di Fabrizio Burattini
Draghi l’uomo della provvidenza, Draghi il messia. Effettivamente è da almeno 2000 anni che non si vedevano così tante conversioni insieme. Salvini europeista, Berlusconi statista, i grillini fulminati sulla via del Quirinale. E’ finito l’antiberlusconismo. E con essa una delle poche bandiere residue di una “sinistra” irreperibile.
Il neoliberalismo, nella sua versione “moderata”, temperata da un finto keynesismo, sembra vincere ovunque, a Bruxelles con Ursula Von der Leyen, a Washington con Joe Biden, e anche a Roma con il “Santosubito”.
E con esso sembra vincere il ritorno al cattolicesimo.
Forse non è un caso che tutti e tre i personaggi sopra ricordati siano cristiani (cattolici Biden e Draghi, luterana, che in Germania è un po’ come essere cattolici, Von der Leyen). Quanto al governo Draghi, com’è stato fatto notare, ben 13 sui 23 ministri sono stati oratori, a volte abituali, ai raduni riminesi di Comunione e Liberazione. La maggioranza assoluta, anzi, la maggioranza schiacciante visto che i ministri 5 stelle e quelli PD non si possono mettere nel conto dato che CL li esclude a priori, i primi non certo perché “mangiapreti”, ma perché troppo plebei per quell’augusto consesso e gli altri perché, pur se a trent’anni di distanza dalla Bolognina, alle raffinate narici dei “formigoniani” puzzano ancora troppo di comunismo.
Cattolicesimo al governo dell’Italia, dunque, con il banchiere cresciuto nelle scuole dei gesuiti chiamato al potere dal presidente Mattarella, diplomato a sua volta al San Leone Magno di Roma, prestigioso liceo dei padri maristi.
E’ dunque pleonastico chiedersi se sia il cattolicesimo del Dio dei poveri o quello del Dio dei ricchi a prevalere nel nuovo inquilinato di Palazzo Chigi, se sia quello predicato da papa Francesco o quello di Comunione e liberazione, cioè di quel crogiuolo di interessi personali e di lobby, mascherati da esercizi spirituali.
Per chi non lo avesse già capito, ce lo chiarisce perfino Luigino Bruni su quel settimanale “comunista” che è “Famiglia cristiana”: “è molto presto per incensarlo come stanno facendo molti cattolici e laici, la grande finanza non ha mai avuto molta attenzione per la sussidiarietà e per le fasce più deboli”.
D’altra parte la chiesa cattolica (in questo al pari di tante altre chiese) da secoli è il luogo in cui si conciliano le antitesi: “debito buono” e “debito cattivo”, neoliberismo e politiche che cercano di apparire neokeynesiane, il “governo politico” dei “tecnici”… “Whatever it takes”, ad ogni costo, anche a costo di mettere per l’ennesima volta insieme il diavolo e l’acqua santa (ognuno scelga da che parte stare). Un po’ una versione moderna del “Qualunque cosa per cercare la volontà divina” di Sant’Ignazio de Loyola, l’ispiratore del nostro premier.
Conte, il governo Conte 2, è caduto nonostante il significativo consenso che i sondaggi di opinione registravano. Un consenso che gli veniva nonostante Giuseppe non appartenesse a nessun partito. O forse proprio per questo. Ma quel governo ha fatto fallimento su troppe questioni.
Noi, all’opposizione da sinistra, lo consideravamo troppo sbilanciato a favore delle imprese e poco attento alle sofferenze degli strati più bassi della società. Confindustria lo riteneva troppo sociale e troppo poco a favore di coloro che “danno lavoro”. Potete facilmente immaginare chi è che è riuscito ad imporre la propria opinione, tanto più di fronte alla prospettiva di decidere quale governo dovesse poter gestire i famosi 209 miliardi. E sulla giustizia non andava proprio giù la sua idea di dare qualche strumento in più di indagine per contrastare la corruzione, ma soprattutto quella di bloccare la prescrizione con la quale tanti potenti, grazie ai loro collegi legali, riescono a conquistarsi un’impunità di fatto, compreso Silvio Berlusconi, l’apostolo del neo messia. E sui servizi segreti, nel nuovo bipolarismo internazionale Stati uniti-Cina, all’Italia è opinione comune che occorra un governo “affidabilmente atlantista”.
E noi, che giustamente ce la prendevamo con Conte da sinistra, noi che non l’avevamo mai definito “un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste” (Zingaretti), noi che ne chiedevamo il rovesciamento con tutte le nostre “sante” ragioni, l’abbiamo visto cadere con il consenso compiaciuto di quelli che l’avevano osannato fino a ieri.
Gli italiani (quasi) tutti sembrano già esultare di fronte alla promessa di poter vivere in un principato “sicuro e felice”, come quello prospettato cinquecento anni fa da Niccolò Machiavelli nel suo “Principe”. Un principato nel quale la “sovranità” è del popolo che la fa esercitare dal principe…
Certo, questa inedita “unità nazionale” non cancellerà la conflittualità tra i partiti. Salvini, Renzi, Berlusconi e Zingaretti restano fuori del governo per poter continuare impunemente a fingere di litigare, mentre i loro uomini (e solo qualche loro donna) governeranno tutti insieme sotto lo sguardo benevolo del principe.
Come ebbe a dire poco più di 40 anni fa in parlamento Leonardo Sciascia: “In realtà questo paese è il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’idea del governare, di una vita morale del governare”.