Un governo al servizio degli interessi padronali che sta allungando le mani su quel che resta dei diritti

Di Franco Turigliatto

Le riaperture del mese di maggio, con l’attenuarsi della dinamica pandemica (nella speranza che gli effetti delle vaccinazioni incidano a fondo sulla riduzione del virus), hanno nello stesso tempo mostrato con palese nettezza le scelte di fondo di questo governo, e la sua inconfondibile natura padronale e di destra, fino ad oggi parzialmente mascherata dalla retorica mediatica e dal ruolo bonapartista del Presidente Draghi.

La sanità

Cominciamo, come è necessario, dalla sanità. La campagna internazionale sulla moratoria dei brevetti e un’opinione pubblica, favorevole a misure che permettano di mettere in sicurezza tutto il mondo, hanno obbligato molti governanti a pronunciare delle apparenti disponibilità (timidamente e con evidente imbarazzo e incredulità anche Draghi) ma solo a parole e non nei fatti. Il nuovo testo che arriva al WTO di India e Sud Africa, avrà un percorso quanto mai impervio e lungo, quando invece sarebbe necessario procedere speditamente, ma soprattutto il G20 sulla salute di Roma, per riprendere le parole de il manifesto, ha confermato che “la Parola è ai privati” e che “L’ordine delle cose è salvo”, cioè il potere e l’egemonia delle grandi multinazionali del farmaco, con la proposta di Sud Africa ed India, oggettivamente indebolita e la marginalizzazione della stessa OMS rispetto alle istituzioni governative presenti.

E, per quanto riguarda più direttamente l’Italia, non c’è nei progetti del Recovery Fund niente che possa far pensare a un rilancio su larga scala della sanità pubblica, a una massiccia assunzione del personale sanitario, a un ridimensionamento delle follie regionaliste e tanto meno a una contrazione delle risorse per i privati, che anzi trarranno ulteriori vantaggi dalle misure di rilancio economico.

Il lavoro

Il capitolo sul lavoro non è da meno. E’ lo stesso ministro Orlando a dichiarare che la sua modestissima mediazione di spostare il blocco dei licenziamenti fino alla fine di agosto è saltata di fronte alle barricate unite di Confindustria e Lega. Ma il PD non aveva proprio nulla da dire perché, al di là dei posizionamenti tattici, concorda pienamente con la scelta di Draghi.

E ancora una volta, come è ormai da alcuni decenni, le misure governative pubbliche per l’occupazione hanno un solo segno: garantire incentivi sia fiscali che contributivi alle aziende perché assumano o non licenzino. Una pratica molto vantaggiosa per i capitalisti, del tutto fallimentare per l’occupazione e l’interesse complessivo della società.

E’ tutto il Recovery Fund che è fondato sul principio della centralità dell’impresa nella gestione dell’economia e quindi anche dell’occupazione. Nessun grande piano pubblico per garantire massicce assunzioni, posti di lavoro sicuri con salari decenti a partire dal settore pubblico (scuola, sanità, servizi, trasporti) che qualifichino la vita del paese e garantiscano appieno i diritti sociali delle persone.

Tempi duri per le classi lavoratrici, dove è evidente ancora di più il disegno di frammentare e dividere sempre di più il mondo del lavoro lasciando mano libera ai capitalisti di usare la forza lavoro come e quando vogliono. Per non parlare che a fine anno viene soppresso il parziale palliativo di “quota cento” sulle pensioni e torna appieno la legge Fornero. Forse le direzioni della CGIL, CISL e UIL, per fare il loro mestiere, dovrebbero dire e soprattutto fare qualcosa di più che chiedere, anzi piatire (chiedere con insistenza lamentosa, implorare), un tavolo di confronto con Draghi su come spendere i soldi del Recovery Fund.

Le mani sulla città e il territorio

Il decreto sulle semplificazioni ricorda un vecchio film di Rosi “Le mani sulla città” anzi le mani sulla natura, sull’ambiente, sul patrimonio artistico, su tutte le città, una corsa ai profitti a danno degli interessi della società, in nome di un presunto rilancio economico. Hanno così tanto esagerato con le deregulation dei subappalti e il ritorno delle gare al massimo ribasso, che apre la strada a ogni forma di sfruttamento del lavoro, al moltiplicarsi ancora degli omicidi bianchi e alla presenza delle organizzazioni mafiose, che qualche voce di contrasto si è fatta sentire. Il segretario della FIOM, che in diverse occasioni aveva espresso la sua totale opposizione anche solo a parlare di mobilitazioni contro il Recovery Fund, ha dovuto evocare la parola “sciopero generale”. E’ facile però ipotizzare come finirà la vicenda: senza lo “sciopero generale”, con qualche marginale ritocco, che lascerà inalterata la sostanza delle misure, cioè le mani libere ai privati e a quel mondo economico grigio che è il bacino naturale della Lega e di cui Salvini è il profeta.

La convinzione del patronato e dei suoi tirapiedi che, ormai superata la fase più dura della pandemia, si possa fare quello che si vuole, è tale che hanno avuto il coraggio di rilanciare seriamente la folle idea del ponte sullo Stretto di Messina e di mettere subito al lavoro le trivelle nell’Adriatico.

La deregulation viene oggi presentata come la necessaria velocizzazione dei progetti per garantire che i fondi europei continuino ad arrivare regolarmente.

Tempi duri davvero per i lavoratori e per l’ambiente e i territori.

La scuola

Non dimentichiamoci la scuola, di cui in questi giorni non si parla troppo, ma dove il ministro Bianchi in realtà porta avanti quotidianamente con varie misure il programma della “Buona scuola”, si fa per dire, di Renzi, cioè processi di privatizzazioni e di aziendalizzazione, di frammentazione estrema del personale scolastico e la mancanza di un vasto ed immediato piano di assunzioni.

La politica estera e i migranti

E la politica estera continua il suo corso, con l’Italia che si ritaglia il suo ruolo tra le diverse potenze imperialiste (vedi Libia), con la massiccia vendita di armi ai peggiori regimi del mondo, con la politica di fornire, insieme alle altre potenze occidentali, fior di quattrini ai vari governi dell’altra parte del Mediterraneo perché siano gli aguzzini dei migranti che fuggono dai paesi sconvolti dalle guerre e dalla miseria.

E continua il totale e complice sostegno dell’Italia e dei media alle politiche di pulizia etnica e di massacro dei palestinesi e dei loro diritti da parte del governo israeliano razzista e di estrema destra.

Già, sul fronte dei migranti nulla è cambiato, si possono lasciare morire nel Mediterraneo, oppure quelli che sono riusciti a sbarcare, rinchiuderli nei lager dei CPR e lasciarli “suicidare” nella disperazione delle loro condizioni. Il tanto vantato decreto sulla regolarizzazione è stato, come era evidente, una vera e propria truffa targata Italia Viva, ma fatta propria da tutto il secondo governo Conte e dal suo successore.

Sullo sfondo di queste vicende si intravede il convitato di pietra, ovverosia l’enorme debito pubblico che si è accumulato per far fronte alla gravità della crisi economica e pandemica. I capitalisti e i loro gestori politici non se lo sono dimenticato e stanno studiando di capire come e quando avviare le pratiche per cominciare a recuperarlo, ovvero farlo pagare alle classi lavoratrici e popolari. Bruxelles avverte che dal 2023 torna il famigerato Patto di Stabilità che già tanti danni ha fatto alla società.

Il fisco

E qui si apre l’ultimo tema, quello della riforma fiscale. Anch’esso si pone in piena continuità con le impostazioni dominanti nelle forze borghesi. In tanti denunciano le terribili disparità della società, ma tutti difendono le misure economiche e fiscali che ne garantiscono la totale continuazione. Per cercare di darsi un volto di sinistra, per trovare qualche spazio nel governo dell’unità nazionale e giustificare il suo ruolo elettorale futuro, Letta sta conducendo una piccola battaglia con Salvini, in un gioco delle parti ridicolo ed anche vergognoso. Tutti e due sanno bene e condividono che le scelte sulle varie questioni del presidente del Consiglio.

Il PD che è da sempre contrario a una radicale riforma in senso proporzionale del fisco e tanto più di una forte misura patrimoniale per garantire nuove risorse da investire nel settore pubblico, si inventa la dote per i giovani, un cavallo di battaglia del tutto propagandistico, discutibile nelle sue modalità e privo di qualsiasi efficacia. I ricchi devono pagare non per dare qualche piccola mancia, chiamata dote, a qualche giovane per inventarsi una mini startup, ma per un vasto piano pubblico che dia un lavoro sicuro e decente a una intera generazione.

Le misure che il governo ha in mente da una parte non accolgono le proposte della flat tax di Salvini (ma anche queste sono del tutto propagandistiche e strumentali in questa fase politica), ma dall’altra sembrano rivolte a ridurre ancora gli scaglioni IRPEF da 5 a 4, cioè a ridurre la progressività dell’imposizione e sono in ogni caso molto lontani dalla stessa contenuta progressività del sistema tedesco.

Siamo all’opposto della riforma fiscale degli anni ’70 che stava dentro una ipotesi forte di progressività per garantire giustizia sociale e contrastare le disparità prodotte automaticamente dal sistema produttivo capitalista.

Contro il governo dei padroni i nostri obiettivi e le nostre lotte

In tutte le materie questo governo è il governo dei padroni, nemico degli interessi delle classi lavoratrici. Va combattuto. E va combattuto lavorando per una ripresa ampia e generalizzata delle lotte sui luoghi di lavoro e nella società in difesa dell’occupazione, del salario, dei diritti sociali ai vari livelli.

Per questo va rilanciato una campagna che ponga al centro alcuni obiettivi di fondo, su cui costruire nazionalmente e localmente la convergenza dei soggetti sociali e delle lotte.

Prendere i soldi là dove ci sono, cioè la battaglia per una riforma progressiva del fisco e per una forte patrimoniale che permetta di recuperare le risorse necessarie per un vasto piano di assunzioni in tutti i settori pubblici per garantire sanità, scuola, trasporti, servizi sociali; la riduzione dell’orario a parità di salario, per distribuire tra tutti il lavoro esistente; un vasto piano per la salvaguarda del territorio e dell’ambiente senza ponti faraonici e trivelle, ma tante piccole opere necessarie, distribuite in funzione degli equilibri del territorio; una politica di garanzia e sviluppo dei diritti civili (compreso il ddl Zan) e la piena accoglienza dei migranti, con la chiusura dei CPR ; una politica di solidarietà contro le politiche imperialiste e neocoloniali.

Per questo il nostro sostegno e la nostra partecipazione vanno alla manifestazione nazionale per i diritti del popolo palestinesi di sabato prossimo.