Ieri sera, tornando dall’ennesima manifestazione pro-Palestina, a cui ho partecipato insieme a centinaia di persone (molti anche i compagni, tra quelle persone), riflettevo sul relativo “successo” delle manifestazioni analoghe a Brescia, in Italia e in tutto il mondo. E sull’attenzione dei media, mainstream o meno, dedicata alla vicenda. Oltre 50 anni sono passati dalla mia prima manifestazione contro l’aggressione israeliana al popolo palestinese. Ho partecipato a….(ho perso il conto) manifestazioni più o meno identiche in Italia, in Spagna, in Francia. Tutte con un sostegno relativamente di massa. Ricordo una, in particolare, a Marsiglia, circa dodici anni fa, in cui eravamo circa 20 mila! Una cifra enorme, grazie anche all’afflusso di migliaia di giovani arabi (soprattutto maghrebini) presenti nelle banlieu marsigliesi. E pure qui a Brescia, il sabato precedente a quella di ieri, eravamo veramente in molti, tenuto conto delle restrizioni antiCovid. Facevo il paragone con le manifestazioni che abbiamo organizzato negli ultimi anni per il Rojava, sottoposto all’aggressione degli islamo-fascisti dell’ISIS prima, del regime di Erdogan poi. Quando andava bene (e non c’erano restrizioni antiCOVID) riuscivamo ad essere un centinaio o poco più (come durante la battaglia di Kobane), più spesso eravamo in poche decine. E facevo, un po’ a spanne è vero, dei calcoli un po’ immorali, in cui “pesavo” cinicamente le vittime: solo durante la battaglia per Kobane ci furono oltre 400 mila rifugiati (in grande maggioranza curdi e yazidi), probabilmente più di un migliaio di morti civili (oltre ai combattenti “nostri” e nemici), distruzioni, stupri di massa, crudeltà inimmaginabili (di fronte alle quali quelle commesse dall’esercito sionista impallidiscono). E siamo scesi in Piazza Loggia in poco più di un centinaio, mentre sabato scorso, di fronte ai bombardamenti (criminalissimi, ovvio) su Gaza, che al momento avevano causato 138 morti (tra civili e “militari” di Hamas e Jihad – dei 10 morti israeliani credo che quasi nessuno, in quella piazza, si preoccupasse -) eravamo probabilmente almeno 10 volte tanti. C’erano i 100 o poco più di qualche anno fa (ci siamo sempre, contro tutte le ingiustizie!) più altri 8-900, in gran parte giovani immigrati d’origine araba, ma anche “italiani” di sinistra, che non avevo visto in piazza per il Rojava. Ho pensato, tra me e me: si vede che un morto palestinese vale almeno 10 morti curdi, o yazidi (a sua volta un morto israeliano pare valga 10 morti palestinesi, o giù di lì). E poi, sempre più tristemente, paragonavo il progetto del Rojava, laico, democratico, femminista, ecologista, multietnico, al progetto per ora, purtroppo egemone a Gaza, di Hamas e dei fratellini islamisti. Si vede, mi è venuto da pensare, che in questo periodo di espansione delle ideologie di destra (in particolare di estrema destra) “tira” molto di più l’immagine del “combattente” con la fascia verde con su scritti i versetti del Corano piuttosto del bel viso della miliziana delle YPJ che a volto scoperto affronta le canaglie islamo-fasciste dell’Isis o di Erdogan. E mi riferisco qui non tanto ai giovani e alle giovani (spesso con l’hijab, ahimè) immigrati/e d’origine araba, che ovviamente sono mossi, nel migliore dei casi, dal nazionalismo (e nel peggiore dall’identità religiosa), ma proprio ai “miei” compagni della sinistra “radicale” bresciana, così “tirchi” politicamente da non muovere il culo per il Rojava ed invece di trovare il tempo di scendere in piazza, una tantum, per una causa, ovviamente giusta (almeno così la giudico io, visto che c’ero) ma infinitamente meno progressista e vicina al mio “sentire” di quella del Confederalismo Democratico del Rojava. E, sconsolatamente, mi sono avviato verso casa, col solito refrain “MALA TEMPORA CURRUNT”!

Flavio Guidi