di Fabrizio Burattini

Molti si chiedono se usciremo mai da questa pandemia che continua ad allungarsi e si complica per l’apparizione di nuove varianti, ancora più terribili del ceppo originale. Eppure la creazione di vaccini a velocità record aveva dato qualche speranza. Ma queste speranze sono state state per il momento parzialmente ma certo rapidamente deluse a causa della lentezza con cui vengono distribuiti alle popolazioni.

Non siamo specialisti, forse questi vaccini sono dei veri miracoli tecnologici, ma la loro distribuzione rimane molto problematica: una lentezza disperante delle campagne vaccinali, aggravata dall’incapacità delle tanto decantate multinazionali del farmaco a produrre il vaccino su scala sufficiente e, ancora di più, una distribuzione preoccupantemente diseguale tra paesi poveri e ricchi. Basti pensare all’Africa, dove, a fronte di un miliardo e 200 milioni di abitanti, con quasi 4 milioni di persone contagiate dal Covid-19, allo stato attuale sembrano essere arrivate solo qualche decina di migliaia di dosi, per di più concentrate tra il Marocco e il Sud Africa. Nessuno del personale dei traballanti sistemi sanitari dei paesi dell’Africa subsahariana è stato vaccinato e là medici e infermieri continuano ad infettarsi e a morire di Coronavirus.

Nonostante la scienza abbia risposto in modo spettacolare a una domanda sociale pressante, il nostro sistema economico sembra aver fallito ancora una volta nel proteggere le persone. Questo risultato gravemente deludente è la conseguenza della visione mercantile della salute adottata ormai a livello planetario da diversi anni, per tutto il sistema sanitario e, in particolare, nella progettazione e nella commercializzazione dei farmaci.

I diritti di proprietà intellettuale, i cosiddetti brevetti, hanno permesso di proteggere i prodotti delle più grandi compagnie farmaceutiche. Negli scorsi decenni questi diritti di proprietà hanno costituito una delle più dibattute questioni al centro dei negoziati per gli accordi di libero scambio. L’obiettivo è sempre stato quello di rafforzare e di estendere queste “proprietà private”, per massimizzare i profitti che ne derivano, anche se questo significa rendere i farmaci inaccessibili proprio a chi più ne ha bisogno. Non c’è stata alcuna preoccupazione di proteggere l’umanità in questi negoziati, nonostante le numerose denunce delle associazioni umanitarie, indignate da tale spudorata avidità.

Dall’inizio della pandemia, la scoperta dei vaccini anti Covid-19 era considerata una gallina dalle uova d’oro per molti speculatori. Ad aprile 2020, dopo un primo crollo dei mercati finanziari per il drammatico rallentamento dell’economia causato dalla diffusione del virus e dai tentativi di contenerla, i mercati finanziari hanno riacquistato una forza sorprendente. Una delle principali ragioni di questo aumento inaspettato risiedeva nella certezza che i vaccini di prossima scoperta avrebbero portato profitti colossali agli investitori.

I vaccini, appena scoperti e sottoposti a test molto sommari, sono stati portati sul mercato con comunicazioni commerciali molto efficaci, capaci di rispondere alle aspettative del pianeta. Le due aziende più “performanti” sono state la Pfizer, una delle più grandi multinazionali farmaceutiche del mondo, con un fatturato che per il 2020 dovrebbe attestarsi attorno ai 50.000 miliardi di dollari, e Moderna, più modesta, più nuova, più specializzata, ma il cui immenso successo le permetterà di giocare nei prossimi anni in serie A. Mentre queste compagnie rastrellano enormi profitti, i nostri governi, dopo aver stipulato con esse contratti capestro, dipendono da loro, da come consegnano, a spizzichi e bocconi, un bene essenziale alla gente.

Tutto questo dipende dal sistema della ricerca scientifica capitalista basata sul principio della “ricerca proprietaria” che si concentra sull’ottenimento di un brevetto lucrativo, in opposizione alla “ricerca collaborativa” che si basa su uno scambio generalizzato di dati tra i vari centri di ricerca. La disponibilità di dati accessibili al pubblico permetterebbe la produzione di quantità molto più grandi di vaccini, con costi più economici e con produzioni più sicure.

La privatizzazione della sanità, che è stato un fenomeno non solo italiano ma mondiale, oltre a tutti gli altri effetti perversi che ha causato, ha anche avvilito e impoverito i centri di ricerca pubblici, costringendo anche i centri universitari a convenzionarsi con aziende private per poter svolgere un minimo di studi e di sperimentazioni.

Non siamo certo estimatori della Russia autocratica di Vladimir Putin, peraltro anch’essa vittima di una pesante operazione di privatizzazione dei servizi pubblici, ma occorre segnalare che l’ormai famoso vaccino Sputnik, nonostante la riluttanza dell’occidente a prenderlo in considerazione, più per motivi geopolitici che per ragioni scientifiche, ha delle qualità riconosciute perfino dalla prestigiosa rivista “The Lancet”. Ebbene, quel vaccino è stato concepito in un istituto di ricerca epidemiologica e microbiologica alle dirette dipendenze del ministero della Salute di Mosca e il governo russo intende avvalersene per ingraziarsi alcuni paesi e per trascinarli nella sua orbita.

Ancora meglio i vaccini messi a punto dalla ricerca cubana, in particolare il “Soberana 2”, che, non appena conclusa la fase sperimentale potrebbe essere gratuitamente fornito ai paesi più poveri.

La “guerra dei vaccini” è una vera e propria aspra contesa tra le potenze del mondo. Ognuno la combatte come sa.