Nella gerarchia del potere medievale i vassalli erano coloro che, da uomini liberi, si sottomettevano a un signore al quale garantivano fedeltà e appoggio militare in cambio di benefici economici e protezione.

Seppur in forma ovviamente diversa la funzione che i tre segretari generali di CGIL CISL UIL stanno agendo nei confronti di Draghi e della sua corte ben si adatta al ruolo di vassalli.

Lo sciopero generale è divenuta un’arma spuntata e poco credibile nelle mani di organizzazioni che ormai vivono di legittimazione padronale più che di consenso delle lavoratrici e dei lavoratori e che, soprattutto, devono gran parte delle loro entrate e comunque della capacità di sopravvivenza dei loro apparati alla giungla di enti bilaterali, patronati e quote di servizio.

Il livello di compromissione è tale che francamente risulta persino controproducente rivendicare l’apertura da parte loro di una stagione di conflitto se non supportata da una del tutto improbabile radicale svolta strategica, da una vera rottura sul piano politico e contrattuale.

Draghi e il padronato sanno benissimo quale sia la reale condizione di CGIL CISL UIL.

Eppure i provvedimenti del governo Draghi sono andati persino ben oltre le più raccapriccianti ambizioni e aspirazioni del padronato italiano, quantomeno di quello personificato dal modesto Bonomi, per assumere un segno inequivocabile di restaurazione dell’ultraliberismo, dopo la breve e peraltro contraddittoria e incolore stagione che fu dei 5stelle.

Il sistema di protezione sociale che emerge dalla manovra economica è sempre più rivolto al privato. Non solo per il ruolo nefasto che viene assegnato ad agenzie private di collocamento che avranno come unico reale obiettivo quello di reperire a condizioni ignobili manodopera a basso costo per imprese compiacenti, in diretta concorrenza con il ruolo delle agenzie interinali che da tempo fungono come centri per l’impiego.

Lo stesso reddito di cittadinanza è sempre più un assegno alternativo allo stato di disoccupazione, una sorta di ammortizzatore sociale legato e subordinato al lavoro. Assai distante dall’obiettivo di garantire un reddito, appunto, di cittadinanza, fondato sul diritto ad una esistenza dignitosa.

La furibonda e reazionaria campagna contro il reddito di cittadinanza ha ottenuto questo, per loro ambito, rovesciamento di senso.

Il vero capolavoro di Draghi è tuttavia quello sulle pensioni. Prima richiama in servizio il ministro probabilmente più ricordato nelle imprecazioni popolari della storia della Repubblica, Elsa Fornero, ovvero colei che si è incaricata, dopo tante manomissioni, di scardinare il sistema pensionistico e cancellare la pensione da lavoro. Un umiliante schiaffo preventivo

Poi, sfruttando appieno la campagna mediatica sull’insostenibilità delle pensioni, ha cancellato Quota 100.

Molti, purtroppo pure a sinistra, hanno dimenticato che anche quel provvedimento non aveva cancellato o rimosso la Fornero ma semplicemente realizzato, ed è stato un bene, delle pur limitate finestre di uscita – udite udite – anticipata.

La pensione è, almeno per le generazioni che hanno iniziato a lavorare prima del 1993 ed in particolare per chi lavora nelle fabbriche, non un diritto ma il Diritto. La misura della dignità del proprio lavoro, la cartina di tornasole del grado di civiltà di un paese. Per le generazioni successive la possibilità di raggiungere e ottenere una pensione pubblica decente è ormai un’ipotesi del tutto chimerica.

Nel 2011, la complice approvazione da parte di CGIL, CISL e UIL, con le famose tre ore di sciopero, della socialmente criminale riforma Fornero, segnò una rottura violenta tra i vertici sindacali e il lavoro. Una perdita di credibilità che negli anni si è approfondita in maniera abnorme e che spiega, in buona parte, il grado di passività sociale di oggi.

L’abolizione della quota 100, mediata o meno che sia, è parte del piano di ulteriore cessione di ruolo dello Stato ai privati. E’ facile immaginare una ripresa della campagna sulla previdenza cosiddetta integrativa ma che integrativa non è.

Eppure mai come oggi il governo poteva contare su enormi risorse aggiuntive al bilancio dello Stato, per quale ragione invece si riduce il sistema di protezione sociale pubblico?

La ragione è semplice quanto dura da accettare: le pensioni, i salari, la precarietà, la sanità pubblica, non siamo davanti a controriforme dettate da una presuntamente oggettiva necessità economica, ovvero dalla globalizzazione dei mercati, dall’invecchiamento della popolazione o dal crescente debito pubblico.

No, quelli sono solo pallidi pretesti. Tutto è parte di un disegno organico di radicale ridefinizione delle funzioni dello Stato, del pubblico, del rapporto tra capitale e lavoro.

Noi lo denunciamo e lo sappiamo da tempo, tuttavia nel momento in cui si discute di come utilizzare centinaia di miliardi di euro aggiuntivi del PNNR colpisce che per salari, pensioni, sanità, sia ancora la fase uno, quella delle vacche magre.

La burocrazia sindacale CGIL spiegava nei primi anni 2000, a sostegno dei sacrifici chiesti dall’Europa, che bisognava inevitabilmente passare dalla prima fase del risanamento alla “fase due”, quella del benessere diffuso. Una panzana già all’epoca.

Evidentemente il carattere palesemente regressivo e padronale della manovra non è sembrato abbastanza per testimoniare anche solo sul piano dell’immagine almeno uno scatto di dignità dei tre segretari di CGIL, CISL e UIL.

Resta la finta mobilitazione della FIOM: un colpo ad effetto sul piano simbolico, almeno per il nostro piccolo mondo, ma che vale zero sul piano politico e sociale. E’ almeno da un decennio che la Fiom copre la parte “movimentista” del mondo CGIL con un occhio rivolto alla sinistra politica. Ma è anche mossa dalla concreta preoccupazione di perdere ciò che resta del rapporto con i lavoratori.

Mai come in questo caso il pacchetto è tuttavia solo un piccolo “pacco”…

Tutti sanno che in gran parte del paese non ci saranno mobilitazioni e che in ogni caso non avranno nessun valore sul piano generale. Oltretutto se ci fosse una reale mobilitazione dovrebbe essere letta come contrasto al segretario generale Landini, considerato il suo immobilismo. Ma palesemente Landini, pur se promosso a più alto incarico, continua a governare la FIOM come fosse ancora cosa sua. Il resto sono congetture e fischi per fiaschi di chi ha bisogno di abbellire la realtà.

Il sindacalismo combattivo è riuscito a andare oltre lo sciopero dell’11 ottobre mantenendo lo spirito unitario ed è un fatto straordinariamente positivo. La manifestazione del 30 ottobre contro il G20, le diverse iniziative di lotta su ambiente e contro Bolsonaro hanno segnalato una buona partecipazione, non sufficiente certo per poter affermare che si è aperta una fase nuova, ma si sono misurate con la dura repressione delle forze dell’ordine.

Elemento quello della repressione che utilizza strumentalmente il gravissimo attacco alla sede della CGIL ed il movimento no green pass per impedire l’esercizio del conflitto. Denunciamo la gravità della decisione del prefetto di Trieste (e analogamente di altri prefetti) di impedire la piazza sino al 31 dicembre, un atto autoritario e totalmente immotivato. Così come denunciamo il quotidiano stillicidio di azioni repressive contro i picchetti e contro le azioni di protesta peraltro sempre pacifiche di lavoratrici e lavoratori di tante aziende.

Ovviamente la mobilitazione unitaria paga un prezzo altissimo alla passività generale di questa fase e non potrebbe essere altrimenti.

Occorrerebbe andare oltre al semplice cartello di lotta e ragionare su processi reali di unità tra le diverse organizzazioni. Un’occasione su tutte potrebbe essere il prossimo rinnovo delle RSU nel pubblico impiego. Sarebbe incomprensibile arrivare al voto con l’attuale frammentazione, con il rischio di regalare ad altri, ai soliti, la rappresentatività.

Sappiamo che il percorso unitario per lo sciopero generale è stato assai complicato per usare un eufemismo, tuttavia se non ci si misura con i processi reali non c’è futuro per nessuno.

Non ci si può cullare della propria forza in un’impresa o in un singolo settore. Lo spazio per il sindacalismo aziendale esiste e esisterà sempre.

Quello che deve conquistare il sindacalismo combattivo è un suo ruolo generale, è la capacità di pesare sui processi reali, di incidere sull’agenda politica e sociale dei governi.

Senza quel ruolo continueremo a raccontarci con spirito più o meno critico, più o meno radicale, le malefatte del governo e dei padroni, senza però invertire minimamente la tendenza.

Da union-net.it