Ripubblichiamo, dal quotidiano on line spagnolo “Público”, un articolo di Mónica Oltra, che dà la sua opinione sulla proposta di cambiamento del codice penale spagnolo, che finora considerava violenza sessuale solo i casi in cui, da parte della vittima, ci fosse stata “resistenza fisica” all’aggressione. L’espressione “sì è sì” si riferisce al ribaltamento, di cui si discute in questi giorni nello Stato Spagnolo, dello slogan femminista “no è no”. Una riflessione da estendere a tutto il dibattito femminista (che non vuol dire riservato solo alle donne, anche se è ovvio che i maschi “femministi” dovrebbero mantenersi, per così dire, in seconda linea), soprattutto in un paese, come l’Italia, in cui il peso delle tradizioni sessuofobiche di matrice cattolica è ancora molto forte. (Traduzione di Flavio Guidi)

Non solo "sì è sì". "Voglio scopare con te" è anche sì. Anche "Vorrei fare sesso con te" è sì. "Ho una fantasia sessuale che voglio esplorare con te" è anche sì. "Mi piace il sesso orale, vuoi che proviamo?" È anche sì. Questi e molti altri sono anche modi per dire sì, ma a differenza del "solo sì è sì" non privano noi donne di esprimere il nostro desiderio e di prendere l'iniziativa nei rapporti sessuali.

Detto questo, ovviamente concordo sulla necessaria modifica del Codice Penale per cui la mancanza di consenso e non la resistenza fisica determina quando c'è un'aggressione sessuale. Occorre eliminare come requisiti per determinare se c'è una violazione la prova infame, per definizione soggettiva, per dimostrare che c'è stata violenza o intimidazione. Prova che, ad esempio, nei casi di "sottomissione chimica" che non lascia traccia fisica, è impossibile e inutile. Finora, tutto corretto.

Penso anche che dovrebbe continuare a esserci una graduazione nelle tipologie penali e nelle pene in base alla diversa gravità che esiste nei crimini contro la libertà sessuale, perché, no, uno stupro di gruppo non è la stessa cosa di farsi toccare il culo in autobus. E credo anche che si debba tenere conto della realtà sociologica che ha ancora una volta rivelato l'ultimo studio della Delegazione di Governo contro la violenza di genere, la cui macroindagine conferma che la stragrande maggioranza delle violazioni, l'81,2%, non si verifica in terre desolate oscure da parte di estranei, ma nell'ambiente intimo e fidato della vittima.

Ora, tenuto conto che il diritto penale è l'ultima ratio dell'ordinamento giuridico e questo determina il principio di minimo intervento del diritto penale, a mio avviso l'insieme delle politiche pubbliche di contrasto alla violenza sessuale deve andare ben oltre. Inoltre, le politiche pubbliche di ogni tipo saranno più decisive nell'eliminazione della violenza contro le donne di tutte le norme penali di questo mondo
: educative, di stimolo di quadri egualitari nella vita pubblica e privata, il prestigio delle relazioni interpersonali egualitarie o la promozione della mascolinità non tossica., 
Ciò opera in questo modo perché l'osservanza del codice penale non dipende dal grado della punizione, ma dal grado di adesione alla norma. In altre parole, le persone non uccidono, non perché andranno in prigione, ma perché è male farlo. Uccidere è sbagliato ed è questa convinzione e posizione morale e non la possibile punizione che, in generale, ci impedisce di uccidere un'altra persona.

Tuttavia, trasferire la dialettica di ciò che dovrebbe essere circoscritto nella sfera criminale al discorso femminista nel suo insieme mi sembra profondamente sbagliato. Il messaggio "solo sì è sì" come discorso o storia femminista globale trasforma noi donne in un semaforo la cui missione è cedere il passo o meno. Di conseguenza fa il  degli uomini i soli depositari del desiderio.

A loro li riconosce come soggetti del desiderio, a noi concede il diritto al consenso. In cosa ci converte questo? Cancellare i nostri desideri, fantasie, libertà, iniziative o audacie non è davvero una cancellazione delle donne come esseri umani liberi e consapevoli? Che messaggio invia questo alle ragazze adolescenti? Che la sessualità è cosa da maschi e che devono pensare molto bene se vogliono o meno accedere al "loro" desiderio?


Mi ricorda quella vecchia frase: "Figlia mia, fatti valere, che non ottenga ciò che vuole la prima volta". Un “consiglio” che tante generazioni di donne hanno dovuto ascoltare e che ha fatto capire chiaramente chi ha il diritto di desiderare. Ci aliena dal piacere, dalla felicità che producono i rapporti sessuali, dalla curiosità di esplorare, di discernere cosa ci piace e cosa non ci piace e imparare ad esprimerlo. Ci separa dall'assertività. Ci invia un messaggio inequivocabile: il sesso è una competenza dell'uomo e ti sarà sempre ostile. Ci allontana dall'imparare a gestirci senza complessi o paure in un ambito della vita che lasciamo a loro, come tanti altri.

Il "solo sì è sì" lancia un messaggio subliminale pericoloso per l'uguaglianza e cioè: tocca a te dire di no perché è uno spazio per gli uomini, ma ehi, puoi dire di sì e sopportarne le conseguenze. Non dovremmo chiederci quanto pesa il condizionamento preventivo sulla capacità di iniziativa delle donne quando ciò che ci si aspetta da noi, o meglio, ciò che il patriarcato si aspetta da noi, è che diciamo di no, perché è così che ci facciamo valere? Abbiamo dimenticato gli "aggettivi" che molte donne devono sentirsi lanciare addosso quando esercitano la loro libertà, seguono il loro desiderio e costruiscono i rapporti e le pratiche sessuali che piacciono loro?

E mi chiedo quando il femminismo è passato dal bruciare reggiseni all'indossare cinture di castità? Quando si è imbarcato sulla Mayflower?* Non dovremmo essere occupate a costruire un discorso o una storia femminista che ci dia potere nel campo delle relazioni sessuali? Perché anche se accettassimo la premessa che si tratta di un'arena dominata dagli uomini, non dovremmo incoraggiarne la conquista come abbiamo fatto in tante altre aree dominate dagli uomini? Il discorso non dovrebbe concentrarsi sulla libertà e sulla rivendicazione del proprio desiderio in contrapposizione alla subordinazione al desiderio o alle aspettative dell'altro? Non dovremmo incoraggiare ad esplorare ed esprimere il nostro desiderio e farlo valere? Non dovremmo trasferire l'idea che affermare noi stesse è affermare i nostri desideri e fornire gli strumenti per questo apprendimento? Non dovremmo trasmettere che il sesso è un'area di piacere per noi?

Pertanto, e considerato lo sforzo che è stato fatto per denunciare le aggressioni sessuali, considerata la volontà dello slogan "Solo sì è sì", sarebbe necessario mostrare ciò che si vuole veramente ottenere; la libertà di esprimere i nostri desideri nelle relazioni egualitarie cambiando il messaggio in: Anche "io voglio" è "sì".

Insomma, penso che il femminismo dovrebbe recuperare un discorso basato sulla libertà sessuale attiva e non reattiva. Rivendicare l'iniziativa delle donne di fronte al ruolo ridotto di attesa e risposta alla sua [del maschio] iniziativa. Mettere al centro il diritto al desiderio e al piacere femminile. Smettere di concentrarci in modo ristrettivo sui pericoli che potremmo incontrare lungo il percorso, per fornire strumenti per evitarli. Restituirci al ruolo di soggetti del desiderio e non solo di oggetti del desiderio che il patriarcato ci riserva: questo per me è l'obiettivo.

Mónica Oltra

*Il Mayflower era la nave su cui si imbarcarono i puritani (notoriamente ancor più sessuofobici dei cattolici) per andare a vivere in America nel XVII secolo.