Igino (Jole) Tommasi
Negrar (Vr), 16.04.1922 – Verona, 11.05.2021


Nota d’aggiornamento
Il partigiano della 122ª brigata Garibaldi IGINO TOMMASI, nome di battaglia JOLE, è morto stamani all’ospedale di Verona, dopo aver raggiunto e superato il secolo di vita.
A lui l’intera Valtrompia partigiana e la Brescia antifascista rende il massimo dell’onore. Era l’ultimo partigiano in vita della 122ª brigata Garibaldi e in tale veste in questi primi mesi dell’anno aveva collaborato con l’autore dell’omonimo libro a precisare taluni aspetti relativi alla drammatica “Battaglia del Sonclino”, alla quale aveva partecipato con 42 suoi commilitoni che avevano disertato la caserma di Botticino pochi giorni prima. Soprattutto aveva chiarito come i sei fucilati l’indomani a Marcheno non si fossero assolutamente consegnati di propria volontà, bensì fossero stati catturati dai tedeschi dopo l’ordine di ritirata, cioè quando ormai stavano scendendo dalla montagna per riparare altrove. Ha altresì spiegato come la sera stessa della battaglia avesse con altri tentato di ottenerne la liberazione cercando di catturare un’intera guarnigione di Gnr di stanza a Brozzo, in modo da fare uno scambio.


Note biografiche


Gli inizi
Igino nasce il 16.04.1922 a Negrar, provincia di Verona ma all’anagrafe comunale viene registrato il giorno successivo. Questa la sua toccante e pregnante testimonianza. “Ho iniziato a lavorare che avevo solo 9 anni e ancora frequentavo la scuola”, racconta Igino. “Facevo mezza giornata presso un calzolaio, prendendo 2 lire a settimana. Dai 13 ai 16 anni sono stato garzone presso un panificio, prendendo 5 lire a settimana. Poi sono entrato in uno stabilimento di vernici e vi ho lavorato finché non sono stato chiamato alla leva militare, a 19 anni.
L’esperienza militare
A 20 ero artigliere. Dopo l’8 settembre sono passato al corpo genieri e inviato a Orvieto e a Firenze, per poi ritornare a
Bologna e infine a Verona. Non eravamo armati e dovevamo sempre essere a disposizione dei tedeschi, pronti a qualsiasi emergenza. Nel ’44 fui inviato a Monzambano (Mn), distante una decina di km da Peschiera, per recuperare ordigni bellici,aggiustare strade, ferrovie, riparare i ponti danneggiati tra Brescia e Verona. Quello di Peschiera, per es., è stato distrutto e ricostruito 4 o 5 volte. Poi, il 25 gennaio 1945, siamo stati dislocati a Botticino e acquartierati in una scuola del centro, trasformata in caserma”. Dovevano essere utilizzati per riparare i danni e le rotaie dopo ogni bombardamento alleato, che mirava a distruggere la stazione ferroviaria di Rezzato, dove si fermavano i convogli diretti a Brescia. In realtà il lavoro era scarso. “Il nostro comando era costituito da un maresciallo e 4 militari tedeschi,
da un capitano e 4 sergenti italiani. I tedeschi alloggiavano in una villa separata dalla scuola dove noi eravamo, distribuiti su due piani sovrapposti. Io ero nella camerata posta al primo piano”. 42 elementi di questa Compagnia la notte fra il 13 e il 14 aprile diserteranno per unirsi alla 122ª brigata Garibaldi acquartierata sul Sonclino.
La sera del 13 aprile 1945 Igino si trova incarcerato con altri 5 compagni – tra cui Giuseppe Calamani e Ruggero Gridelli – in una stanzetta antistante la camerata. Avevano fatto baldoria e pertanto, rientrati in ritardo, erano stati rinchiusi fuori dalla camerata. Alle due di notte vengono liberati da un partigiano e condotti a piano terra, allontanandosi con tutta la camerata, senza svegliare i commilitoni che dormono al piano superiore. Fuori, ad attenderli, vi sono 12 partigiani che li scortano verso le montagne di Lumezzane, divisi in gruppi composti da una decina di soldati. Prelevano dall’armeria e portano con sé fucili francesi con le relative munizioni.
A metà cammino fanno una breve sosta di mezz’ora presso una malga, rifocillandosi con polenta, una fetta
di pane, un pezzo di formaggio e bevendo latte appena munto.


Il 16, sul Sonclino, con Tito
Arrivano a destinazione alle ore 13 del 16 aprile,giorno del suo effettivo compleanno di nascita, essendo stata questa registrata il giorno successivo. Da Botticino al Sonclino impiegano complessivamente 23 ore di marcia, attraverso faticosi saliscendi di colline e montagne. Igino trova sistemazione in alto, poco sotto la vetta, alla cascina «Sonclino», denominata in codice distaccamento “Nani”, dal nome di battaglia del comandante della 54ª Gian Battista Salomoni, giunto qualche giorno prima sul posto e a cui verrà affidato il comando della resistenza proprio sul quel fronte.
Sono in tutto una ventina di uomini insediati in quella cascina, che funge da cucina anche per gli altri reparti. Viene loro assegnato e registrato su un foglio un nome in codice. Igino sceglie quello di Jole, perché durante il carnevale e le recite amava travestirsi da donna. Tra i suoi compagni ricorda Gianbattista Sacco di Torino, il cremonese Calamani e l’amico veneziano Gridelli, che finirà miseramente trucidato dai lagunari della X Mas nel sovrastante casinetto di «Campo di Gallo».


La notte del 17, il furto alla Bpd
La notte del 17 Igino partecipa con Tito alla spedizione alla Bpd di Cogozzo, per recuperare armi e viveri: “Io ero fuori di guardia mentre gli altri sono entrati nel magazzino per prelevare vino, burro, salame e una forma di formaggio di 35 Kg che poi, mentre salivamo, è rotolata giù dalla montagna”. Due giorni dopo, il 19 aprile, Igino partecipa con un ruolo non secondario alla battaglia del Sonclino: è tra i primi ad avvistare l’avanzata dei rastrellatori ed è tra gli ultimi ad arretrare, dopo che la brigata si è messa in salvo. Questa la sua inestimabile testimonianza.


Il giorno 19, la battaglia
“Il giorno dell’attacco fascista io e un compagno eravamo di guardia – il nostro turno era dalle 4 alle 6 del mattino – nel punto di osservazione posto poco sopra la nostra base. Verso l’alba abbiamo notato in lontananza delle luci venire verso di noi e subito sono sceso ad avvertire Nani. Lui a sua volta è disceso da Tito, che è risalito di corsa fino alla nostra postazione di avvistamento. Gli ho chiesto se per caso fossero dei cacciatori e lui mi ha risposto dicendomi che era iniziato il rastrellamento. Quando i fascisti sono arrivati a ca 300 m di distanza ho gridato: “Chi siete?”. Allora si sono nascosti e lì è cominciata la battaglia. Avevamo delle armi, ma non tutti. Poi è arrivata su la mitraglia, mentre in basso, ai «Grassi», sentivamo sparare i mortai tedeschi. È stato lo scoppio di queste bombe a provocare l’incendio
dell’erba secca e delle sterpaglie da una parte e dall’altra del crinale da noi occupato, provocando talmente tanto fumo da impedire qualsiasi visione degli attaccanti. Verso le 15 Tito ha dato l’ordine della ritirata, incaricandomi con otto dei suoi uomini di rimanere di copertura fino alla 7 di sera. Con me oltre a Pizzo e Nani c’era Folgore [Angelo Ottelli], Ercole [Angelo Moreni] e Propaganda [Mario Stendardi]. La brigata si è quindi suddivisa in gruppetti e mentre molti sono riusciti a mettersi in salvo scendendo nella valle – passando distanziati e aspettandosi nei punti più pericolosi – altri sono andati a finire in bocca a fascisti e tedeschi. Alla fine, dopo che tutti si erano allontanati, sparando ogni tanto raffiche di mitragliatore all’indietro, anche noi siamo riusciti a discendere questo ripido e roccioso pendio, attaccandoci agli arbusti, impiegando più di un’ora per arrivare al fondovalle. In questa discesa un sasso ha ferito Propaganda ad un ginocchio, sicché abbiamo dovuto aiutarlo per mettersi in salvo.


La sera del 19, l’attacco alla caserma di Brozzo
Poi, saputo che sei compagni fuggiti con me da Botticino erano stati fatti prigionieri dai tedeschi mentre scendevano dal Sonclino ed erano rinchiusi a Marcheno, abbiamo tentato di liberarli cercando di catturare dei militi Gnr dislocati alla caserma di Brozzo, per farne uno scambio. Tuttavia, in questa rischiosa operazione – in cui io ero di retroguardia – Ercole Moreni è rimasto gravemente ferito al ginocchio dai proiettili sparati da un militare tedesco caduto a terra e così l’operazione è fallita. A tarda sera di quel terribile 19 aprile, verso le 21 o le 22, abbiamo incontrato le staffette Berta e Ausilia, che ci hanno portato da mangiare nel bosco, verso i «Piani» di Marcheno”.
La voce di Igino si strozza e a mala pena si liberano parole che gli pesano sul cuore… “Penso sempre ai miei
compagni, torturati, morti e mi viene ancora da piangere”. Tutti devono sapere che nessuno di noi militari provenienti da Botticino si è consegnato: quelli che sono stati ammazzati in montagna li hanno presi e torturati i fascisti, mentre altri sei sono stati uccisi dai tedeschi a Marcheno.


Dopo la liberazione
Dopo la liberazione,Igino opera per 4 mesi presso la questura di Brescia all’interno del corpo della polizia ausiliaria partigiana. Il primo servizio che svolge è la sorveglianza del magazzino GNR di S. Eufemia e l’arresto di numerosi fascisti. Successivamente prende servizio presso la caserma di Rovato per altri 3 mesi. Rifiuta il trasferimento a Modena per partecipare a un corso di formazione, preferendo tornare a casa. Un amico gli offre di lavorare presso di lui come calzolaio, per trasformare scarponi militari in scarponi ad uso civile, preferibilmente per sciatori o montanari.
A 23 anni dà l’esame di quinta elementare e a 25 partecipa a un bando di vigile urbano, che riesce a superare. Finalmente nel ’52 può sposarsi con la sua morosa di Botticino, Maddalena Quecchia, nata il 2 maggio del ’29, che gli darà tre figli: Liliana nel ’53, Marco nel ’58 e Nicola nel ’72, quando è felicemente in pensione.


Il ricordo dei suoi compagni caduti
Igino non dimenticherà mai il sacrificio dei suoi compagni caduti sul Sonclino e spesso si recherà a tributare loro onore presso il monumento realizzato alla “Tesa”. Manterrà sempre un ottimo rapporto con i suoi amici garibaldini, in particolare col vicecomandante Lino Belleri e Santina (Berta) Damonti.


L’ultimo incontro
L’ultima occasione d’incontro pubblico con Igino è avvenuta a Marcheno il 26 aprile 2019, quando sono state rinnovate – alla presenza di autorità civili, scolastiche e della sezione Anpi – due importanti memorie materiali garibaldine: il piccolo monumento ai caduti della brigata in località Parte e la lapide ai sei suoi commilitoni fucilati il 20 aprile all’esterno del cimitero.

Riconoscimenti
conseguiti

1) 1945: Brevetto di partigiano n. 011330
2) 1945: Certificato di patriota n. 236936 firmato da Alexander
3) 1956: Diploma di partigiano combattente
4) 1985: Diploma d’onore rilasciato dal presidente Pertini
5) 1995: Riconoscimento del Valor Militaree del grande amore di patria combattendo nella 122ª brigata Garibaldi
Marcheno, 26 aprile 2019.