(Gianni Sartori)


Qualcuno – forse Clemenceau – aveva detto che “chi non è stato anarchico a sedici anni non ha cuore”. Sorvolo sulla seconda parte della frase (a mio avviso più discutibile). Osservo invece – di passaggio – che nel 2014 Abtin Parsa aveva appunto sedici anni.
All’epoca venne arrestato dall’IRGC (il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica) per aver osato pronunciare un discorso anti religioso e anti statale nella sua scuola, il liceo “Shahid Chamran” a Zarqan. Su questa esperienza ha lasciato una precisa testimonianza sostenendo di essere stato torturato “per il mio ateismo e per la mia posizione anti-governativa”. La sua testa veniva sbattuta per ore su una tavola di ferro e minacciavano di violentarlo con una bottiglia in vetro se non avesse accettato di sottoscrivere ciò di cui lo accusavano. Abtin aveva saputo indicare il probabile nome del suo aguzzino, Seyed Jaàfari (o almeno, aggiungeva “era così che lo chiamavano”). Raccontava anche della sorte toccata ad altri prigionieri, in particolare di ragazze che sarebbero state violentate dai Guardiani della Rivoluzione. E di averne potuto ascoltare quotidianamente le grida e i lamenti in quanto la sua cella era vicina alla stanza delle torture. Più volte ebbe la tentazione di suicidarsi per la disperazione. Ma spiegava di aver voluto resistere per poter raccontare quanto aveva visto e vissuto.
Una volta scarcerato, dopo un anno e mezzo di detenzione, venne costantemente sottoposto a pressioni, controlli e angherie. Tanto che nel 2016 aveva cercato rifugio in Grecia. In varie occasioni Teheran aveva richiesto alla Grecia di rispedirlo indietro. Non solo. Abtin ha ricevuto numerose minacce di morte da parte di personaggi e organizzazioni affiliati al regime islamico, in particolare dopo le proteste che avevano attraversato il Paese nel 2017. Avendo egli espresso solidarietà ai manifestanti con un video, dopo qualche giorno il suo messaggio veniva trasmesso dalla televisione iraniana completamente manipolato. Tanto da sembrare che il giovane libertario incitasse i manifestanti a utilizzare esplosivi: un falso spudorato.
Nel 2017 Abtin aveva ottenuto un asilo politico valido per tre anni. Nello stesso periodo si era unito alle lotte dei gruppi libertari radicali e nel 2018 venne fermato dalla polizia greca e picchiato duramente (oggi si ritrova con alcune vertebre incrinate).
Successivamente venne arrestato per il possesso di un’arma (in realtà pare si trattasse di un semplice tagliacarte). Essendosi rifiutato di fornire le impronte digitali (per solidarietà con i migranti) era stato condannato a tre mesi di carcere.Nel novembre 2019 la sua abitazione veniva perquisita nell’ambito dell’inchiesta su Autodifesa Rivoluzionaria e tutta la documentazione inerente la domanda di asilo politico sequestrata.
Nel febbraio 2020 si era deciso a lasciare la Grecia e chiedere asilo politico nei Paesi Bassi. Nel marzo 2020 subiva un nuovo arresto, stavolta dalla polizia olandese, per aver organizzato una sollevazione di migranti. Per tale reato rischia fino a cinque anni di prigione. Ma il problema principale resta un altro, quello di venire estradato prima in Grecia e poi in Iran dove la sua sorte – come è facilmente intuibile – sarebbe segnata.
Recentemente le federazioni anarchiche dell’Iran e dell’Afghanistan avevano indetto una settimana di solidarietà internazionale (dal 12 al 19 luglio) per impedirne l’estradizione.
Invano a quanto pare.
Infatti l’8 luglio l’Olanda ha già compiuto il primo passo rigettando la richiesta di Abtin, ossia che la procedura della sua estradizione in Grecia venisse sospesa. Esiste quindi il pericolo concreto che venga estradato entro breve tempo.Gianni Sartori