Intervento di Luca Scacchi all’Assemblea Generale della CGIL, 10 maggio 2021.

La relazione come alcuni interventi, penso in particolare Ivan [Pedretti, segretario generale dello SPI], ma anche altri, hanno sottolineato come il Next Generation UE sia una svolta. Una svolta perché arrivano grandi risorse e, alcuni hanno detto, una svolta perché ci sarebbe un cambio di indirizzo europeo. Draghi del 2012, di fronte alla crisi finanziaria mondiale, mentre dichiarava faremo qualunque cosa sia necessaria [per salvare l’euro], affermava nel contempo la morte del modello sociale europeo. Ivan invece ha ricordato oggi i possibili sviluppi delle politiche UE, sul bilancio comune e su un possibile ulteriore intervento sociale strutturale dell’Unione. Una nuova stagione aperta dal Piano Nazionale di Recupero e Resilienza [che quindi segnerebbe una rottura rispetto alle politiche liberiste e padronali di questi ultimi decenni].

Ecco, io credo che non sia così. Non solo il PNRR non è il piano del lavoro della CGIL del 2010/2012, cioè non è un piano di buona occupazione, di rilancio dello stato sociale, della spesa pubblica e degli investimenti, diretta anche a rilanciare la domanda aggregata (cioè una politica di stampo keynesiano diretta a intervenire sulla Grande Crisi). Non solo il PNRR non ha le dimensioni del piano Biden, lo ha ricordato Maurizio [Landini] nella sua relazione, che è molto significativo sia nel piano già approvato, sia nei due successivi già delineati dall’amministrazione USA. Non c’è solo questo. Per usare l’espressione usata poco fa le parole di Treves, questo piano ha un cuore, un impianto, che si discosta molto da una manovra di stampo keynesiano. Io credo che questo piano non abbia al centro né il rilancio del pubblico, né il rilancio della domanda aggregata, ma anzi abbia piena continuità con l’impianto ordoliberale che ha avuto l’Unione Europea in questi ultimi decenni.

Non è un’impressione personale. Leggendo il piano, emerge direttamente ed esplicitamente dal suo testo, nelle parole del Presidente del consiglio Mario Draghi. Emerge cioè nella premessa, dove viene scritto e delineato lo scopo principale del piano, il suo cuore. E questo cuore è il rilancio della produttività totale dei fattori. Perché in quella premessa si leggono tutti i problemi italiani (gli squilibri territoriali, le dinamiche sociali, le diseguaglianze per i giovani e per le donne) sotto un’unica lente e a partire da un unico fattore: appunto, quello delle scarse performance sulla produttività negli ultimi decenni. Questo impianto non rimane solo in premessa, non è una semplice dichiarazioni di intenti, ma si dispiega poi nelle sua azioni ed emerge con prepotenza negli effetti macroeconomici previsti da quel piano. Lo si vede negli effetti sulla disoccupazione, come sottolineato nella relazione e in molti interventi. A me è saltato agli occhi un altro effetto, in una grande manovra di spesa pubblica, epocale si dice, che dovrebbe intervenire in questa situazione di crisi: alcuni modelli prevedono che nei primi anni questa manovra avrà un effetto negativo sui consumi, cioè non servirà ad aumentare redditi e qualità della vita, aumenterà gli investimenti ma avrà un effetto depressivo, o nullo, per diversi anni sulla spesa delle famiglie. Io credo che in questo dato si possa vedere, esattamente, il senso di questo piano.

Il profilo di questo piano lo si vede anche nel metodo. Guardate, lo diceva credo prima Umberto [Calabrone, segretario di Cosenza], noi non dobbiamo pensare alle grandi riforme del PNRR come degli interessi che dobbiamo pagare in cambio delle risorse del piano. Il problema è che il PNRR di Draghi è impostato esattamente così. Proprio nel suo calendario, in cui si prevede grandi interventi sulla pubblica amministrazione, la giustizia, la semplificazione e la liberalizzazione, con una tempistica (da qui a luglio DL e leggi delega) che oggettivamente delinea queste riforme come condizionalità per avere poi le risorse del piano. Una condizionalità di segno diverso, esattamente opposto, a quella che Maurizio [Landini] tracciava nella sua relazione, volta a difendere il lavoro, il pubblico e l’occupazione. E’ una condizionalità di continuità, che riprende e attualizza le indicazioni che Draghi e Trichet scrissero nel 2012, da esponenti della UE, quando furono impostate poi le controriforme del governo Monti.

Questa impostazione emerge nei contenuti di quelle riforme, emerge dall’analisi del documento della CGIL sul PNRR, emerge da questo dibattito. Dalla revisione del codice degli appalti alla liberalizzazione delle municipalizzate (vecchio obbiettivo della UE e delle sue politiche neoliberiste), per non parlare del federalismo fiscale che richiamava Giacinto [Botti] (che rilancia i LEP, il fabbisogno ed il costo standard, e crea quindi la base materiale su cui dispiegare l’autonomia differenziata). Lo si vede nella riforma della pubblica amministrazione, che richiama non casualmente il Dlgs 150/2009, cioè la Brunetta [cioè una gestione secondo i dettami dell’aziendalizzazione, del mercato, del new public management], lo si vede nello stesso processo di digitalizzazione delle strutture pubbliche che come è stato ricordato, è inquadrato i in una logica di concorrenza fra servizi pubblici e privati, anche nella gestione di dati sensibili, su un tema di questo tipo (la gestione di tutte le informazioni della PA). Lo è anche, anche qui lo ricordava Giacinto, una riforma della Giustizia che è pensata, ragionata e inquadrata con un unico obbiettivo, quello di sostenere la imprese: non a caso uno degli effetti più concrete sarà quello di accelerare gli sfratti, le procedure di sfratto.

Un impianto visibile nelle missioni, nelle diverse azioni del PNRR. Io non credo che oggi noi abbiamo una grande occasione, un grande libro dei sogni, il cui problema principale è la messa a terra (come detto da alcuni compagni negli interventi, come Calcagni o Falcinelli). Io non credo cioè che il principale problema di questo progetto è il rischio che i suoi interventi non abbiano la possibilità di realizzarsi concretamente, perché bloccati dai lacci e lacciuoli della burocrazia o da altri ostacoli. I problemi sono ben altri, sono di contenuto: sono scelte e interventi che hanno effetti negativi. Io credo siano stati ricordati, nel documento CGIL e in questo dibattito. La distruzione stessa delle risorse, con la limitatezza degli investimenti su sanità e lavoro; la focalizzazione sulla TAV e non sui trasporti nelle metropoli ed i trasporti diffusi; la questione dei rifiuti (in cui non si interviene nella loro produzione); il trasferimento diretto alle imprese (industria 4.0 e altri interventi). Anche la questione della scuola e della ricerca è emblematica: emerge esattamente da una parte un’azione parziale e incompleta sui servizi universali (vedi la questione asili e nidi), dall’altra una direttrice volta a sostenere le imprese (riforma della filiera tecnico professionale).

Sulla scuola, dopo aver sentito l’intervento di Ciro (Indelicati, compagno FLC di Bergamo), io non credo che il problema sia tanto e solo sul piano estate. Discuteremo il patto quando vedremo il testo definitivo, però come Ciro non credo che una serie di promesse e impegni (vaghe e vedremo quanto esigibili) possano cambiare la valutazione su una serie di azioni concrete, e significative, che abbiamo visto dispiegarsi in queste settimane (azioni che vanno esattamente in direzione diversa da quelle ipotizzate nel piano): sto pensando alla conferma degli organici dell’anno scorso di fatto e di diritto (quindi senza nessuna riduzione del numero di alunni per classe); la mancata conferma degli organici covid; il fatto che mentre nel privato si è rivisto i protocolli di sicurezza, nella scuola sono esattamente quelli insufficienti di un anno fa;  la questione del curriculum studente che è stata ricordata da qualche intervento [l’implementazione di una gerarchizzazione di classe nella valutazione]; l’atto unilaterale del ministero sulla mobilità (esattamente come Azzolina). C’è cioè oggi, sulla scuola, un’azione concreta che per il momento va in azione esattamente opposta alle promesse del patto, ma coerente con l’impianto ordoliberale del PNRR.

Allora, il punto è: se questo piano si realizzasse, tra 5 o 6 anni ci sarebbe un lavoro migliore? Ci sarebbero condizioni stipendiali, diritti sociali, un salario globale migliore di quello attuale? Ci sarebbero rapporti di classe tra capitale e lavoro più avanzati? Ci sarebbe una dialettica sociale che permetterebbe di difendere meglio gli interessi ed i diritti di lavoratori e lavoratrici? Io non credo. Non credo cioè che questo piano sia semplicemente inadeguato, come ha detto Ferrari [segretario CGIL Veneto]. Cioè, il piano è sicuramente inadeguato per noi, ma credo anche che abbia un altro cuore, ordoliberale e anche un po’ bonapartista.

Credo che la CGIL dovrebbe porsi anche questo problema. In una fase segnata da un quadro politico frammentato e scomposto, in una dinamica di divisione del grande capitale e delle classi dominanti, questo PNRR assume il ruolo di strumento per imporre in tempi rapidi scelte e riorganizzazioni, funzionali alle imprese e alle classi dominanti e non al lavoro. Credo che, da questo punto di vista, come CGIL dovremo denunciare non solo la mancata partecipazione delle parti sociali alla definizione ed alla discussione del piano, ma anche la cancellazione del Parlamento e del confronto politico nel paese su questo Piano e le sue scelte di fondo (un piano scritto nelle stanze chiuse dei ministeri e della Presidenza del Consiglio, senza alcun ampio confronto e dibattito).

Allora, per chiudere, io credo che sia vero che questo PNRR segna un calcio di inizio. Proprio perché siamo al calcio di inizio, questo piano allora è un campo di battaglio, in cui si scontrano interessi contrapposti e prospettive diverse. In questa battaglia, allora, io credo che prima di tutto dobbiamo identificare chiaramente quali sono gli interessi del lavoro e quali sono gli altri interessi in campo, quindi quali se le parti e le spinte da contrastare. In questo quadro, quindi, aprire nei territori e nei posti di lavoro un confronto ampio (è stato detto e su questo sono molto d’accordo): fare in modo che il PNRR non viva solo nelle tecnocrazie o nei tavoli di confronto tra le parti, a livello governativo e negli eventuali (scarsi) confronti con il sindacato, ma viva nella discussione e nella coscienza di lavoratori e lavoratrici. Infine, serve una mobilitazione generale, serve lo sciopero generale. Serve cioè una lotta generale che contesti quell’impianto di fondo e servono vertenze specifiche, per rompere e deviare i binari su cui è costruito il PNRR; che sono dei binari di classe che vanno esattamente contro gli interessi del lavoro.

Luca Scacchi