam del Nord, e non sarebbe degenerata in una guerra molto vasta, se non fosse stato per il fanatismo liberaldemocratico dei presidenti Kennedy e Johnson che miravano a liberare l’Asia dal “comunismo”. Si noti che l’industrializzazione del sud-est asiatico, e quindi la guerra del Vietnam, diventò cruciale per le esportazioni giapponesi e per i loro saldi commerciali netti complessivi. Fu la spesa pubblica asiatica degli USA – assieme all’apertura sistematicamente programmata da parte di Washington del proprio mercato interno al Giappone, alla Korea del sud, a Taiwan – a trasformare l’Asia orientale e sudorientale intorno alla Cina nella zona chiave del capitale nipponico. Su ciò hanno concordato a modo loro anche ‘esperti’ istituzionali americani come Walter Hatch e Kozo Yamamura (1996). Il mondo non ha ancora digerito completamente questi fatti che sono tanto più importanti quanto più l’egemonia statunitense, pur essendo ancora attiva, si sta disintegrando nel suo ruolo politico-economico di tenere insieme il mondo capitalista. Nuovamente, l’Asia orientale costituisce il fulcro di tale disintegrazione con l’area già nipponica ormai gravitante completamente sulla Cina. Durante il periodo successivo al 1945 Kalecki, scrivendo dalla Polonia, spesso in isolamento dai suoi più giovani colleghi polacchi, nessuno dei quali, eccetto Kowalik, imparò molto dalla sua comprensione del capitalismo e del terzo mondo, rappresentò – con Paul Sweezy, Paul Baran, Harry Magdoff e Harry Braverman – la principale forza teorica e intellettuale che mantenne attuali i concetti e le analisi marxiane per la maggior parte dei decenni del secondo dopoguerra. Le sue analisi, sviluppando intuizioni di Rosa Luxemburg, sono state preveggenti riguardo le tendenze stagnazioniste delle moderne economie capitaliste – che sono diventate evidenti dalla fine degli anni 70 e non sono state dissipate. 

Note1) Questa è una versione ampliata e spesso modificata di un saggio avente un altro titolo scritto per un volume curato da Jan Toporowski sul marxismo in Polonia di prossima pubblicazione nel mondo angloamericano. Dedichiamo la versione italiana alla memoria di “Domenico Mario Nuti”, scomparso il 22 dicembre del 2020, che di Kalecki è stato allievo e cultore integrando la Polonia ed il pensiero socialista polacco nella sua propria cultura italiana e britannica.

Avvertenza: Joseph Halevi ha tradotto il testo in inglese passandolo per brani attraverso Deep L Translator e rimaneggiandolo di volta in volta. Per le citazioni da iI Capitale si è usata, con l’apporto di Deep L. la traduzione dal testo inglese online dell’edizione Progress Publishers diMosca.

2) Evgenii Samuilovich Varga (1879-1964) in The YVO Encyclopedia of Jews in Eastern Europe, https://yivoencyclopedia.org/article.aspx/Varga_Evgenii_Samuilovich

Bibliografia 

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