L’elemento distintivo nel bolscevismo nella questione nazionale consiste nel considerare le nazionalità oppresse […] non solo come un elemento oggettivo, ma come un elemento soggettivo della politica. Il bolscevismo non si limita ad accordare loro il “diritto” all’autodecisione e a protestare al parlamento contro la violazione di questo diritto. Il bolscevismo penetra tra le nazionalità oppresse, le fa insorgere contro l’oppressore, collega la loro lotta a quella del proletariato dei paesi capitalisti, insegna ai cinesi oppressi, agli indiani o agli arabi l’arte dell’insurrezione e si assume tutta la responsabilità di questo lavoro di fronte ai carnefici civilizzati. Solo qui comincia il bolscevismo, cioè il marxismo rivoluzionario nell’azione. Tutto ciò che non raggiunge questi limiti, resta centrismo (Lev Trotsky – E ora?). 

Esiste una certa analogia tra il modo come l’umanità deve giungere alla liquidazione delle classi e il modo come essa deve giungere alla successiva fusione delle nazioni. Alla liquidazione delle classi conduce, infatti, soltanto lo stadio transitorio della dittatura della classe oppressa. Alla fusione delle nazioni conduce soltanto la liberazione delle nazioni oppresse, l’effettiva distruzione dell’oppressione nazionale, e il criterio di questa realtà consiste ancora una volta, in senso politico, nella libertà di separazione (Lenin – Annotazione alle tesi: la rivoluzione socialista e il diritto di autodecisione delle nazioni). 

Quei partiti socialisti i quali non dimostrassero mediante tutta la loro attività – sia oggi, sia nel periodo della rivoluzione, sia dopo la vittoria della rivoluzione – che essi liberano le nazioni asservite e basano il loro atteggiamento verso di esse sulla libera unione, – e la libera unione non è che una frase menzognera senza la libertà di separazione, – tali partiti tradirebbero il socialismo (Lenin – La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione). 



Questo articolo si rivela necessario dinanzi alla scarsissima preparazione teorica di molti compagni sulla questione catalana e in generale di fronte a ciò che concerne le lotte delle popolazioni ridotte a stato di minoranza e alla ricerca del diritto all’autodeterminazione. Una rilettura delle pagine di Lenin (per esempio, gli scritti “Della fierezza nazionale dei grandi-russi”, “Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni”, “La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione” e “Risultati della discussione sull’autodecisione”) sulla questione dovrebbero essere sufficienti, invece sono volutamente ignorate. Il diritto alla separazione e all’autodecisione è apertamente dileggiato e l’anticolonialismo, pratica da portare avanti a partire dalla stessa Europa in cui le tendenze imperialiste e suprematiste non sono mai scomparse, è per molti un vuoto corollario da porre in fondo ai volantini di qualche manifestazione. 

Il mantenimento di un territorio che aspira alla completa autonomia e separazione all’interno di uno Stato, a prescindere dal grado di autonomia politica e culturale, sarà sempre causa di zuffe e risse, e questo nella situazione della Catalogna è evidente. Se è così “libera” sottoposta al regime spagnolo, allora come si spiega l’adesione di milioni di individui all’indipendentismo? Per via della sola propaganda della “borghesia catalana”? Un po’ povera come spiegazione, soprattutto per un territorio molto avanzato nell’ambito delle lotte progressiste e con una storia rivoluzionaria di tutto rispetto. 

A tal proposito, le peggiori calunnie sono state rivolte nei confronti del movimento catalano. L’ignoranza, in Italia diffusissima (basti pensare alle immancabili risatine tra compagni che si vorrebbero internazionalisti e antirazzisti al solo nominare i movimenti indipendentisti sardi, friulani, siciliani, occitani o sudtirolesi), sul tema dell’autodeterminazione dei popoli ha prodotto dei luoghi comuni discutibili e infondati. Innanzitutto, l’accostamento alla Lega (fu Nord). Sinceramente, non si capisce come si possa essere ingenui o disonesti a tal punto da accostare un partito nato all’interno della piccola e grande borghesia nazionalista e reazionaria norditaliana con la lotta di una nazione reale e avanzata (e che ha goduto dell’indipendenza e dell’autonomia politica a più riprese nel corso della storia). L’unica risposta rasenta il ridicolo e qualifica da sé la sua stessa credibilità: perché i catalani sono ricchi. Alla gran faccia dell’analisi della composizione di classe e della dialettica, insomma. 

Il popolo catalano, separato dai confini imposti dai governi borghesi in ben quattro differenti stati (i Paesi Catalani comprendono diversi territori spagnoli, il principato di Andorra, la Catalogna del nord in Francia e la città di Alghero in Sardegna) è oppresso dallo Stato spagnolo da secoli, è connotato da elementi innegabili come una propria caratteristica cultura e una lingua che vanta numerose varianti dialettali, una lunga storia non inventata da un momento all’altro come quella della cosiddetta “Padania” e non si limita a delle mire politiche legate al “fisco e alle tasse” come i movimenti regionalisti norditaliani, palesemente assoggettati alla borghesia a sua volta asservita al capitale industriale e bancario. 

I moti indipendentisti in Spagna non si sono mai caratterizzati per gli stessi atteggiamenti xenofobi dei “patrioti padani”, oggigiorno divenuti “nazionalisti italiani” senza farsi troppi scrupoli (anzi, nell’indipendentismo catalano le tendenze di estrema destra sono sempre state relegate a minoranze insignificanti e nella quasi totalità dei casi è una tendenza ascrivibile agli elementi di fede unionista), in Spagna sono anzi intersecati al movimento democratico, antimonarchico e progressista e rivendicano a piene mani la storia rivoluzionaria iberica, in primis la Rivoluzione spagnola del 1936-39

A tutti coloro che aprioristicamente tacciano come “di destra” (così “leghisti” da organizzare manifestazioni di massa in favore dell’accoglienza dei rifugiati), parlano dei mali del “separatismo” che porterà sempre la povertà (certo, eppure molte colonie e l’Irlanda sono uscite dalla miseria e dalle carestie soltanto dopo la costituzione di uno Stato proprio, anche se spesso mantenendo diversi gradi di dipendenza dalla corona), accusano i compagni catalani di “dividere la classe operaia” (semmai gli sciovinisti la dividono spingendola a difendere gli interessi e il prestigio della “nazione” dominante a scapito dei diritti di quelle minorizzate) e di “non essere oppressi” (formula incomprensibile, o forse per perseguire la liberazione nazionale bisogna sempre attendere le incarcerazioni di massa, il divieto concernente l’uso della lingua madre, i bombardamenti e i campi di concentramento come nel Vietnam degli anni Sessanta?), consigliamo vivamente l’approfondimento dei dibattiti entro i gruppi bolscevichi e sulle idee costitutive dell’Unione Sovietica, bolscevichi che non a caso perseguivano l’obiettivo della costruzione di uno stato plurinazionale. 

È vero, tecnicamente non c’è oppressione sociale palese da parte del governo centrale, bensì politica, e tanto dovrebbe bastare. E questa oppressione politica è incontestabile, gli sviluppi della dichiarazione d’indipendenza l’hanno reso evidente a tutto il mondo; in caso contrario, il governo di Madrid non avrebbe dato in escandescenze. 

Incredibile come sia necessario relazionarsi con queste polemiche trite e ritrite già risolte in passato: basta ricordare le discussioni tra Rosa Luxemburg e Lenin (e successivamente tra Dzeržinskij e Lenin, come rileva Trotsky nella Storia della Rivoluzione Russa, nel capitolo “Riarmamento del partito”), polemiche in cui ha prevalso il secondo e a cui la storia stessa ha dato ragione. Forse dobbiamo scomodare Marx e la questione dell’Irlanda repubblicana: “Un popolo che ne opprime un altro non può essere libero”? Sembra assurdo dover rivangare ancora una volta questo scontro teorico, eppure il livello blando delle analisi poste in atto da numerosi raggruppamenti della Sinistra extraparlamentare continua a rasentare il ridicolo, tra chi liquida completamente la questione, pur di non assumere una posizione, negando l’esistenza delle nazioni o delle minoranze (sostenendo di fatto la discriminazione e la negazione delle rivendicazioni di una parte di essi e così facendo inasprendone di fatto la divisione) e chi sostiene opportunisticamente il diritto all’autodeterminazione sostenendo che è un principio che non si può applicare aprioristicamente a tutti i casi e utilizzandolo soltanto se è di comodo (il che potrebbe anche essere corretto, ma non è una giustificazione quando è utilizzato per negare completamente i diritti di popoli considerati “reazionari”, come i Ceceni o i sudtirolesi, come se ogni singolo componente di quelle popolazioni fosse associato all’estrema destra islamista o neonazista, e occultando la possibilità che le organizzazioni indipendentiste di queste minoranze abbiano virato in quella direzione anche, certo non solo, perché le organizzazioni operaie li hanno abbandonati completamente alle mire imperialiste e coloniali). 

Altra buona norma per i compagni sciovinisti sarebbe l’approfondimento delle posizioni delle parti in campo e delle rispettive posizioni. Quello ostile all’indipendentismo non ha ovviamente nulla a che fare con il movimento operaio, seriamente marxista e rivoluzionario. È composto in particolare dalla magistratura spagnola, dal Partido Popular (centro-destra), dal Partido Obrero Socialista (centro-sinistra), da Ciudadanos (centristi liberali), Vox (estrema destra), Podemos (Sinistra riformista, immeritatamente applaudito da diversi raggruppamenti della Sinistra nostrana, visti gli scarsi meriti) e neofascisti di vario stampo continuano a non lesinare nel reprimere il movimento (o nel ledere la libertà di espressione, come nel caso di Pablo Hasél). Izquierda Unida mantiene posizioni ambigue e il suo leader ha sfiorato il ridicolo all’epoca della dichiarazione di indipendenza quando ha affermato che “Non è coerente essere comunista e indipendentista: il comunismo è internazionalista”. Appunto, essere internazionalisti è, come diceva Trotsky nel suo scritto degli anni Trenta “E ora?”, sostenere e mobilitare le nazionalità oppresse. 

Per il Partido Popular è stato un fatto di ordinaria amministrazione porre all’ordine del giorno la “necessità” della repressione della ribellione del 2017. Il PSOE ha partecipato attivamente al sostegno della repressione e negato il possibile indulto dei prigionieri politici. Al solito, la cosiddetta Sinistra moderata non è più onesta della reazione, e ha affermato ai tempi del tentativo indipendentista che la legalità sarebbe tornata in Catalogna “con ogni mezzo necessario” (il solito spauracchio dei momenti di “anarchia” e di disordine). I borghesi di questo stampo hanno definito il tentativo indipendentista come “un atto criminale” (certo, criminale nei confronti degli interessi loro e dei fascisti), illegale (sicuro, rispetto ai codici legislativi scritti dai loro scribacchini e avvocatucoli, che continuano a fare uso di leggi d’origine franchista). 

Il Paìs titolava: «Il Parlamento di Catalogna consuma un golpe contro la democrazia, lo Stato si appresta a soffocare la insurrezione». Evidentemente il pestaggio di coloro che si presentavano alle urne al referendum del 2017 è da considerarsi un misericordioso atto democratico. I partiti di governo, in breve, inconsapevolmente sono la coerente continuità del regime franchista. 

Il panorama del movimento indipendentista è più interessante. I principali gruppi della borghesia, che hanno attirato l’attenzione di una buona fetta della classe operaia proprio grazie all’indipendentismo, Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya, continuano a stabilire e a ricercare negoziazioni con il governo del “socialista” Sánchez. Il referendum del 2017 infatti è stato convocato soltanto per via dell’intensa pressione delle masse su Puigdemont e sul suo governo, che invece erano intenzionati a concordare una soluzione con il regime di Madrid, questi partiti si sono poi resi protagonisti di un inglorioso voltafaccia. 

Junts, ufficialmente l’artefice del fallimentare tentativo indipendentista, non ha proposto nessuna forma di resistenza concreta dinanzi alla repressione che ne è scaturita, ha abbandonato in brevissimo tempo l’embrione di Stato indipendente e invece di operare per dare vita a mobilitazioni di massa in sua difesa ha posposto i suoi obiettivi alle successive elezioni indette dalla monarchia spagnola. Dopotutto che sorpresa c’è? Nel corso delle manifestazioni Junts ed Esquerra Republicana sono puntualmente contestati dal proletariato più combattivo, e non certo perché il proletariato è contro l’indipendenza del paese, ma perché desidera risolvere anche la questione sociale oltre che quella nazionale. Senza il proletariato rivoluzionario, il movimento indipendentista non andrà da nessuna parte, perché solo il proletariato rivoluzionario può farsi garante della difesa delle nazionalità oppresse e dell’internazionalismo. 

Del resto sono ovvie contraddizioni all’interno del movimento indipendentista: l’ala più a Sinistra ha una posizione corretta sulla questione nazionale, rifiuta il compromesso con le forze borghesi e spinge per la creazione di una “repubblica dei Paesi Catalani dei lavoratori e delle lavoratrici”, a differenza di quella più borghese e a destra (Junts ed Esquerra) che lottano semplicemente per l’indipendenza del paese ma senza convogliare seriamente in questo moto rivendicazioni più progressiste (fatta eccezione per l’ostilità nei confronti dell’ordinamento monarchico). Per esempio, sostengono l’ampliamento dell’aeroporto di Barcellona, mentre l’estrema Sinistra è chiaramente ostile a quest’operazione, visto che l’operazione nasce come effetto delle speculazioni e i danni ambientali che ne conseguiranno saranno ingenti (anche perché le aree scelte sono territorio protetto). 

Certo, la sinistra dello spettro indipendentista non è esente da errori gravi. La Candidatura d’Unitat Popular è una coalizione di forze anticapitaliste e indipendentiste catalane, che al momento detiene un buon numero di seggi al parlamento della Catalogna. È ricca di contraddizioni interne, tra una base manifestatamente avversa alla partecipazione ai governi della borghesia e una dirigenza che invece è tendente al riformismo e alla collaborazione, perseguendo l’accodamento della CUP a Junts ed ERC a fronte di una scarsa convinzione nel perseguire l’unità e la preponderanza dei lavoratori nel movimento. 

Purtroppo, le organizzazioni che non si pongono come ultima ruota del carro del fronte nazionale borghese e che sostengono queste soluzioni, le uniche praticabili per il proletariato, sono ancora deboli. I compagni di Izquierda Anticapitalista Revolucionaria – IZAR, Lluita internacionalista, Esquerra Revolucionària e Corriente Revolucionaria de Trabajadores, mantengono posizioni corrette e sostengono la costruzione di un partito marxista rivoluzionario non affetto dalle contraddizioni e ipocrisie di cui sopra e la fondazione della “Repubblicana catalana dei lavoratori”. 

Come fanno notare questi compagni, non saranno gli appelli all’Unione Europea e gli ambigui negoziati con il regime di Madrid a portare alla liberazione politica della Catalogna: l’unico mezzo per giungere a questo obiettivo è la mobilitazione di massa delle classi popolari, unica garanzia di una difesa efficace di fronte alla repressione. Il dialogo con il governo del PSOE, partito in cui diversi rappresentanti hanno mostrato il medesimo entusiasmo del Partido Popular e dei fascisti di Vox di fronte ai metodi “democratici” (o, per meglio dire, franchisti) per reprimere il popolo catalano in lotta, è assurdo anche solo a pensarsi: come si può dialogare con chi finge di porgere una mano mentre con l’altra sferra pugni? 

Il sottoscritto ha avuto modo di tastare personalmente il polso al movimento operaio e indipendentista catalano essendo vissuto nella città di Barcellona nel mese settembre. La città presenta una serie di problemi gravissimi che colpiscono direttamente le fasce più svantaggiate della popolazione, problemi derivanti soprattutto dal galoppante fenomeno della gentrificazione, che ha portato Barcellona a essere la città più costosa della Spagna, una delle più afflitte dal turismo di massa, dagli alloggi fatiscenti affittati a prezzi esorbitanti e dall’inquinamento. 

Nel corso di queste settimane ci sono state due manifestazioni significative, che sottolineano la discrepanza tra una base popolare decisamente più a sinistra delle dirigenze riformiste. La prima è stata la Diada Nacional de Catalunya. È la festa nazionale catalana, una delle poche con un carattere luttuoso al mondo. Si commemora l’abolizione delle istituzioni autonome catalane successiva alla conquista di Barcellona da parte dei borbonici, datata 11 settembre 1714. Quest’anno il corteo è stato imponente, dalle 400000 alle 500000 persone hanno occupato le ampie e lunghe strade, scandendo slogan e bandiere che si richiamavano anche a molte altre nazionalità in lotta contro l’imperialismo, il colonialismo e il nazionalismo (berberi, saharawi, canachi, palestinesi, sardi, baschi, galiziani, Igbo del Biafra e tanti altri). Massiccia la presenza di simboli che facevano riferimento anche ad altre lotte progressiste, in primis quelle femministe, LGBTQ+ e ambientaliste. Gli scontri con la polizia di per sé non sono stati particolarmente importanti o intensi, ma lo spezzone rappresentativo dell’estrema sinistra si è rivelato particolarmente combattivo e molti degli interventi si sono interessati a ribadire come per il movimento indipendentista sia necessario un chiaro orientamento anticapitalista, femminista, socialista ed ecologista; in breve, in molti rivendicavano l’unità tra le lotte e la matrice comune a questi problemi, il capitalismo. Unanimi a tutto il corteo sono state le parole d’ordine “llibertat presos politicos”: da tutti è condivisa l’avversione alle pesantissime condanne subite dai dirigenti indipendentisti borghesi, perché la lotta per cui questi borghesi sono stati condannati è comunque progressista e di avanzamento democratico. 

L’altra è stata la manifestazione contro il previsto ampliamento dell’aeroporto di Barcellona-El Prat, tenutasi il 19 settembre a cui hanno partecipato oltre cinquantamila persone. L’ampliamento dell’aeroporto è l’ennesima discutibile operazione della borghesia locale in consorzio con quella spagnola, che necessita degli investimenti da parte del settore pubblico (1.7 miliardi di euro) per beneficiare dello sfruttamento dell’ambiente e di forme di lavoro precario. Principali sostenitori? Niente meno che PSOE e Junts, con l’approvazione di ERC. 
L’ampliamento sarà un’ecatombe ecologica: comporta un forte incremento delle emissioni di CO2 e la rovina per il Parc Agrari del Baix Llobregat (che tutela l’ecosistema e la biodiversità locale), e tutto questo soltanto per fare un favore agli speculatori che si giustificano con il solito pupazzo di neve della creazione di posti di lavoro precari. 

Altre manifestazioni importanti tra settembre e ottobre sono state le proteste di fronte al consolato italiano per il rilascio di Puigdemont, una manifestazione antimonarchica il 30 settembre e l’anniversario piuttosto sentito del referendum del 2017, il primo ottobre. Si aggiungono gli sviluppi nelle mobilitazioni antifasciste: il 12 ottobre infatti le organizzazioni di sinistra hanno messo in campo diverse manifestazioni contro il Día de la Hispanidad, che celebra lo sbarco di Colombo nelle Americhe, il 12 ottobre del 1492 (poco da festeggiare, infatti) e il nazionalismo spagnolo, catalizzatore di tutte le peggiori tendenze reazionarie all’interno del regime iberico (sciovinismo anticatalano e antibasco, derive anti-LGBTQ+, sessismo patriarcale-maschilista, classismo borghese, razzismo e altri effluvi fognari). Infatti, i militanti hanno sottolineato che lo “spagnolismo è fascismo” e che la classe operaia catalana ha ben poco da festeggiare (non dovrebbe essere necessario ricordare le meraviglie delle politiche “culturali” spagnoliste, come la persecuzione legale di chi osava parlare in catalano, persino nel privato, e il genocidio dei popoli delle Americhe). 

Nei quartieri popolari invece continuano a resistere le occupazioni abitative e i centri sociali, e anche qui si nota la discrepanza tra le forze rivoluzionarie e i governi borghesi, più o meno autonomisti, di Barcellona. Come denuncia Alerta Solidària (un’organizzazione che opera contro la repressione sui militanti di sinistra), il governo della Catalogna ha di recente imposto 364 multe agli attivisti del movimento per il diritto alla casa, e molte di queste sono state commutate per via di azioni contro gli sfratti: l’ammontare totale si avvicina ai 200000 euro. 
Quali dunque i compiti del proletariato avanzato? La costruzione della Repubblica dei lavoratori di Catalogna. Rivendicare e agire per l’abolizione del debito verso le banche e la loro nazionalizzazione, l’esproprio delle grandi imprese sotto il controllo operaio, la cancellazione del precariato, la ripartizione del lavoro con la riduzione progressiva dell’orario a parità di paga. 

Compito dei comunisti rivoluzionari non è lagnarsi che non si può sostenere un movimento “nazionalista” (termine assai scorretto, visto che le piccole nazioni in lotta piuttosto aiutano a decostruire l’identità fittizia delle “grandi nazionalità” e il reale nazionalismo, professato dalle frange reazionarie e liberali), ma è penetrare in questi movimenti e costruire un’egemonia operaia al loro interno. La creazione di una Repubblica socialista catalana avrà non solo ripercussioni su tutta la penisola iberica, ma porterà anzi a sconvolgimenti in tutto il suolo europeo, un punto di rottura degli equilibri capitalistici e una possibile riscossa di tutto il movimento rivoluzionario internazionale, la messa in discussione dei valori che stanno dietro alle potenze imperialistiche fondate sull’oppressione delle nazionalità “minorizzate” (e questo non ha nulla a che spartire con i cosiddetti sovranisti, che perseguono la presunta “indipendenza” di queste potenze restando in un’ottica di sudditanza alle proprie borghesie e ignorando del tutto le minoranze). Poco importa delle leggi, della costituzione o di altri elementi che sembrano rivelarsi ostacoli insormontabili agli occhi dei riformisti: se i marxisti rivoluzionari non sono capaci di andare al di là dei prodotti degli scribacchini al servizio dei regimi, allora molto probabilmente non si tratta di marxisti rivoluzionari ma della loro ombra macilenta. Qualunque sia l’arma impugnata dall’oppressore, un esercito o una costituzione che sia, va ugualmente combattuto impiegando tutte le energie a disposizione. 

A dividere i lavoratori non sono i movimenti indipendentisti progressisti, ma l’insistenza degli sciovinisti a “condannare” questi movimenti, a voler gettare un discrimine tra il diritto all’indipendenza della propria nazionalità a scapito di quella degli altri, gettando in pasto alla borghesia e alla peggio reazione importanti settori del proletariato che sono interessati a questa lotta. Battere i pugni insistendo che, anche giustamente, l’indipendenza senza socialismo costituirebbe al massimo un poco proficuo cambio di padrone, è sterile; l’obiettivo di tutte le organizzazioni rivoluzionarie è l’avviamento della rivoluzione socialista nel territorio liberato per rilanciare i principi rivoluzionari e di liberazione in tutto il continente. Insomma, a separare i lavoratori non sono le rivendicazioni delle piccole popolazioni, ma gli interessi corporativi e dei capitalisti. 

Per i rivoluzionari è necessario, all’interno del quadro indipendentista, lottare per portare l’egemonia della classe proletaria all’interno del movimento indipendentista e repubblicano, per dare vita alla Repubblica socialista di Catalogna e in seguito gli Stati socialisti d’Europa, a cui non si può puntare senza prima realizzare la piena applicazione del diritto di autodeterminazione a tutte le nazionalità. Insomma, quello che non stanno facendo Podemos e Izquierda Unida (per cui il referendum è stata una “provocazione irresponsabile”) che hanno invocato il solito spettro di un dialogo di che non può esistere tra chi reprime e chi è represso (e quando c’è si tratta di un mero inganno per gli oppressi). 

La pratica nell’immediato? Diffondere la propria propaganda e agitazione all’interno del movimento, puntare allo sciopero generale ed esteso a tutta la popolazione dello Stato spagnolo, costruire comitati operai, studenteschi e popolari, puntare alla nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle banche e delle imprese che delocalizzano. 

Dalla Catalogna agli Stati Uniti socialisti d’Europa. Viva l’autodeterminazione dei popoli e la rivoluzione comunista internazionale!

Alessio Ecoretti

Dal sito del PCL