di Igor Zecchini

E’ stato un pomeriggio convulso quello di oggi (12 ottobre) a Milano intorno al CPR di Via Corelli. A pochi giorni dalla sua apertura ecco le prime rivolte nonostante lo sbandierato controllo elettronico di ultima generazione, nonostante centinaia di agenti in azione, nonostante il totale isolamento a cui sono sottoposti gli “ospiti”, a cui viene negato qualsiasi tipo di contatto con l’esterno. L’esasperazione ha avuto la meglio e ha portato alcune decine, degli attuali 75 presenti, a ribellarsi cercando anche di fuggire.

Si tratta in gran parte di immigrati tunisini arrivati con le barche, messi in quarantena sulle navi preposte a questo e che stazionano davnati alle coste meridionali del nostro paese e poi rinchiusi, a migliaia di chilometri e senza ragione plausibile, in un centro di detenzione amministrativa di cui non si comprende ragione. La motivazione unica è che con il governo tunisino c’é un accordo (peraltro di cui non si conoscono i termini precisi) che permette il rimpatrio veloce di chi cerca la via dell’emigrazione. C’è di che arrabbiarsi e ribellarsi e così è stato.

Il CPR di Milano è stato aperto mentre a Roma si stava chiudendo il dibattito governativo sulla “riforma” dei decreti sicurezza. Il 30 settembre infatti il CPR di Via Corelli (il decimo Centro di Permanenza per il Rimpatrio italiano) è diventato operativo e il 2 ottobre sono arrivati i primi “ospiti”. Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) è l’ultimo dei tanti nomi (CPTA, CPT, CIE) dati alle strutture detentive per migranti irregolari (cioè privi di un permesso di soggiorno) istituite nel 1998 dalla Legge Turco-Napolitano. Il decreto Minniti-Orlando del 2017 (poi Legge) prevede l’apertura di un CPR per regione. Salvini, ministro dell’interno del governo Conte 1, ha avviato i lavori di ristrutturazione degli immobili e dell’area mentre la ministra Lamorgese, ministra dell’interno del governo Conte 2, è arrivata all’inaugurazione di questo mostro giuridico.

Ufficialmente, il CPR è un luogo di detenzione amministrativa in cui sono costrette in stato di reclusione immigrati che vengono ritrovati privi di documenti regolari di soggiorno oppure già destinatari di un provvedimento di espulsione, proprio perché privi di permesso di soggiorno, perché scaduto o perso. In realtà si tratta di strutture che non hanno un effetto concreto nel contenimento del fenomeno dell’immigrazione clandestina (nel complesso, si parla di numeri che non hanno nessuna incidenza reale sul fenomeno del soggiorno irregolare in Italia) ma hanno invece una grande funzione ideologica e propagandistica.

Molto più efficaci, da questo punto di vista, i “ campi di accoglienza” in Libia – istituiti con gli accordi Italia-Libia a firma di Marco Minniti – veri e propri campi di concentramento dove gli/le immigrati/e vengono sottoposti a ogni genere di torture e privazioni, accordi che il governo Conte ha da poco riconfermato.

I CPR si configurano come un non-luogo dove persone possono essere private della libertà senza che abbiano commesso alcun tipo di reato penale e a causa del loro luogo di nascita. Sono dispositivi di controllo che instaurano una differenza tra cittadini/e dotati/e di diritti e garanzie, e non cittadini/e che di tali diritti e garanzie possono essere privati/e, potenziando e contribuendo a mantenere operativa tra gli esseri umani una gerarchia globale basata su “razza”, classe e passaporto, con le tragiche conseguenze a cui questo sta portando e ha già portato nella storia. La struttura, la funzionalità, la gestione sono rimaste pressoché uguali negli anni. L’unica cosa che è via via mutata sono i tempi di detenzione dentro i quali devono essere svolte le identificazioni e i rimpatri. Dai 30 giorni iniziali si è arrivati a 180 con i decreti Salvini. Ora il nuovo decreto Lamorgese riduce (sich!) a 90 o 120 giorni la permanenza nei CPR.

Peraltro sono proprio le norme sui CPR che smascherano l’operazione di maquillage dei decreti sicurezza tentata dal governo Conte e dalla ministra Lamorgese. Certo si riportano i tempi di permanenza alle disposizioni della legge Minniti ma, per bilanciare la cosa, vengono aumentate a dismisura le pene per chi si ribella nei centri che saranno sottoposti a processi per direttissima, dando a chi (tanti e ​tante) fossero vittime di repressione o angherie la possibilità solo di un reclamo informale al Garante Nazionale che ha il solo potere di fare raccomandazioni alle varie autorità coinvolte.

Insomma, anche a fronte di qualche misura di alleggerimento della situazione degli immigrati irregolari ripristinando una serie di situazioni precedenti ai decreti Salvini, la sostanza della politica sull’immigrazione rimane sullo stesso solco segnato in tutti questi anni. Oltretutto si tratta di un decreto legge che deve quindi passare all’esame del parlamento e peggioramenti sono sempre possibili. I CPR sono la punta dell’iceberg delle scelte politiche, attuate da tutti i governi (centro sinistra, centro destra, giallo verdi, giallo rosa.. .) succedutisi negli ultimi venticinque anni nel nostro paese, Scelte che hanno istituzionalizzato il razzismo e che hanno contribuito non poco ad alimentare il clima di odio e diffidenza verso gli/le stranieri/e che pervade molta parte della popolazione italiana.

Il tentativo della prefettura milanese era di aprire la struttura di via Corelli senza clamori, isolato dalla città e dalla gente, magari approfittando del clima di rassegnazione creato dal periodo di lockdown. La notizia è però circolata alcuni giorni prima che la cosa accadesse e la risposta non si è fatta attendere. La rete Mai più lager – No cpr che raccoglie associazioni, collettivi, centri sociali e partiti antirazzisti (tra cui Sinistra Anticapitalista) e che da due anni sta sviluppando una iniziativa di informazione e mobilitazione contro l’apertura dei CPR, ha prontamente risposto con l’avvio di una forte campagna che si svilupperà sia con iniziative di azione diretta nei confronti del centro sia con il potenziamento dell’informazione e del coinvolgimento della città nella protesta contro questo luogo simbolo della barbarie della nostra società.

Il 2 ottobre, giorno dei primi arrivi, più di un centinaio di attivisti della Rete hanno bloccato, con un sit-in di quattro ore, l’accesso al centro di via Corelli contribuendo a fare uscire in modo netto sulla stampa la notizia che la prefettura pensava di tenere in sordina, Ed è proprio sotto la prefettura che, il venerdì successivo, sotto una pioggia battente è stato tenuto un presidio con la partecipazione di oltre duecento persone. Sarà poi la volta del comune di Milano, il prossimo 15 ottobre, a essere sede della protesta antirazzista. Infatti l’orientamento del sindaco di Milano “pur non essendo d’accordo con l’apertura del CPR in via Corelli”, è di non opporsi alle decisioni del governo e quindi di non fare nulla perché questo continui impunemente la sua attività. Del resto che il sindaco di Milano fosse totalmente in linea con l’operato di Conte lo aveva già dimostrato nella vicenda della non concessione della residenza ai richiedenti asilo allineandosi, nonostante svariate sentenze che davano parere contrario a questa norma (sentenze confermate dalla Corte Costituzionale) e a un movimento di sindaci che vi si opponevano, alla norma promulgata all’interno dei decreti sicurezza di Salvini.

I segnali, seppure ancora limitati, di una mobilitazione più ampia stanno arrivando. La rete Io accolgo (che raccoglie decine di associazioni cattoliche e laiche della solidarietà nonché la CGIL) ha emesso un duro comunicato contro l’apertura di via Corelli e si è detta disponibile ad un lavoro di supporto a chi vi verrà rinchiuso. Il 2 ottobre un gruppo di consiglieri comunali della maggioranza (del PD e di Milano Progressista) con la presenza dell’europarlamentare Majorino, hanno tenuto una manifestazione contro il CPR proprio davanti a Palazzo Marino. I contenuti di quest’ultima iniziativa erano sicuramente più ambigui e si collocavano all’interno della politica più generale del governo (“non siamo contro le espulsioni”) ma l’iniziativa in sé è stata utile ad amplificare la notizia dell’apertura del centro.

Il tentativo della rete no cpr è di sviluppare il massimo di mobilitazione coinvolgendo tutte le persone e organizzazioni di vario genere in un ampio movimento di opinione e di lotta che costringa alla chiusura del CPR di via Corelli sperando di arrivare prima che avvengano tragedie, come è già successo nei CPR di Torino o, ancora di più, in quello di Gorizia. E’ una scommessa dura visti i ​ tempi che corrono, ma sarà giocata fino in fondo.