Il titolo, volutamente provocatorio, è una citazione impropria (si parva licet) del celebre saggio di Max Weber (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo) che è ormai diventato quasi un luogo comune (nonostante pochi lo abbiano letto). Facendo seguito all’articolo pubblicato due giorni fa sull’oppressione dei non credenti (atei, agnostici, ecc.) nella maggior parte dei paesi del mondo, ho scritto un breve articolo che torna su quella “palla al piede” per il libero sviluppo umano che è la religione, sotto ogni forma. Ho dato un’occhiata alle statistiche “religiose” nei vari stati, allo status che le religioni hanno, agli ostacoli che frappongono alla laicizzazione della società. Ne è uscito un quadro che mi sembra piuttosto interessante, anche se è lungi da me trarne conclusioni meccaniche, innanzitutto perché, nella maggior parte dei casi, queste statistiche sono poco (o per nulla) affidabili, e in secondo luogo perché, se anche lo fossero, è pur sempre, quella di una presunta identità religiosa, una descrizione molto imprecisa dell’atteggiamento degli esseri umani verso la vita. Comunque, in mancanza di meglio, accontentiamoci di qualche grezza riflessione. Prima d’ogni disamina un po’ più approfondita, diamo un dato generale: nonostante la crescita impetuosa dell’ateismo, dell’agnosticismo ed in genere della “fuga dalla religione” degli ultimi decenni (soprattutto nelle società più avanzate), la maggioranza degli esseri umani continua a credere… a Babbo Natale (absit inuria verbis): più o meno 6 miliardi di persone (sui 7 e mezzo che abitano il pianeta) aderiscono, almeno formalmente, a un’ideologia religiosa. Due miliardi di cristiani, quasi altrettanti musulmani, oltre un miliardo di induisti, mezzo miliardo di buddisti, ecc. I non credenti sono la maggioranza assoluta o relativa solo in una decina di paesi: Australia, Rep. Ceca, Cina, le due Coree, Estonia, Francia, Germania, Nuova Zelanda, Paesi Bassi e Vietnam. Sono al secondo posto (dopo la religione “maggioritaria”, quasi sempre di ceppo “cristiano”) in quasi tutti gli altri paesi europei, nel Nordamerica e in Giappone. Sono piuttosto deboli in America Latina, nell’Asia Meridionale e nell’Africa sub-sahariana, e praticamente assenti (ma vedremo più avanti quanto poco sia affidabile questo dato) nei paesi islamici.

Balza subito agli occhi una semplice constatazione: l’essere non credenti sembra un lusso che possono permettersi solo i paesi “ricchi” (a parte il caso dell’Estremo Oriente, Cina in primis). Niente di sorprendente: la povertà (economica e quasi sempre anche socio-culturale) è da sempre il brodo di coltura per “l’oppio dei popoli”. Lenisce il dolore come la droga, istupidisce come la droga, fa sognare come la droga. E lo sviluppo socio-economico sembra il migliore antidoto contro l’intossicazione religiosa. Probabilmente in un rapporto dialettico tra i due fattori (da qui il titolo di questo articolo). A meno che l’identità religiosa non si confonda con l’identità nazionale e/o etnica (vedi i casi della Polonia, dell’ex Jugoslavia, e, mutatis mutandis, dei paesi arabi), il che rende molto più aleatoria la succitata riflessione.

Come misurare il “peso” dell’ideologia religiosa? Compito non certo facile: la percentuale dei “credenti”, anche ammesso (e non concesso) che tale dato sia attendibile, ci dice ben poco. Per fare un solo esempio: la Danimarca, uno dei pochi paesi avanzati ad avere una religione “di stato” (il protestantesimo luterano) a cui teoricamente aderisce quasi il 63% dei danesi, vede, da un recente sondaggio, la partecipazione alle cerimonie religiose di un miserrimo 3% della popolazione. Mi sento di scommettere (pur non avendo accesso, in questo caso, a sondaggi attendibili) che il 63% dei cittadini del Malawi (che non ha religione di Stato) che aderisce a una delle varie chiese protestanti sia molto più assiduo nella partecipazione alle cerimonie degli omologhi danesi. Un dato un po’ più solido è costituito dall’assetto giuridico del paese in questione. E in primo luogo dalla sua costituzione formale. Se esiste una religione di Stato, si può stare certi (o quasi, perché esistono le eccezioni, come la Danimarca) che la laicità sarà ridotta ai minimi termini, se non perseguitata o addirittura proibita (come nella decina di stati, tutti islamici, in cui l’ateismo è punito con la pena di morte – vedi articolo del 13 dicembre -). Ma non sempre ciò è assodato, come abbiam visto nel caso della Danimarca ma anche del Costa Rica o dell’Argentina, dove il cattolicesimo è “ufficiale”, ma pesa meno che in paesi come la Polonia o la Croazia, dove non lo è. Vediamo un po’ più nel dettaglio, cominciando da casa nostra, e cioè dal cattolicesimo (romano o latino). La religione di Bergoglio è seguita, più o meno, da oltre un miliardo di persone nel mondo. Secondo le statistiche, è maggioritaria in 48 stati, e maggioranza relativa in altri 12. Il paese più cattolico del mondo, dopo la Città del Vaticano, è Timor Est (97,6%), seguito da Malta (93,9), Paraguay (89,6), Polonia (87,7) e Croazia (86,3). Guarda caso, in almeno 3 casi su 5, si tratta di una sovrapposizione tra identità religiosa e identità nazionale: Timor Est contro l’Indonesia musulmana che ha invaso e occupato il paese per quasi 40 anni; la Polonia in secolare lotta tra Germania protestante e Russia ortodossa, la Croazia in contrapposizione alla Serbia ortodossa. In questa classifica il primo paese a capitalismo maturo lo troviamo al 13° posto, ed è l’Irlanda (78,8%, in calo rapido negli ultimi anni), anche qui in contrapposizione all’imperialismo (protestante) britannico. Poi al 25° l’Italia (70%), al 28° il Portogallo (68,9%), al 29° il Lussemburgo (68,7), al 30° la Spagna (67,5%), fino a trovare ex “baluardi” cattolici come l’Austria (gli Asburgo si rivolteranno nella tomba!) al 40° posto (56,9) e la Francia al 47° (con solo il 46% dei francesi che si sentono ancora “figli maggiori della Chiesa”). Se il cattolicesimo è in piena ritirata dalla sua ex roccaforte nell’Europa occidentale e meridionale, non sta di certo molto meglio nella seconda roccaforte, quell’America Latina ormai travolta dall’invasione delle sette “protestanti” di matrice nordamericana. Fino a pochi anni fa le percentuali “ufficiali” dei cattolici oscillavano tra il 90 e il 95%. Oggi ci sono paesi, come l’Honduras, dove il numero dei cattolici è stato soverchiato da quello delle variegate “chiese evangeliche”. Paradossalmente è il Messico, teatro un secolo fa di una rivoluzione dai tratti laicizzanti, che risulta meno avaro (dopo il Paraguay) con la “Madre Chiesa”: ancor oggi l’82,7% dei messicani si dichiara cattolico, quasi dieci volte di più di chi si dichiara seguace di una delle chiese importate dai “gringos” del Nord. Gli altri paesi latino-americani sono tutti al di sotto dell’80%: dal 79 della Colombia al 71 dell’Argentina, dal 65 del Brasile al 41 dell’Honduras. Solo l’Africa centro-meridionale (e le Filippine) vede, per ora, l’espansione di quella che fu la Chiesa di Roma, il che fa pensare che il famoso “papa nero” delle barzellette non sia poi così lontano. Comunque, dei 60 paesi “cattolici” (di cui 48 con maggioranza assoluta), solo 8 vedono il cattolicesimo come “religione di Stato”: Argentina (ma in realtà più laica di quanto sembri a prima vista), Costa Rica, Rep. Dominicana e Salvador in America Latina; Malta, Monaco e Liechtenstein in Europa (oltre, ovviamente, alla Città del Vaticano). Sarebbe molto complesso (e prolisso) analizzare in quali altri aspetti, al di là dell’ufficialità statale, si materializza l’influsso soffocante del cattolicesimo nelle varie società in cui è egemone. La legislazione familiare, per esempio, la depenalizzazione dell’aborto, l’insegnamento religioso nella scuola, ecc. ecc. Basti pensare al caso italiano che, pur non avendo una religione ufficiale, vede la Chiesa Cattolica invadere tutti (o quasi) gli spazi possibili (anche grazie all’odioso art. 7 della Costituzione). L’impressione è che il cattolicesimo sia complessivamente in ritirata, sia nei paesi, come la Francia, dalla laicità consolidata, sia in quelli, come l’Italia o la Spagna e il Portogallo, dove fino a pochi decenni fa il lezzo di sacrestia era insopportabile.

[continua]