Pubblichiamo, dal blog del compagno Piero Bernocchi, storico dirigente dei COBAS Scuola, un interessante articolo. Se non tutto è condivisibile, ci sembra quanto meno una riflessione che pone problemi reali.

Ero in riunione con il nostro Esecutivo nazionale quando, sabato 24 ottobre, sono circolate le prime bozze del nuovo DPCM che sarebbe stato varato il giorno dopo, dalle quali si poteva dedurre quali colpi micidiali stavano per essere inferti al piccolo lavoro autonomo e ad una miriade di micro-imprese, e dunque a milioni di lavoratori/trici senza garanzie, sinecure o protezioni sociali, già duramente flagellati dai provvedimenti della precedente chiusura primaverile, con la “ciliegina” avvelenata del ritorno alla DAD (Didattica a Distanza) nelle scuole superiori. Alla luce della lettura dei provvedimenti in arrivo, facevo le seguenti considerazioni. 1) C’è una indiscutibile crescita dei casi di contagio, anche molto superiore ai dati acclarati che si basano solo su 150-180 mila tamponi al giorno (se ne facessero dieci volte o cento volte tanti, i numeri dei contagiati risulterebbero ovviamente assai di più), ma nessun test è davvero in grado di valutare la precisa carica virale di cui sono portatori verso l’esterno i “positivi” né il loro grado di contagiosità. 2) Si ammette che il numero degli asintomatici – di cui non si è comunque in grado di valutare l’infettività – oscilli tra il 90 e il 95% dei “positivi”, e pure che nel restante 5-10% la maggior parte abbia sintomi limitati e dunque  curabili a casa, e che la mortalità (cosa già chiarissima in primavera nei dati di Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Nuova Zelanda e anche Cina, paesi che con i tamponi a tappeto poterono calcolare la vera percentuale) sia intorno allo 0,2-0,3% e riguardi quasi esclusivamente pazienti a rischio pregresso e/o di età molto avanzata. Dunque, sulla base di questi dati si sarebbe dovuto convenire sulla non necessità di nuovi lockdown generalizzati, gravemente distruttivi per le economie di milioni di persone. 3) Ma, aggiungevo, c’è un SE decisivo. Non ci sarebbe alcun bisogno di nuove chiusure a vasto raggio SE la Sanità fosse stata potenziata, come promesso e come ripetutamente dichiarato, in questi otto mesi dagli sciagurati cialtroni che, tranne pochissime eccezioni, hanno gestito, a livello regionale e nazionale, le istituzioni. Incapaci e superficiali ma soprattutto furbastri perché, da giugno in poi, il vistoso calo dei contagi non ha solo provocato il “liberi tutti/e” tra i cittadini ma soprattutto la convinzione da parte dei poteri istituzionali che il peggio fosse passato e che dunque non valesse la pena di spendere significativamente per raddoppiare davvero le terapie intensive, i reparti anti-Covid, i presìdi territoriali, la medicina di base, le cure domiciliari ecc.; e tantomeno per fare un’operazione analoga per i trasporti, l’altro “buco nero” e massimo luogo di contagio; e non facendo neanche tutto quello che occorreva per le scuole, che comunque oggi, grazie agli sforzi di buona parte del personale, se la cavano comunque meglio di Sanità e Trasporti. E siccome in queste condizioni la possibilità dell’intasamento totale e dell’abbandono di tutte le altre patologie  gravi (l’anno scorso solo di tumori sono morte 4 volte le persone morte quest’anno con o per Covid; e alcune decine di migliaia per infarto, ictus, malattie cardiocircolatorie e respiratorie in genere) diviene tragicamente reale soprattutto a Sud, le spinte a chiusure generalizzate diverranno irresistibili, nel governo ma anche tra quegli inqualificabili Governatori regionali (De Luca su tutti) che, non avendo fatto in questi mesi una beata minchia per Sanità e Trasporti, pensano disgraziatamente di cavarsela chiudendo tutto il possibile. 4) Questo significa – concludevo – che una marea di attività che riguardano milioni di persone stanno per essere travolte e stavolta definitivamente, anche tutte quelle che erano riuscite a rialzarsi dopo la chiusura primaverile. E se anche le previsioni di “guerra civile strisciante”  appaiono esagerate, una spaccatura netta e un fortissimo conflitto tra chi ha comunque stipendio o pensione garantiti, e chi non ha alcuna copertura è all’ordine del giorno, con la possibilità che più che “gilet gialli” ci si ritrovi con una infiltrazione diffusa nelle sacrosante proteste di un cospicuo numero di “gilet neri” o affini: possibilità la cui realizzazione va contrastata intervenendo apertamente in sostegno delle categorie colpite come COBAS (seppure noi ci si sia sempre occupati quasi esclusivamente di lavoro dipendente), ma soprattutto insieme a tutta la compagneria possibile e disponibile. E come “chiusa” avevo rivangato nel mio lontano passato per dire: “Non vorrei ritrovarmi mezzo secolo dopo a vivere una nuova e tragica Reggio Calabria (n.b. la rivolta fascistoide del 1970, cfr. in Rete) diffusa stavolta a livello nazionale”.

Una sacrosanta protesta popolare da sostenere, senza SE e senza MA

E’ bastato aspettare 24 ore e la rivolta è divampata un po’ in tutta Italia. Ma la mia battuta su una nuova Reggio Calabria deve essere considerata solo come boutade perché la situazione è nettamente diversa. Là si trattò di un tentativo della destra fascista di rimontare le dilaganti mobilitazioni di sinistra contro le Stragi di Stato e la diffusione di un pensiero e di un agire collettivo che coinvolgeva milioni di persone e assediava in particolare le forze neo-fasciste. Qui abbiamo a che fare con una legittima, sacrosanta e doverosa protesta popolare che ha dalla sua tutte le motivazioni e le ragioni del mondo: e il tentativo sfacciato e esibito, in varie città, della galassia gruppettara nazi-fascista o di frange di tifoserie ultras chiaramente influenzate dall’estrema destra, non cambia questa realtà, al di là dei nefasti usi mediatici che se ne fanno, e dei considerevoli danni di immagine provocati da tali tentativi di prendersi la scena. Sarebbe davvero un colossale errore se la sinistra antagonista, alla luce di tali interventi dell’estrema destra, non vedesse che il fortissimo malcontento sta facendo muovere ristoratori, commercianti, negozianti, proprietari e lavoranti di bar, pub, luoghi di intrattenimento vari, ma anche di palestre, piscine, impianti sportivi, personale di cinema e teatri, tassisti, artigiani, ambulanti, microimprese ecc.: che, insomma, si sta palesando una rappresentazione di quel mondo, che è stato sempre diviso e a sinistra, comunque intesa, massimamente disprezzato in toto, senza alcuna distinzione tra “piccoli” e “grandi”. E che mette insieme più del 50% di chi in Italia lavora, e che qui ed ora non ha alcuna copertura, alcuna garanzia, alcuna protezione. Certo, le fasce più benestanti hanno ancora delle “riserve” economiche: ma per quanto, visto che non solo la durata di quest’ultimo decreto andrà oltre novembre ma che il governo già ventila il ritorno alla chiusura totale come in primavera? Molte di queste categorie hanno fatto in questi mesi sacrifici enormi non solo per rialzarsi dal precedente lockdown ma anche per rispettare tutte le più strangolanti norme di sicurezza, imposte da governo e Regioni, sovente con varianti demenziali oltre che onerosissime finanziariamente. Che senso ha – si sono chieste queste categorie – colpire la ristorazione, imponendo chiusure alle 18 del tutto insensate, visto che le regole del distanziamento nei locali valgono per pranzo come per cena? O far chiudere palestre, piscine, scuole di danza e attività sportive che si stavano svolgendo in condizioni igieniche talmente esacerbate da apparire quasi paranoiche? O cinema e teatri ove le possibilità di contagio, con le nuove norme applicate in questi mesi, sono ben più basse che in un qualsiasi ospedale o supermercato? E a queste domande si sono dati, in genere, risposte che non potevano far altro che aumentare rabbia e proteste. E cioè: questi sciagurati fanno così perché non sono in grado di affrontare i veri problemi, l’insufficienza drammatica della struttura sanitaria e di quella dei trasporti, come pure la incapacità/non volontà di impedire pacificamente alcuni, effettivamente pericolosi e persino demenziali, mega-assembramenti di cui, da Milano a Roma e dalle principali città, TV e social ci hanno fornito abbondanti testimonianze. A tutto questo si è ovviamente aggiunto un substrato di storici risentimenti verso lo Stato, considerato da questo mondo del lavoro privato autonomo una sorta di matrigna che diviene amorevole solo con i sindacatoni e con il lavoro dipendente pubblico, mentre rimane spietata e punitiva nei confronti del piccolo lavoro autonomo, delle microimprese e in generale verso il lavoro privato di buona parte delle partite IVA, laddove si vaga in un territorio senza garanzie e tra svariati e ingiustificati balzelli, da cui solo pochi riescono a scampare, evadendone il possibile.

Ora Conte e il governo preparano un ulteriore e rapido Decreto che dovrebbe contenere le “compensazioni” economiche per milioni di persone che rischiano il disastro economico irreversibile. E’ vero che, soprattutto nelle mobilitazioni napoletane – al momento le più significative ed emblematiche a mio parere (oltre  quelle ove la compagneria si è mossa finora nel modo migliore) – lo slogan più diffuso è stato “voi ci chiudete, voi ci date i soldi”. Ma non va dimenticato che nella maggior parte di questo mondo, che include più del 50% di chi in Italia lavora, le richieste non sono solo né soprattutto quelle di sussidi. Che ovviamente non vengono “schifati” ma che comunque sono visti dai più come soluzione di emergenza per non chiudere definitivamente, ma non per divenire una sorta di cassaintegrati a vita. Perché gran parte di chi ha scelto un piccolo lavoro autonomo o ha messo in piedi micro-imprese di 4 o 5 persone, ama in genere il proprio lavoro, lo ha scelto indipendente, con tutti gli oneri che comporta in Italia, perché vuole realizzare qualcosa che ha ideato, qualcosa in cui pensa di riuscire e non solo “stare a padrone” senza alcuna autonomia o eseguire comandi ripetitivi in un ufficio. E, ciò premesso, appare evidente, alla luce di questa prima ondata di manifestazioni, che se anche stavolta dal punto di vista quantitativo le “compensazioni” si rivelassero una bufala, non ci sarebbero più argini alla ribellione, ad una rivolta che a quel punto accetterebbe gli appoggi e le alleanze che si mostrerebbero disponibili sul campo, giorno per giorno. Ed è per questo che la sinistra antagonista, di base e di movimento, intesa nel senso più largo possibile, deve stare massimamente in campana, mostrando subito la propria disponibilità e solidarietà. Come accaduto a Napoli soprattutto lunedi 26 a Piazza Plebiscito e poi nel corteo, laddove la compagneria napoletana, per una volta non divisa, ha mostrato lo spirito e l’atteggiamento giusti, che andrebbero diffusi, visto che è confortante che una manifestazione davvero popolare, con gente che per decenni la sinistra tutta ha disprezzato,  abbia accettato di essere guidata da aree politiche di sinistra di base e di movimento che una forza vera l’avrebbero, se si muovessero unitariamente e in maniera intelligente, senza assurdi tentativi egemonici. Di sicuro, se uniti e solidali, di forza ne avremmo ben più della destra nazistoide che qua e là si è esibita in questi giorni ma, almeno per ora, è stata “tanata” un po’ dappertutto per quella che è, parassitaria e demente: forza che però va accompagnata dall’abbandono della storica “puzza al naso” verso questi mondi, disprezzati da sempre a sinistra, e ritenuti quasi naturalmente “di destra” solo perché la sinistra ha storicamente mostrato diffidenza permanente verso chiunque non accettasse la “statalizzazione” o massificazione del proprio lavoro.

Le ragioni storiche dell’ostilità, a sinistra, verso il piccolo lavoro indipendente

Mi pare indubbio che su questa ostilità abbia pesato come un macigno l’esperienza storica del “socialismo reale” e le teorie sulla bontà della statalizzazione totale dei mezzi di produzione e di distribuzione, fino ai più piccoli e irrilevanti di essi, attuata in gran parte delle esperienze novecentesche di tentato superamento del capitalismo. Il ruolo onnipotente dello Stato nei “socialismi realizzati” non si è palesato solo nella gestione autocratica delle attività produttive, strategiche, ma intervenendo anche su ogni forma pur minimale di iniziativa e scambio privati,  soffocandoli. Che lo Stato del modello sovietico abbia generato per lo più inefficienza produttiva, colossali sprechi, caos organizzativo e deficit disastrosi nel soddisfacimento dei bisogni di beni di consumo per gran parte delle popolazioni; che l’incuria, l’inefficienza e la confusione produttiva e distributiva in tali campi abbiano esasperato i disagi quotidiani di larga parte della popolazione, ingigantendo lo sviluppo di mercati “neri”, corruzione diffusa, disaffezione al lavoro e insopportabili privilegi per la nomenclatura di Stato, tutto ciò non è bastato a cancellare del tutto nella sinistra radicale e antagonista italiana (condizionata comunque dall’enorme peso del PCI di estrazione staliniana) l’avversione o la forte diffidenza verso qualsiasi iniziativa economica privata, autonoma e indipendente, seppur di piccole dimensioni.

La profonda divisione avvenuta nel dopoguerra italico tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, tra il mondo operaio della grande e media industria e l’altrettanto vasto territorio della piccola iniziativa privata, delle microimprese comunque utili e rilevanti per la vita quotidiana della popolazione, è stato un indubbio lascito ideologico del “socialismo reale” che partiti e sindacati di matrice stalinian-sovietica hanno introdotto nella società e che ha pesantemente influenzato anche la sinistra antagonista post-’68. Tale divisione, che faceva molto comodo ai poteri economici e politici, è poi degenerata anche in versioni quasi macchiettistiche tra dipendenti pubblici, in gran parte descritti come fannulloni e super-garantiti, e lavoratori autonomi, inseriti in massa tra coloro che non pagano le tasse e che non rispettano i diritti dei lavoratori dipendenti, quando li hanno. E appunto, per quel che riguarda quel mondo conflittuale post-’68 che ha coinvolto le storie personali di molti/e della mia generazione e di quella immediatamente successiva, tale contrapposizione è stata vissuta intensamente da una moltitudine di militanti che l’hanno poi lasciata in eredità agli antagonisti dei decenni successivi fino ai nostri giorni, giungendo, a partire dal culto della centralità operaia e del  potere palingenetico della classe lavoratrice “manuale” di fabbrica, ad ignorare o disinteressarsi completamente della sorte e delle condizioni di vita e di lavoro di tutto quell’enorme mondo non rientrante nella categoria del lavoro dipendente tradizionale.

Ebbene, credo proprio che oggi, soprattutto di fronte alla feroce crisi economica pandemica che incombe nel mondo del piccolo lavoro autonomo e indipendente e delle micro-imprese, la contrapposizione del lavoro dipendente pubblico e privato nei confronti di queste categorie vada superata con uno sforzo collettivo di conoscenza, di indagine e di disponibilità all’ascolto e al dialogo: e qui ed ora, sostenendone le sacrosante proteste e mobilitazioni. Tanto più che, se posizioni fortemente operaiste e ostili all’iniziativa privata, pur se di dimensione ridotta, potevano essere comprensibili di fronte ad una struttura produttiva, dominata dalla fabbrica di grandi e medie dimensioni quale quella degli anni ’50, ’60 e ’70 del secolo scorso, oggi esse appaiono decisamente  fuori tempo massimo alla luce delle profondissime trasformazioni economiche e produttive avviate dalla “rivoluzione informatica”, dall’ultima parte degli anni ’70 in poi, in Europa e in Italia.  Oggi quelli che qualche decennio fa potevano essere considerati lavori atipici sono divenuti del tutto tipici e anzi decisamente maggioritari: e i numeri lo confermano senza ombra di dubbio. Prendendo ad esempio i dati italiani del 2019, nell’industria grande, media e piccola hanno lavorato circa 4 milioni e 200 mila persone e nell’edilizia 1 milione e 300 mila edili; i dipendenti pubblici, statali, regionali o comunali, sono stati 3 milioni e 200 mila (di cui poco più di un terzo nella scuola); mentre nei servizi hanno lavorato 15 milioni e 300 mila persone, di cui 4 milioni e mezzo nel commercio, turismo, ristorazione e accoglienza. Per un totale di circa 24 milioni di lavoratori così divisi/e in percentuale: il 23% nell’industria ed edilizia; il 13, 5% nel Pubblico impiego; il 63,5% nei servizi; dati che dovrebbero bastare per spingere a guardare al lavoro in maniera decisamente diversa dagli anni post-‘68.

Tanto più che, rispetto ai miti della grande fabbrica e delle grandi unità produttive di un tempo, ci sono altri dati persino più rilevanti a proposito delle dimensioni delle strutture produttive prevalenti. E’ piuttosto noto che nel tessuto produttivo italiano siano dominanti le cosiddette PMI (Piccole e Medie imprese: sono classificate “piccole” quelle ove lavorano non più di 50 persone e “medie” quelle non oltre i 250 lavoratori/trici), ma é assai meno conosciuto che, mentre l’82% dell’occupazione privata in Italia, per un totale di circa 15 milioni di persone, è collocata nelle PMI, all’interno della categoria PMI il comparto di gran lunga maggioritario è quello che non viene manco nominato nell’acronimo, e cioè le microimprese che occupano meno di 10 persone e che sono addirittura il 90% del totale  delle PMI; e di esse quelle con meno di 5 lavoratori/trici danno lavoro (dati del 2019) al 25% degli occupati complessivi. Oltre a rappresentare una quota così massiccia dei lavoratori/trici occupati fino all’esplosione della pandemia, questi settori sono quelli che mediamente stanno pagando di più le chiusure ed anche quelli che hanno le maggiori probabilità di non riaprire proprio, per giunta trascinandosi dietro un mare di debiti, nonché il cumulo di bollette per i consumi energetici e per i rifiuti, che sciaguratamente vengono loro caricati a tariffe doppie e a volte persino triple rispetto ai consumi privati. Parlo di buona parte delle “piccole” partite IVA, di bar, negozi, artigianato,  attività artistiche, culturali e creative (ben 290 mila strutture, che l’anno scorso hanno fatturato 96 miliardi e dato lavoro a un milione e 550 mila persone), attività sportive (professionistiche, ma soprattutto dilettantistiche, che coinvolgono milioni di giovani e meno giovani – solo nel calcio un milione e trecentomila tesserati e circa mezzo milione di persone che ci vivono – in decine di sport che impiegano circa un milione e mezzo di persone), gran parte del turismo (che produceva il 14% del PIL) e degli alberghi, la ristorazione (300 mila strutture con una media di 3-4 dipendenti, oltre un milione di occupati/e), il trasporto privato (taxi e Ncc),  parrucchieri, estetisti e fisioterapisti (tre categorie che insieme arrivano a circa 400 mila lavoratori/trici) ecc. Insomma, guai a ignorare o a sottovalutare questo mondo enorme, che peraltro a lavorare ci vuole restare non solo perché ogni giorno di chiusura in più scava loro una fossa più profonda, di fronte a redditi medi che, salvo poche eccezioni, per lo più non superano lo stipendio di un insegnante o di un operaio specializzato, e in genere con oneri maggiori e minori, o nulle, garanzie di continuità degli introiti, di pensioni o coperture sanitarie; ma anche perché in larga parte, a differenza di tanti lavoratori dipendenti, amano il proprio lavoro, ne traggono riconoscimenti e vi vogliono dimostrare le proprie capacità di ideazione ed esecuzione.

Ma, al di là della congiuntura pandemica, nella sinistra conflittuale andrebbe cambiata la visione del mondo di iniziativa privata, tanto più una volta che si sia rifiutata la prospettiva della  trasformazione dell’intera società in una sorta di grande fabbrica unificata nelle mani di uno Stato onnipresente che mette bocca e mani dappertutto, infilando ovunque la sua burocrazia e le sue clientele. Perché dovrebbe essere statalizzata ogni produzione di oggetti di consumo non “strategici”, ma non inutili e anzi generalmente desiderabili? Che si tratti di sport, di attività fisica e salutista, di turismo, arte, musica, cinema, teatro e spettacolo, di abbigliamento o moda, ristoranti, bar o alberghi, produzione artigianale o agricola familiare, piccoli allevamenti, perché dovrebbe entrarci lo Stato, se non per garantire un’offerta di base (ad esempio per quel che riguarda sport e cultura) e per assicurare che l’iniziativa privata, lasciata libera di operare senza interferenze stataliste, sia virtuosa, cioè rispetti le regole ambientali, igieniche, la corretta retribuzione dei lavoratori/trici, nonché una equa tassazione? Mi auguro che tra chi oggi lotta per la giustizia sociale, economica e ambientale, sia scontata la risposta a queste domande. E che, mentre si sta rischiando, come mai nel dopoguerra, un conflitto frontale tra garantiti e non-garantiti (oggi termini usabili a ragion veduta e non come per usi ad minchiam degli anni ’70, cfr. Asor Rosa), dovremmo operare per far cadere i muri di separazione, prestando orecchio a questo vasto mondo da noi spesso ignorato o trascurato, anche fornendo – nella speranza che da tale mondo cada una analoga diffidenza nei confronti di chi, come ad esempio i COBAS, ha dedicato il proprio impegno alla difesa del lavoro dipendente “tradizionale” – strumenti di sostegno a settori del lavoro non abituati a risposte collettive e che potrebbero trovarsi a breve in una solitudine radicale.

Piero Bernocchi 28 ottobre 2020