“Nuova costituzione subito. Assemblea costituente adesso. Abbasso il capitalismo. Viva il socialismo”. “No al massacro in Perù. Né Vizcarra né Merino”. I cartelli esposti al Colosseo dalla comunità peruviana di Roma sintetizzano i termini della protesta di piazza, che da cinque giorni si svolge nel paese. Il neo-eletto presidente a interim, Manuel Merino è stato obbligato a dimettersi al grido di “Fuori Merino corrotto assassino”.

Di Daniele Mastrogiacomo

Il Perú è al collasso. Tredici ministri, su 18, rassegnano le dimissioni. Lo stesso presidente transitorio Manuel Merino ha gettato la spugna. Era stato appena nominato dal Parlamento dopo la sfiducia votata a maggioranza contro Martín Vizcarra, accusato di presunta corruzione. Non è una resa pacifica. Ci sono almeno due morti, ragazzi giovani, colpiti da “pallottole” durante una settimana di manifestazioni oceaniche di protesta. Decine di altri feriti, alcuni gravissimi. I referti medici parlano di “oggetti di piombo” rinvenuti negli intestini e nel petto delle vittime. Il ministero della Salute accenna a “corpo estraneo” ma l’ente sanitario Essalud, che gestisce l’ospedale dove era stato trasportata una delle vittime, Percy Pérez Shaquiama, 27 anni, ha precisato che era stato colpito da “un proietttile”. Il tweet è stato poi subito modificato con un più preciso “proiettile di arma da fuoco”.  Non è un dettaglio irrilevante. Il Ministero degli Interni ha sempre negato che nel corso dei violentissimi contri con la polizia si fosse fatto uso di armi da fuoco. Aveva ammesso il ricorso ai perdigones, i proiettili di gomma rafforzati con l’acciaio, ma mai di proiettili veri. Sono stati proprio i manifestanti a denunciare, prove alla mano, che tra loro si erano infiltrati degli agenti camuffati e che erano stati questi a tirare fuori le pistole e a fare fuoco. Decine di video postati in rete mostrano degli uomini vestiti in borghese che puntano le armi sulla folla dopo essere stati individuati e indicati con i raggi laser. Sui social girano molti appelli e denunce su almeno 40 persone scomparse dopo aver partecipato alle manifestazioni. Sui cartelli affissi sui muri e innalzati nei cortei si indicano i nomi con le loro foto. Non si sa dove siano finiti e in mani di chi siano. In un video diffuso su Twitter, il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosaafferma che “due giovani sono stati assurdamente, stupidamente, ingiustamente sacrificati dalla polizia” e aggiunge: “Questa repressione, che è contro tutto il Perù, deve finire”. 

Secondo quanto raccontano le cronache dei quotidiani locali a sparare sulla folla sarebbero elementi del Gruppo Terna, un nucleo di agenti sotto copertura noto per le sue provocazioni. Tra i feriti molti i giornalisti che coprivano le manifestazioni e le battaglie che durano quasi ininterrottamente da sei giorni. Il nuovo esecutivo, nato dopo la sfiducia del presidente Martín Vizcarra, accusato di “condotta moralmente inadatta”, non ha retto all’urto della protesta. 

Quello che è avvenuto lunedì scorso è il culmine di una resa dei conti tra le lobby che hanno campato per anni con il sistema di tangenti e corruzioni e uno sparuto fronte di sostenitori della legalità sorretti da alcuni apparati dello Stato. La nomina dell’ex speaker del Parlamento, Manuel Marino de Lama, tra i protagonisti del colpo di mano che ha estromesso Vizcarra, come presidente ad interim che avrebbe dovuto portare il Paese fino alle elezioni generali del prossimo aprile, è stata subito contestata. Sin da lunedì sera, con un Paese attonito che seguiva in diretta tv le fasi di questo “golpe”, decine di migliaia di persone hanno invaso le vie e le piazze di Lima chiedendo che venisse restaurato il diritto Costituzionale, violato da una nomina che serve soprattutto a salvare chi è coinvolto nelle decine di inchieste per corruzione avviate da tempo dalla magistratura. 

La reazione della polizia è stata durissima. Reparti antisommossa hanno subito sparato grappoli di candelotti di lacrimogeni e sono intervenuti con gli idranti cercando di respingere la folla. Ma si sono trovati davanti a una resistenza che non si aspettavano. Per ore si è consumata una battaglia campale. In migliaia hanno resistito con barricate, scudi di lamiera e legno improvvisati, lanciando selve di razzi, bombe carta, fuochi d’artificio contro i reparti della polizia che replicava con i lacrimogeni e proiettili di gomma. Ma hanno faticato a rompere una barriera che veniva sorretta dalla folla sempre più numerosa. Sono stati costretti solo a controllare la guerriglia impedendo che la gente arrivasse davanti al Parlamento. Dalle case la gente ha solidarizzato battendo con i mestoli su pentole e padelle e schierandosi con chi protestava all’esterno. 

Merino ha cercato di placare gli animi, ha garantito che nulla sarebbe cambiato e assicurato il rispetto del cronoprogramma elettorale. Ma era tardi. La crisi economica aggravata da un Covid che ha provocato una vera strage tra la popolazione ha fatto esplodere le contraddizioni di un sistema iperliberista. Dieci anni di crescita a due cifre del Perù hanno iniettato fiumi di denaro, la classe media si è arricchita, c’è stato il boom dell’edilizia, le famiglie hanno potuto comprare nuove e belle case, le seconde abitazioni al mare, i potenti Suv che sono diventati il simbolo di un’opulenza rincorsa e finalmente conquistata. Ma questo ha aperto una voragine, sociale e politica, tra chi aveva tanto e chi avevano perso tutto. Si è puntato sul privato. Nelle scuole, nella sanità, nelle concessioni dei servizi essenziali.

Il presidente Vizcarra ha cercato di porre un argine: ha varato un decreto anticorruzione che toglieva anche l’immunità ai parlamentari, molti dei quali sono indagati per tangenti e rischiano il carcere. Una sfida che si è consumata in Parlamento quando si è trattato di trasformare la norma in legge. Il braccio di ferro è durato mesi e alla fine, di fronte al rischio che passasse, si è giocata la carta del ricatto. Una serie di file audio e altri documenti sono stati consegnati ad alcuni parlamentari: erano la prova di una presunta tangente che Vizcarra avrebbe incassato quando era governatore di una provincia del sud del paese. Il presidente è stato messo sotto accusa con una mozione presentata da uno dei deputati su indicazione proprio di Merino. La prima votazione è andata a vuoto, la seconda ha ottenuto una larga maggioranza. Sembrava fatta. Ma non è stato così. I peruviani si sono ribellati, invocano le dimissioni di tutto il governo e la nomina di un nuovo presidente transitorio seguendo il dettato costituzionale e non le procedure parlamentari. Adesso si cerca di capire chi e in che modo prenderà la guida del Paese.

da repubblica on line