IN GRAN BRETAGNA LE GRANDI ORGANIZZAZIONI SINDACALI SI VANNO SCHIERANDO E MOBILITANDO

Gianni Sartori

Il 21 ottobre, con la giornata dedicata alle questioni internazionali, ha avuto ufficialmente inizio la conferenza annuale del maggior sindacato britannico, Unite the Union (1,3 milioni di iscritti).

Tra le prime iniziative, una dichiarazione a favore della scarcerazione dell’esponente curdo Abdullah Ocalan (rinchiuso in condizioni indegne ormai da 22 anni) e per una soluzione politica democratica della cosiddetta “questione curda”. Inoltre i presenti (700 delegati dal Regno Unito e dall’Irlanda del Nord che inalberavano centinaia di ritratti del famoso prigioniero politico) hanno richiesto che il partito da lui fondato, il PKK, venga tolto dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Tra coloro che mostravano il volto del leader curdo incarcerato anche Sharon Graham, nuovamente eletta segretario generale.

Ricordo che la campagna internazionale “Libertà per Ocalan” è stata avviata nel 2016 dalla dichiarazione di Unite the Union e della General Trade Union alla Camera dei comuni.

Attualmente vi aderiscono UNITE, GFTU, PCS, GMB, RMT, FBU, EIS, TUC (nel settembre 2018 migliaia di delegati di questo sindacato – Trade Union Congress – avevano aderito all’unanimità in occasione del 150° congresso), ASLEF, THOMPSONS SOLICITORS, PROSPECT, TSSA, CWU, USDAW e NEU. Un folto gruppo di organizzazioni sindacali con milioni di aderenti.

Oltre che assai rilevante tale notizia sembrerebbe di buon auspicio. Non dimentichiamo – per analogia – che quando nei primi anni ottanta molte organizzazioni sindacali di massa britanniche e irlandesi (ma lo steso avveniva in Francia e anche in Italia, sia con la CGIL che con la CISL) cominciarono a mobilitarsi per la liberazione di Nelson Mandela e per una soluzione politica del conflitto – dovuto all’apartheid – in Sudafrica, le cose cominciano a muoversi sempre più rapidamente. Uscendo dall’ambito nazionale per diventare una questione di portata mondiale.

Avverrà lo stesso per il popolo curdo? C’è da augurarglielo.

Gianni Sartori