Il primo dato da sottolineare è il crollo della partecipazione, in gran parte, probabilmente, dovuta alla pandemia. Astensione che ha riguardato, a quanto pare, soprattutto l’elettorato di destra, storicamente il meno motivato nelle elezioni catalane. I quasi 4,4 milioni di partecipanti al voto di quattro anni fa si sono ridotti di circa 1 milione e mezzo (meno di 2 milioni e 900 mila elettori): in termini percentuali da una partecipazione vicina all’80% si è scesi a poco più del 53%. Per quanto riguarda i singoli partiti gli unici che hanno guadagnato in termini assoluti sono stati i socialisti: da meno di 610 mila voti (pari al 14% scarso) sono saliti a oltre i 650 mila (pari al 23%) raddoppiando i seggi (da 17 a 33), tornando ad essere il primo partito in Catalogna. Al secondo posto i cosiddetti “socialdemocratici” indipendentisti di ERC (Sinistra Repubblicana di Catalogna), che perdono oltre 330 mila voti (da 935 mila a circa 600 mila), pur mantenendo, grazie al crollo dei votanti, più o meno la stessa percentuale di voti (21,3%) ed aumentando di un seggio (da 32 a 33) la loro rappresentanza parlamentare. Al terzo troviamo gli ex “Convergenti” liberali di Junts per Catalunya (Uniti per la Catalogna), convertiti all’indipendentismo negli ultimi anni. Essi perdono oltre 380 mila voti, scendendo da quasi 950 mila voti (primo partito nel ’17) a poco meno di 570 mila di oggi, perdendo un punto e mezzo (dal 21,7% al 20,1) e 2 seggi (da 34 a 32) e retrocedendo dal secondo al terzo posto tra i partiti in Catalogna. Bisogna però ricordare che, 4 anni fa, i liberali indipendentisti del PDeCat erano all’interno di Junts per Catalunya, ed hanno ottenuto oggi 77 mila voti (2,7%) e nessun deputato. Per quanto riguarda i partiti a sinistra dei socialisti, arretra l’area collegata ad Unidas Podemos (al governo a Madrid col PSOE) su scala statale, che in Catalogna si chiama ECP-PEC (In Comune Possiamo): perde oltre 130 mila voti (da 326 a meno di 200 mila), perdendo poco più di mezzo punto (dal 7,5% al 6,9%) e mantenendo gli 8 deputati che aveva 4 anni fa, sempre grazie al calo dei votanti. Sembra che gli elettori di sinistra, a quanto pare, vista la crescente moderazione della sinistra ex “radicale” non indipendentista (a Madrid come a Barcellona) abbia scelto, per così dire, di votare “l’originale” (o quanto meno il più grosso dei partiti riformisti, ragionamento che conosciamo molto bene a sud delle Alpi). Va meglio alla sinistra anticapitalista ed indipendentista della CUP (Candidature di Unità Popolare), appoggiata dai nostri compagni catalani di Anticapitalistes dopo la rottura di un anno fa con Podemos: i circa 190 mila voti (poche migliaia in meno del 2017), rappresentano un incremento percentuale di oltre 2 punti (dal 4,5% al 6,7) ed un più che raddoppio in termini di seggi (da 4 a 9). Il resto della sinistra (i micro partiti) ottiene in totale 18 mila voti (0,7%) e nessun deputato. La destra “spagnolista” crolla, soprattutto in seguito alla batosta di Ciutadans (Cittadini), i presunti moderati e liberal-conservatori di questo schieramento: CS perde quasi il 90% dei suoi elettori di quattro anni fa, scendendo da oltre 1 milione e 100 mila voti a meno di 160 mila di oggi (da oltre il 25% al 5,6 di oggi) e da 36 (primo gruppo parlamentare nel 2017) a 6 seggi (7° gruppo). Della debacle di CS non approfitta il reazionario PP (Partito Popolare), già debolissimo in Catalogna, che riduce ulteriormente il suo già scarso peso: da 185 a 108 mila voti (e dal 4,2 al 3,8%), scendendo da 4 a 3 seggi (ultimo tra i partiti in parlamento). E vediamo gli unici che, destra, possono, se non cantare vittoria, almeno essere meno abbattuti: i neofascisti di Vox. Non essendo stati presenti alle elezioni di 4 anni fa (in quel di Barcellona, all’epoca, i pochi nostalgici del franchismo si nascondevano tra i “democristiani” del PP), riescono a fare una relativamente “bella figura” oggi, con i loro 217 mila voti (primo partito di destra) e 7,7% (11 deputati). Ma se paragoniamo i voti ottenuti oggi con quelli ottenuti alle politiche di due anni fa in Catalogna, vediamo che non tutto è oro quel che luccica per le canaglie neofranchiste: nel 2019 Vox aveva ottenuto 244 mila voti, quasi 30 mila più di oggi (anche se in percentuale sono cresciuti, visto che avevano il 6,3% nel ’19). Non voglio sottovalutare il brutto segnale che, per la prima volta in Catalogna, l’estrema destra riesce ad andare oltre le percentuali da prefisso telefonico. Ma resta il fatto che l’insieme della destra “spagnolista” scende da 1,3 milioni di voti del 2017 (30% circa) ai circa 480 mila di oggi (17%) e dai 40 seggi ai 20 di oggi. Il blocco “indipendentista” (ERC, JxCat, CUP, PDECat e minori) cala in termini di voti assoluti (oggi meno di 1 milione e mezzo di voti, contro i 2,2 milioni di quattro anni fa) ma cresce in percentuale (da poco più del 47% al 51%) e in seggi (da 70 a 74, superando agevolmente la maggioranza assoluta nel Parlament di Barcellona). La sinistra (comprendendo pure i socialisti, i cui elettori si sentono ovviamente di questo schieramento, al di là delle scelte del gruppo dirigente), cioè PSC, ERC, ECP, CUP e minori, è quella che perde meno in termini di voti (grazie alla crescita socialista e alla tenuta della CUP), passando da 2,1 milioni di voti di 4 anni fa al milione e 650 mila voti di oggi, e dal 48 al 59% (oggi 83 seggi, quattro anni fa 61, più 22). Se ci limitiamo alle forze alla sinistra dei socialisti (ECP, CUP e minori) si passa dai 570 mila voti (13% dei voti) ai poco più di 400 mila (e 14,2%) di oggi (e dai 12 ai 17 seggi di oggi). Ovviamente questi calcoli sono puramente indicativi degli orientamenti dei votanti, e hanno poco o nullo valore politico: infatti sarebbe pressoché impossibile mettere insieme i socialisti con la CUP e probabilmente anche con ERC. Resta il fatto che la Catalogna si conferma ancor oggi una delle zone più a sinistra d’Europa e del mondo. E quindi, non posso fare a meno di dire: Visca Catalunya lliure i socialista!

Flavio Guidi