di Cristina Tuteri

Ogni guerra ha le sue retoriche e menzogne per potersi giustificare e rappresentarsi al mondo, la guerra in Afghanistan ha utilizzato le donne, i loro corpi e il loro diritto alla libertà come forse nessuna guerra è riuscita a fare.

Diventa quindi urgente e necessario ricostruire un quadro reale, osservare e rivelare le dinamiche e le responsabilità di quel che è successo in quel paese soprattutto dal punto di vista delle libertà delle donne.

Nonostante la guerra contro il terrorismo in nome della democrazia e della libertà delle donne sia stata la falsa motivazione propagandistica per l’attacco, bisogna sapere che gli USA hanno per anni sostenuto il Pakistan nella creazione di migliaia di scuole religiose in cui si sono formati i talebani. Bisogna ricordare che Bin Laden è stato un interlocutore privilegiato della CIA, e che anche dopo l’invasione e durante, gli occupanti USA hanno continuato a sostenere diverse frange fondamentaliste sempre presenti nel Paese.

Dal 1987 al 2001 la popolazione afghana tutta, ma soprattutto le donne, è stata annientata ed abbrutita, prima sotto le catene e le atrocità dei fondamentalisti dell’Alleanza del Nord, poi sotto quelle dei talebani. Durante questo periodo i governi occidentali hanno lavorato con i fondamentalisti per tutelare svariati interessi, primo fra tutti l’estensione degli oleodotti dall’Asia Centrale fino ai porti accessibili per l’imbarco, incuranti dei diritti umani e dei principi democratici.

Subito dopo l’11 settembre l’esercito USA è entrato in azione per punire i suoi ex alleati, e l’Afghanistan già prigioniero affamato ed impoverito è stato bombardato dai più avanzati e sofisticati armamenti, innumerevoli le vittime civili ma senza colpire significativamente le risorse combattenti talebane.

L’oppressione delle donne afghane è stata utilizzata come una delle motivazioni per abbattere il regime talebano, ma, dopo il suo crollo, la situazione nel paese è rimasta tragica, anzi aggravata dalla presenza delle truppe occupanti. La spirale guerra/terrorismo ha dato il meglio di sé rendendo l’intera regione un vero inferno.

In tutti gli anni di occupazione le truppe militari occidentali e l’autorità agita dagli eserciti privati dei signori della guerra, in diverse aree del paese, e le lotte tra fazioni e gruppi hanno causato un peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Il continuo stato di instabilità del paese ha aggravato la condizione di insicurezza delle donne e la violazione dei loro diritti. In questo contesto, e in assenza di un sistema di giustizia gestito in modo centrale e trasparente, le donne hanno subito di tutto. Durante gli anni di occupazione le donne hanno continuato a subire abusi, sono state rapite violentate e indotte alla prostituzione, costrette a sposarsi per sistemare economicamente le loro famiglie indebitate e impoverite e imprigionate per essere fuggite da matrimoni forzati.

Centinaia di casi di autoimmolazione vengono riportati da RAWA, associazione femminista rivoluzionaria delle donne afghane.

Dal ritiro degli USA in agosto abbiamo avuto una campagna corale dei media internazionali su come la libertà delle donne afghane potesse subire una battuta d’arresto tornando sotto il giogo dei talebani.

E di nuovo l’utilizzo abominevole dei corpi e delle libertà delle donne per giustificare stavolta non la fuga, più che il ritiro degli USA, ma gli accordi di Doha, che restituiscono l’Afghanistan ai talebani senza mostrare il minimo scrupolo per i diritti umani e le libertà delle donne.

Dopo l’enorme devastazione della guerra, gli USA senza colpo ferire restituiscono il paese e le sue vite ai fondamentalisti.

Nulla a che vedere con il ritiro delle truppe chiesto dal movimento contro la guerra in quegli anni.

Il ritorno sotto i talebani non è irrilevante per le donne afghane, è e sarà una vera tragedia dopo la tragedia, esponenziale.

Bisogna denunciare la realtà di quel che sta accadendo in Afghanistan e constatarne il disastro, e bisogna, proprio per questo, dire che la nuova propaganda del ritiro a seguito degli accordi di Doha, non può restituirci un Afghanistan con donne che studiano e lavorano durante l’occupazione occidentale grazie alla democrazia esportata con le armi.

Nessuna liberazione è stata garantita, l’87% delle donne afghane è ancora analfabeta. Le donne che hanno avuto la possibilità di studiare e lavorare sono un’esigua minoranza usata dall’occidente per dimostrare il successo dell’occupazione.

Ma è innegabile che la situazione dell’intero paese e delle donne peggiori drasticamente con il ritorno dei talebani al potere.

L’effetto accumulo di 20 anni di guerra e occupazione militare e il ritorno del regime talebano portano il paese sull’orlo della catastrofe umanitaria.

Si prevede un ritorno pesante della mortalità per denutrizione e povertà, il peggioramento verticale delle pochissime agibilità delle donne.

C’è l’associazione RAWA che resta con le donne afghane, che lavora in clandestinità per garantire la sicurezza del gruppo.

Attraverso il loro lavoro e la loro mobilitazione concreta sappiamo che, nonostante questo disastroso panorama, le donne afghane hanno avuto la forza e la determinazione di mobilitarsi e di scendere in piazza.

Forme diverse di resistenza delle donne si stanno verificando in tutto il paese, più visibili nelle città grandi.

In questi anni le donne di RAWA hanno lavorato per creare una forte consapevolezza politica tra le donne afghane che sono riuscite a raggiungere, organizzando corsi di alfabetizzazione, costruendo scuole, lavorando nei campi profughi e costruendo reti di contatti internazionali.

La loro resistenza continua oggi in questa fase gravissima.

Noi siamo con loro, non le lasciamo.

Attraverso Il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane possiamo sostenerle ed aiutarle, possiamo far sentire la loro voce.