Negli anni scorsi, pressoché da soli, abbiamo sottoposto il cosiddetto “modello Veneto” o “modello Zaia” nella sanità, ed in particolare nella gestione della fase 1 della pandemia, ad una critica che ne ha svelato per tempo il bluff. Ma – data la prova catastrofica fornita dal sistema sanitario nazionale, data l’emersione delle clamorose colpe dei governi succedutisi nell’ultimo ventennio (almeno) in fatto di mancata prevenzione delle epidemie – è sembrato per qualche mese che Zaia fosse, tra i ‘governatori’, il solo monocolo (individuo che vede da un solo occhio) nella terra dei ciechi. Assistito da una buona dose di fortuna e da qualche non sprovveduto consigliere. Oltre che, e non è poco, pompato da una “grande stampa” impegnata a sgonfiare il pallone-Salvini in preda a pericolosi deliri di onnipotenza contrapponendogli il suo socio di partito “moderato” e “razionale” Zaia – quello, per intenderci, che i cinesi mangiano i topi vivi.

Il fondamento di questa incensazione, tuttavia, era fragile, perché il Veneto di Zaia non ha fatto altro che applicare, solo con più gradualità, il “modello lombardo”, che poi non è altro che il “modello” seguito in Italia e in Europa negli ultimi due decenni: tagli alla sanità pubblica, alla rete ospedaliera e al personale, distruzione di quel tanto di medicina territoriale esistente, lucrosissimi affari per i privati (project financing e tutto il resto), nessuna preparazione all’avvento di epidemie. In primavera, in pieno processo di beatificazione del suddetto, lo spiegammo in questo post: https://pungolorosso.wordpress.com/2020/04/20/su-zaiaco-e-il-cosiddetto-modello-veneto/

Ora quel fondamento ha ceduto di schianto. Da giorni cresce su stampa e tv l’allarme sulla situazione in Veneto. Al culmine si è arrivati oggi, 16 dicembre, con il Corriere della sera che ammette: “Ospedali al limite”. Adesso il Veneto teme un cedimento. Un’ammissione a metà, perché il cedimento è già avvenuto, se è vero che una regione che ha meno della metà della popolazione della Lombardia, è riuscita a superare la Lombardia non solo per numero di contagi, ma anche di morti. La sciocca vanteria di Zaia: abbiamo più contagi perché facciamo più tamponi (inclusi quelli rapidi, molto contestati), è crollata davanti alla contabilità dei morti, arrivati ad essere il 20% del totale dei morti in Italia, con una popolazione che è 1/12. Oramai è assodato: come e anche più che nel resto d’Italia, la fase 2 sarà in Veneto più dura, più mortale della fase 1. Dagli ospedali e dalle RSA è arrivato un appello così pressante che stasera (16 dicembre) Zaia si è spinto a dire: “se non decreta la zona rossa il governo, la decreterò io”.

Cos’è successo di così imprevisto? Lui la butta in psicologia sociale : “non abbiamo più paura di morire”. O in antropologia sociale: “c’è una cultura ripugnante secondo cui questa è la malattia degli anziani”. Quella cultura che discende in linea diretta dalla ‘filosofia sociale’ capitalistica di cui è imbevuto, nella quale prima e al di sopra di tutto c’è il dio profitto, e la morte degli anziani, e il resto, sono soltanto accidenti secondari, al più costi collaterali, se non proprio costi improduttivi da liquidare. L’anguilla-Zaia cerca di sgusciare dalle cause di questo disastro. Ma ci sono numeri che lo inchiodano: comparati con gli anni 2017-2019, i morti in Veneto sono aumentati, nella seconda metà di marzo scorso del 39%, nella prima metà di aprile del 38%, nella seconda metà di aprile del 23%. E tale è stata l’ottima attività preventiva dell’esemplare “sistema sanitario Veneto” che i dati dei morti 2020 della seconda ondata (comparati a quelli dei tre precedenti anni) sono: +32% nella prima metà di novembre, +44% nella seconda metà di novembre, con punte del +51% a Belluno, +57% a Vicenza, +59% a Verona. 

E ciò che più ancora inchioda Zaia e i fautori del (peraltro inventato) “modello Veneto” alle loro gravissime colpe politiche, è la verità finalmente ammessa dalla dott. Francesca Russo, capo del Dipartimento Prevenzione (mancata) della regione: il massimo dei contagi si ha nella fascia d’età tra i 24 e i 64 anni, cioè tra le persone che lavorano, mentre l’età media dei ricoveri è intorno ai 75 anni. Quindi? Conclusione obbligata: “Il mondo produttivo è quello che si infetta di più e fa da vettore per gli anziani che finiscono in ospedale e talvolta muoiono” (Corriere della sera del 16 dicembre). Ma fin qui l’imperativo è stato tenere tutto aperto. Le fabbriche anzitutto! E non solo. Perché il grumo di interessi accumulativi di cui Zaia è portavoce e amministratore è impegnato anche a “preservare utili e fatturati di ristoratori, baristi, albergatori, condannando chi vorrebbe fermare le attività: ‘E’ facile dire chiudiamo tutto con il portafoglio degli altri’”. Parole di…? Avete indovinato. Ed ecco arrivare trafelato, fuori tempomassimo, a chiedere di fare lo screening generalizzato “come in Alto Adige”, il segretario della Cisl, Refosco.

Il profitto, e il servilismo verso il profitto, hanno risultati catastrofici per gli umani, e prima di tutto per quegli umani senza privilegi, costretti a vendere la propria forza-lavoro, che sono i proletari. Il virus dei virus è il capitalismo. E se volete ascoltare una denuncia della vera situazione attuale in Veneto, in Italia e nel mondo, e delle sue cause; se volete interrogarvi su cosa fare contro questa deriva di crisi, pandemia e morte, partecipate alla iniziativa indetta dal Coordinamento delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi del Veneto, a Mestre, sabato 19 dicembre, piazzetta Coin, ore 10.30 – 12.30.

P.S. – Aggiornamento al giorno 17 dicembre – Due le novità di giornata. Nel Veneto, oggi, il contagi sono arrivati al 25% del dato nazionale (1 su 4). L’altra novità, ancora più horror, è questa: dal mondo di Cgil-Cisl-Uil parte una proposta di ritorno al lavoro volontario e gratuito – data l’emergenza – di medici e infermieri in pensione. Di nuove assunzioni, specie se si tratta di personale medico e infermieristico di immigrazione, non è il caso di parlarne.

Da il pungolo rosso.