di Samuel Farber*

Le proteste di strada scoppiate in tutta Cuba l’11 luglio sono un evento senza precedenti dal trionfo della rivoluzione cubana più di 60 anni fa. Ma perché ora? Questo nostro scritto esplora i fattori storici, economici e politici che aiutano a chiarire le cause dell’11 luglio a Cuba, esamina il ruolo degli Stati Uniti e riflette brevemente sul futuro di Cuba.

Domenica 11 luglio sono scoppiate proteste di strada a Cuba. A differenza della grande manifestazione del 1994, che era limitata al Malecón, la lunga strada a più corsie dell’Avana che si affaccia sul Golfo del Messico, la manifestazione dell’11 luglio ha avuto una portata nazionale. Le manifestazioni si sono svolte in molte città, tra cui Santiago de Cuba a est, Trinidad nel centro dell’isola e L’Avana a ovest. Il crescente accesso ai social media sull’isola ha avuto un ruolo importante nella rapida diffusione delle proteste; non sorprende che il governo abbia immediatamente sospeso l’accesso ai siti di alcuni social media e bloccato le chiamate telefoniche dall’estero.

La presenza in strada e la partecipazione di donne e uomini di colore era notevole ovunque. Questo non è sorprendente dato che i cubani di colore sono molto meno propensi a ricevere rimesse in valuta pregiata dall’estero, anche se più del 50% della popolazione riceve un certo sostegno finanziario attraverso questo canale. Le rimesse sono diventate fondamentali per la sopravvivenza a Cuba, in particolare perché il numero di articoli disponibili nella razione sovvenzionata pagata in peso è diminuito costantemente. I cubani di colore sono stati anche vittime del razzismo istituzionale nella crescente industria del turismo, dove i lavori visibili in “prima linea” sono principalmente riservati a uomini e donne bianchi e dalla pelle chiara, considerati più “attraenti”.

I manifestanti non hanno appoggiato o sostenuto nessun programma o ideologia politica, a parte la richiesta generale di libertà politica. La stampa ufficiale cubana sostiene che le manifestazioni sono state organizzate dall’estero da cubani di destra. Ma nessuna delle richieste associate alla destra cubana è stata ripresa dai manifestanti, come, ad esempio, il sostegno a Trump che si sente spesso nel sud della Florida e in alcuni circoli dissidenti a Cuba. E nessuno ha chiesto l’”intervento umanitario” sposato dai “Plattisti” (l’emendamento Platt, approvato dal Congresso nel 1901 e abolito nel 1934, dava agli Stati Uniti il diritto di intervenire militarmente a Cuba), come ha fatto il biologo Ariel Ruiz Urquiola [di Ginevra], lui stesso vittima della repressione governativa per il suo attivismo ecologico indipendente.

I manifestanti hanno parlato della carenza di cibo, medicine e beni di consumo essenziali, hanno chiamato il presidente Díaz-Canel un singao– un’espressione che a Cuba si traduce in inglese come “fucked” riferito a una persona meschina e malvagia… e hanno cantato “patria y vida” (patria e vita). “Patria y Vida” è il titolo di una canzone rap molto popolare e sottile di un gruppo di rapper cubani di colore (disponibile su YouTube). Ho dovuto vedere e sentire questa canzone più di una dozzina di volte per poterla apprezzare e per cercare i suoi significati espliciti e impliciti, anche nei suoi silenzi e ambiguità.

Patria y Vida” è in contrasto con il precedente slogan del governo cubano “Patria o Muerte” (“Patria o morte“). Mentre questo slogan poteva avere un senso negli anni 1960, quando Cuba affrontava vere e proprie invasioni, rasenta l’oscenità quando viene pronunciato da burocrati di seconda generazione. È certamente giunto il momento di mettere in discussione il culto maschilista della violenza e della morte del regime, e questa canzone lo fa molto bene.

Ma cosa significa ripudiare implicitamente il 1959, il primo anno della rivoluzione vittoriosa, come fa la canzone? Non c’era un sistema di tipo sovietico a Cuba all’epoca e il 1959 non è equivalente ai fratelli Castro. Molte persone di convinzioni politiche molto diverse hanno combattuto e sono morte per realizzare la rivoluzione che ha rovesciato la dittatura di Batista. La canzone esprime molti importanti sentimenti democratici contro l’attuale dittatura cubana, ma è tristemente silenziosa sull’alternativa desiderabile, lasciando spazio ai peggiori elementi di destra e pro-Trump nel sud della Florida che possono così schierarsi dietro di essa come se fosse loro.

Fedele alla forma, il presidente Díaz-Canel ha invitato i “rivoluzionari” a tenersi pronti alla battaglia e a uscire per contendere le strade ai manifestanti. In realtà, è stata la polizia in uniforme, la Seguridad del Estado (la polizia segreta) e le Boinas Negras (berretti neri, le forze speciali) a rispondere con gas lacrimogeni, pestaggi e centinaia di arresti, tra cui diversi militanti critici di sinistra del governo. Secondo un rapporto della Reuters del 21 luglio, le autorità hanno confermato di aver iniziato i processi ai manifestanti accusati di vari reati, ma lo hanno negato secondo un altro rapporto della stampa del 25 luglio. Si tratta di processi sommari, senza la presenza di un avvocato difensore, una modalità usata di solito per violazioni minori a Cuba, ma che in questo caso comporta la possibilità di anni di prigione per i condannati.

La maggior parte delle manifestazioni sono state segnate dalla rabbia, ma sono state generalmente pacifiche e solo in pochi casi i manifestanti si sono comportati in modo violento, con alcuni saccheggi e il rovesciamento di una macchina della polizia. Tutto ciò in netto contrasto con la violenza spesso mostrata dalla polizia. Vale la pena notare che nell’invitare i suoi sostenitori a scendere in strada per combattere i manifestanti, Díaz-Canel ha invocato la nozione, ormai vecchia di 60 anni, secondo la quale “le strade appartengono ai rivoluzionari“. Così come il governo ha sempre proclamato che “le università appartengono ai rivoluzionari” per espellere studenti e professori che non seguono la linea del governo. Un esempio è René Fidel González García, un professore di diritto espulso dall’Università d’Oriente. È un critico virulento delle politiche del governo che, lungi dal rinunciare ai suoi ideali rivoluzionari, li ha riaffermati in numerose occasioni.

Ma perché ora?

Cuba si trova nella più grave crisi economica dagli anni 1990, quando, dopo il crollo del blocco sovietico, i cubani hanno sofferto innumerevoli e lunghe interruzioni di corrente a causa di gravi carenze di petrolio, così come la malnutrizione endemica con i relativi problemi di salute.

L’attuale crisi economica è dovuta al declino del turismo causato alla pandemia, combinato con il disinvestimento di capitale a lungo termine del governo e con la sua incapacità di mantenere la produzione anche ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni. Il PIL (prodotto interno lordo) di Cuba è sceso dell’11% nel 2020 ed è cresciuto solo dello 0,5% nel 2019, l’anno prima dello scoppio della pandemia. Il raccolto annuale di zucchero conclusosi questa primavera non ha raggiunto nemmeno 1 milione di tonnellate, sotto la media di 1,4 milioni degli ultimi anni e lontano dagli 8 milioni di tonnellate del 1989. Il recente tentativo del governo di unificare le diverse valute che circolano a Cuba – principalmente il CUC (“peso cubano convertibile“), un sostituto del dollaro, e il peso – gli si è ritorto contro, portando a una grave inflazione che era stata prevista, tra gli altri, dall’eminente economista cubano Carmelo Mesa-Lago.

Mentre il CUC sta effettivamente scomparendo, l’economia cubana è stata praticamente dollarizzata con il costante declino del valore del peso. Allorché il tasso di cambio ufficiale è di 24 peso per un dollaro, il tasso prevalente del mercato nero è di 60 peso per dollaro, e la situazione peggiorerà a causa della mancanza di dollari provenienti dai turisti. Questa tendenza verso un dollaro sempre più caro potrebbe essere in qualche modo frenata dalla recente decisione del governo di favorire l’euro come moneta forte.

Peggio ancora, c’è una diffusa carenza di cibo, anche per coloro che hanno “divisas”, il termine generico per indicare la valuta forte. Le riforme agricole degli ultimi anni tese ad aumentare la produzione nazionale non hanno funzionato perché sono inadeguate e insufficienti, impedendo agli agricoltori privati e agli usufruttuari (agricoltori che affittano terreni dal governo per periodi di 20 anni rinnovabili per altri 20 anni) di nutrire il paese. Così, per esempio, il governo fornisce arbitrariamente credito bancario agli agricoltori per alcune cose, ma non per altre, come la rimozione del marabù, un’erbaccia invasiva che è costosa da rimuovere ma essenziale per la crescita delle colture. Acopio, l’agenzia statale responsabile della raccolta della quota sostanziale del raccolto che i contadini devono vendere allo Stato a prezzi stabiliti dal governo, è notoriamente inefficiente e dispendiosa, sia perché i camion di Acopio non arrivano in tempo per raccogliere la loro quota, sia per l’indifferenza sistemica e la negligenza che permea i processi di spedizione e stoccaggio. Questo crea enormi perdite e sprechi che hanno ridotto la qualità e la quantità di beni disponibili per i consumatori. È per queste ragioni che Cuba importa il 70% del cibo che consuma da vari paesi, compresi gli Stati Uniti (una deroga al blocco è stata concessa nel 2001 per l’esportazione illimitata di cibo e medicine a Cuba, ma con la grave limitazione che Cuba deve pagare in contanti prima che le merci siano spedite nell’isola).

L’economista cubano Pedro Monreal ha richiamato l’attenzione sui milioni di peso che il governo ha speso per costruire alberghi turistici (per lo più in joint venture con capitali stranieri) che, anche prima della pandemia, erano riempiti ben al di sotto della capacità, mentre l’agricoltura è priva di investimenti pubblici. Questa scelta unilaterale di priorità da parte dello Stato monopartitico è un esempio di ciò che risulta da pratiche profondamente antidemocratiche. [Segnaliamo il recente post di Pedro Monreal su Twitter con la su ultima stima degli effetti perversi degli investimenti nel periodo 2014-2020. La spesa per la salute, il benessere e l’educazione viene tagliata a favore della costruzione alberghiera, un fatto che porta l’economista a scrivere che questa dinamica “sarebbe stata improbabile se i poveri avessero avuto un potere reale nelle decisioni economiche” – Red.]. Questo non è un “difetto” del sistema cubano, non più di quanto l’incessante ricerca del profitto sia un “difetto” del capitalismo statunitense. Sia la burocrazia e la mancanza di democrazia a Cuba che l’incessante ricerca del profitto negli Stati Uniti non sono difetti, ma elementi costitutivi di entrambi i sistemi.

Allo stesso modo, il petrolio è diventato sempre più scarso, poiché le consegne di petrolio venezuelano in cambio di servizi medici cubani sono diminuite. Non c’è dubbio che l’inasprimento del blocco da parte di Trump, che è andato oltre la semplice inversione della liberalizzazione di Obama durante il suo secondo mandato alla Casa Bianca, ha anche gravemente danneggiato l’isola, anche perché ha reso più difficile per il governo cubano utilizzare banche d’oltremare, statunitensi o meno, per finanziare le sue operazioni. Infatti, il governo statunitense punisce le aziende che fanno affari con Cuba impedendo loro di fare affari con gli Stati Uniti. Fino agli eventi dell’11 luglio, l’amministrazione Biden aveva lasciato intatte quasi tutte le sanzioni di Trump. Da allora, ha promesso di permettere maggiori rimesse e di fornire personale al consolato americano all’Avana.

Mentre il blocco criminale è stato molto reale e gravemente dannoso, è stato relativamente meno importante nel creare il caos economico di ciò che si trova nel cuore stesso del sistema economico cubano: il controllo e la gestione burocratica, inefficiente e irrazionale dell’economia da parte del governo cubano. Sono il governo cubano e i suoi alleati di “sinistra” nel Nord globalizzato, non il popolo cubano, che continuano, come hanno fatto per decenni, a dare la colpa solo al blocco.

Nel contempo, la classe lavoratrice nelle aree urbane e rurali non ha né incentivi economici né politici sotto forma di controllo democratico dei propri luoghi di lavoro e della società per investire nel proprio lavoro, riducendo così la quantità e la qualità della produzione.

Situazione sanitaria a Cuba

Dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19 all’inizio della primavera 2020, Cuba se l’è cavata relativamente bene durante il primo anno della pandemia rispetto ad altri paesi della regione. Ma negli ultimi mesi, la situazione a Cuba, per ragioni ancora poco chiare a parte l’ingresso della variante Delta nell’isola, si è fortemente deteriorata, e in questo modo ha seriamente aggravato i problemi economici e politici del paese. Così, come ha notato Jessica Domínguez Delgado nel blog cubano El Toque (13 luglio), fino al 12 aprile, poco più di un anno dopo l’inizio della pandemia, erano morte 467 persone degli 87’385 casi che erano stati diagnosticati come Covid-19. Ma solo tre mesi dopo, il 12 luglio, il numero di persone morte era di 1’579 su 224’914 casi diagnosticati (2,5 volte di più che nel periodo precedente, molto più lungo).

La provincia di Matanzas e la sua capitale omonima, situata a 100 chilometri a est dell’Avana, sono diventate l’epicentro dell’improvvisa espansione della pandemia a Cuba. Secondo il governatore provinciale, alla provincia di Matanzas mancavano 3’000 letti rispetto al numero di pazienti che ne avrebbero avuto bisogno. Il 6 luglio, un amico personale che vive nella città di Matanzas mi ha scritto sulla terribile situazione sanitaria della città, con la mancanza di medici, test e ossigeno in mezzo a ospedali al collasso. Mi ha scritto che il governo nazionale si è dimostrato incapace di controllare la situazione fino al giorno in cui ha finalmente formulato un piano d’azione per la città, adottando finalmente una serie di misure quali l’invio di personale medico supplementare, anche se è troppo presto per dire con quali risultati.

Gli scienziati e gli istituti di ricerca cubani meritano molto credito per lo sviluppo di diversi vaccini contro il coronavirus. Tuttavia, il governo è responsabile dell’eccessivo e inutile ritardo nella vaccinazione della popolazione dell’isola, aggravato dalla sua decisione di non procurarsi vaccini donati dall’estero o di aderire al programma Covax (Covid-19 Vaccines Global Access) in 190 paesi, sponsorizzato da diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), organizzazione con cui il governo cubano ha buoni rapporti. Attualmente, solo il 16% della popolazione è stato completamente vaccinato e il 30% ha ricevuto almeno una dose del vaccino.

La crisi medica nella provincia e capitale di Matanzas fa parte di un modello più ampio di carenza e trascuratezza delle cure mediche, poiché il governo cubano ha accelerato l’esportazione di personale medico all’estero per sostenere quella che è la sua esportazione numero uno da qualche tempo. Di conseguenza, il prezioso programma del medico di famiglia introdotto negli anni ’80 si è seriamente deteriorato. Mentre il governo cubano applica un’aliquota regressiva (incluso un po’ di volontariato) ai suoi clienti stranieri, i medici cubani ricevono in media il 10-25% di quello che i clienti stranieri pagano al governo cubano. Inutile dire che il personale medico cubano non può organizzare sindacati indipendenti per negoziare con il governo le condizioni del proprio impiego. Tuttavia, andare all’estero è una missione desiderata dalla maggior parte dei medici cubani, poiché guadagnano una quantità significativa di valuta forte e possono acquistare beni stranieri. Tuttavia, se non tornano a Cuba alla fine del loro incarico, sono sanzionati amministrativamente (cioè non penalmente) con otto anni di esilio forzato.

Il contesto politico

All’inizio di quest’anno, la vecchia guardia dirigente, che ha combattuto contro il regime di Batista e che ha più di 80 e meno di 90 anni, si è dimessa dalle sue funzioni di governo per far posto alla nuova leadership composta da Miguel Díaz-Canel (nato nel 1960) come Presidente e Manuel Marrero Cruz (nato nel 1963) come Primo Ministro. Questa nuova leadership continua la politica di liberalizzazione economica e sociale di Raúl Castro, senza alcun processo di democratizzazione. Per esempio, nel 2013 il governo ha liberalizzato i regolamenti che controllavano il movimento delle persone per rendere più facile per la maggior parte dei cubani viaggiare all’estero.

Tuttavia, allo stesso tempo, il governo ha reso praticamente impossibile a molti dissidenti di lasciare il paese, per esempio ritardando la loro partenza in modo che non potessero arrivare in tempo alle conferenze previste all’estero, e creando una lista di circa 200 “regulados” (persone soggette a disposizioni normative) a cui non è permesso lasciare il paese nel modo più assoluto. È importante sottolineare che, come altre misure adottate dal governo cubano menzionate sopra, queste azioni sono una continuazione delle politiche di Fidel e Raúl Castro, con decisioni politiche e amministrative prese al di fuori del sistema giudiziario del regime. Lo stesso vale per le centinaia di detenzioni relativamente brevi che il governo di Raúl Castro eseguiva ogni anno, in particolare nel tentativo di ostacolare le manifestazioni pubbliche non controllate dal governo (un metodo della polizia che funziona solo per le manifestazioni politiche precedentemente pianificate, a differenza di quelle che sono scoppiate l’11 luglio).

Lo Stato monopartitico

Lo Stato monopartitico continua a funzionare come sotto il governo di Fidel e Raúl Castro. In realtà, però, il Partito Comunista Cubano (PCC, il suo acronimo spagnolo) non è realmente un partito – il che implicherebbe l’esistenza di altri partiti. Né il PCC è principalmente un partito elettorale, anche se controlla saldamente dall’alto le cosiddette elezioni periodiche che portano sempre all’approvazione unanime della linea politica seguita dalle autorità.

A volte le persone disilluse dai partiti corrotti esistenti in America Latina e anche negli Stati Uniti reagiscono con indifferenza o addirittura con approvazione verso lo Stato monopartitico cubano, perché considerano che le elezioni rafforzano i sistemi corrotti. Quindi pensano che sia meglio avere un partito politico onesto che funziona piuttosto che un sistema multipartitico corrotto che non funziona. Il problema con questo tipo di pensiero è che i sistemi burocratici a partito unico non funzionano affatto bene, tranne forse per sopprimere completamente qualsiasi opposizione. Inoltre, la corruzione prima o poi si fa strada nel sistema a partito unico, come la storia ha dimostrato ripetutamente. Nel caso di Cuba, Fidel Castro stesso avvertì in un famoso discorso del 17 novembre 2005 che la rivoluzione aveva più probabilità di perire a causa della corruzione endemica che per le azioni dei controrivoluzionari.

Il monopolio organizzativo del PCC – esplicitamente sancito dalla costituzione cubana – non riguarda solo le elezioni. Estende il suo potere in modo molto autoritario per controllare la società cubana attraverso le cosiddette organizzazioni di massa che funzionano come cinghie di trasmissione delle decisioni prese dall’Ufficio politico del PCC. Per esempio, la CTC, il sindacato ufficiale, è la cinghia di trasmissione che permette allo Stato cubano di mantenere il suo monopolio sull’organizzazione dei lavoratori cubani. Al di là dell’applicazione del divieto di sciopero, la CTC non è un’organizzazione che difende gli interessi della classe operaia decisi dai lavoratori stessi. Piuttosto, è stato creato per promuovere ciò che la leadership del PCC al potere considera i migliori interessi dei lavoratori.

Gli stessi meccanismi di controllo si applicano ad altre “organizzazioni di massa” come la Federazione delle Donne Cubane (FMC) e ad altre istituzioni come le case editrici, le università e il resto del sistema educativo. I mass media (radio, televisione e giornali) continuano ad essere sotto il controllo del governo, guidati nella loro copertura dalle “linee guida” del Dipartimento Ideologico del Comitato Centrale del PCC. Ci sono, tuttavia, due importanti eccezioni al controllo statale sui media: la prima sono le pubblicazioni interne della Chiesa cattolica. Tuttavia, la gerarchia cattolica cubana è estremamente cauta, e la distribuzione delle sue pubblicazioni è in ogni caso limitata alle sue parrocchie e ad altre istituzioni cattoliche. Un’eccezione molto più importante è Internet, che il governo non è ancora riuscito a portare sotto il suo controllo assoluto e che rimane il principale veicolo di voci critiche e dissidenti. È proprio questo controllo non completo di Internet che ha reso possibile l’esplosione politica nazionale dell’11 luglio.

Dove sta andando Cuba?

Senza il beneficio della presenza di Fidel Castro e il grado di legittimità conservato dalla leadership storica, Díaz-Canel e gli altri nuovi leader del governo sono stati colpiti duramente politicamente dagli eventi dell’11 luglio, anche se hanno ricevuto il vergognoso appoggio della maggior parte della sinistra internazionale. Il fatto che la gente non sembra avere più paura è forse la più grande minaccia per il governo emersa dagli eventi dell’11 luglio. Nonostante questo colpo, la nuova leadership è destinata a continuare nella direzione di Raúl Castro di sviluppare una versione cubana del modello sino-vietnamita, che combina un alto grado di autoritarismo politico con concessioni al capitale privato e, soprattutto, straniero.

Nel contempo, la leadership del governo cubano continuerà a seguire politiche di riforma economica incoerenti e persino contraddittorie per paura di perdere il controllo a favore del capitale privato cubano. Il governo ha recentemente autorizzato la creazione di PYMES (piccole e medie imprese private), ma non sarebbe affatto sorprendente se molte di queste PYMES appena create finissero nelle mani di importanti funzionari statali diventati capitalisti privati. C’è un importante settore governativo, specialmente nell’esercito, di leader commerciali e tecnici con una vasta esperienza in settori come il turismo. Il più importante di questi è il generale Alberto Rodríguez López-Calleja, 61 anni, ex genero di Raúl Castro, che è il direttore di GAESA, l’enorme conglomerato di imprese militari, che comprende Gaviota, la principale azienda turistica dell’isola. Non a caso, è diventato recentemente un membro dell’Ufficio Politico del PCC.

Forse questa giovane generazione di uomini d’affari, militari e burocrati civili cercherà di superare la mentalità redditiera che 30 anni di ampia assistenza sovietica hanno creato nella leadership cubana, come dimostra l’incapacità di modernizzare e diversificare l’industria dello zucchero (come fece il Brasile) durante gli anni relativamente prosperi che terminarono nel 1990. Certamente il blocco economico degli Stati Uniti ha contribuito alla mentalità redditiera incoraggiando un atteggiamento di sopravvivenza economica “alla giornata” piuttosto che un aumento della produttività dell’economia cubana per permettere un futuro più prospero.

Infine, che dire degli Stati Uniti? È improbabile che Joe Biden faccia molto nel suo primo mandato per cambiare le politiche imperialiste degli Stati Uniti verso Cuba, che sono state notevolmente peggiorate da Trump. Se un’eventuale seconda amministrazione democratica a Washington dal 2025 in poi farà qualcosa di diverso rimane una questione aperta.

C’è, tuttavia, un paradosso di fondo nella politica del governo americano nei confronti di Cuba. Mentre la politica degli Stati Uniti non è attualmente guidata principalmente dagli interessi della classe dirigente, ma, piuttosto, da considerazioni eminentemente elettorali, in particolare nello stato fortemente conteso della Florida, essa non è necessariamente meno dura o, cosa ancora più allarmante, meno duratura. La Camera di Commercio degli Stati Uniti, probabilmente l’istituzione imprenditoriale più attiva politicamente negli Stati Uniti, ha sostenuto per molti anni la ripresa delle normali relazioni commerciali con Cuba. Thomas J. Donohue, il suo direttore di lunga data, andato in pensione all’inizio di quest’anno, ha visitato Cuba molte volte e ha incontrato i leader del governo. Anche le grandi imprese agroalimentari sono interessate a fare affari con Cuba, così come i rappresentanti degli interessi agricoli e commerciali del Sud, del Sud-Ovest e degli Stati di montagna (Arizona, Colorado, Montana, Nevada, Nuovo Messico, Utah, Wyoming, Idaho), rappresentati sia da politici repubblicani che democratici. Tuttavia, è improbabile che siano disposti a spendere molto del proprio capitale politico per raggiungere questo obiettivo.

Questo pone un pesante onere aggiuntivo sulla sinistra statunitense per rompere lo stallo – che è chiaramente favorito dalla continuazione indefinita del blocco – attraverso un nuovo tipo di campagna che si concentri sulla grave aggressione e ingiustizia commessa contro il popolo cubano senza scadere per questo in una difesa apologetica della leadership politica dello stato cubano.

In ogni caso, la sinistra negli Stati Uniti ha due compiti essenziali. In primo luogo, deve opporsi fermamente al criminale blocco economico di Cuba. In secondo luogo, deve sostenere i diritti democratici del popolo cubano piuttosto che uno sclerotico Stato di polizia, così come ha sostenuto la lotta per i diritti umani, la democrazia e il radicale cambiamento sociale ed economico in America Latina (Colombia e Cile) così come in Asia (Myanmar e Hong Kong).

*Samuel Farber è nato e cresciuto a Cuba. È un professore in pensione della City University di New York. Ha scritto numerosi libri e articoli su Cuba. Il suo ultimo libro è The Politics of Che Guevara: Theory and Practice (Haymarket Books). Un altro libro è Cuba Since the Revolution of 1959: A Critical Assessment (Haymarket Books, 2011), che ha suscitato molti commenti e analisi. Samuel Farber rivendica un orientamento socialista rivoluzionario. Questo articolo è apparso sulla rivista In These Times il 27 luglio 2021.