Dalla Nba alla Major League e gli altri: negli Stati Uniti lo sport si ferma per dire basta agli abusi della polizia sugli afroamericani e getta il guanto di sfida alla politica americana.

L’entusiasmo dei tifosi non era stato scalfito neanche dal fatto che quest’anno, causa pandemia, le partite del primo turno dei playoff Nba venissero giocate a porte chiuse. Eppure, il pubblico sportivo americano ha aspettato invano due squadre che non sarebbero scese in campo. Con una decisione clamorosa e senza precedenti, a pochi minuti dal fischio d’inizio, i Milwaukee Bucks e gli Orlando Magic boicottano il match in segno di protesta, mentre le telecamere inquadrano il campo vuoto in cui spicca, a lettere cubitali, la scritta ‘Black lives matter’. In poche ore la protesta si estende come un domino anche al baseball, al basket femminile, al tennis e ad altri sport: una sfida dirompente che il mondo dello sport professionistico lancia alla politica, maturata sull’onda lunga degli scontri e delle rivendicazioni dei neri d’America e in un contesto di rinnovate tensioni razziali. A pochi mesi dalle presidenziali americane, infatti, gli Stati Uniti sono di nuovo in fiamme dopo l’ennesimo episodio di violenza che vede coinvolta la polizia statunitense. A farne le spese è stato Jakob Blake, un afroamericano di Kenosha, in Wisconsin, ferito da 7 colpi di pistola sparati alla schiena mentre si trovava al volante della propria automobile e che rischia seriamente di restare paralizzato. Il video della sparatoria, diventato virale come pochi mesi fa quello della morte di George Floyd, ha scatenato negli ultimi giorni un’ondata di proteste, alcune delle quali sono diventate violente. Il bilancio è di due morti e un ferito, vittime di un 17enne armato arrestato con l’accusa di omicidio. Il tutto mentre a Charlotte, North Carolina, va in scena la Convention repubblicana che incoronerà il presidente Donald Trump in vista del voto di novembre. Ma il mondo dello sport professionistico non ci sta (nell’Nba il 70% dei cestisti sono neri) e decide di fermarsi per giocare la sua partita più importante. Eloquente la storia pubblicata su Instagram da JR Smith, la guardia dei Los Angeles Lakers: “Se non volete ascoltarci – ha scritto – non potrete nemmeno vederci”.

Cosa è successo a Kenosha?

Si chiama Kyle Rittenhouse il 17enne fermato con l’accusa di omicidio per aver aperto il fuoco con un fucile automatico uccidendo due persone a Kenosha. Rittenhouse ci era andato, dall’Illinois, per unirsi alle “milizie” armate di cittadini che difendono le proprietà private dai saccheggi di alcuni manifestanti che da giorni protestano per la morte di Jacob Blake. Intanto il procuratore del Wisconsin ha reso noto che l’uomo indagato per la morte di Blake si chiama Rusten Sheskey: sarebbe lui l’agente accusato di avergli sparato sette volte alle spalle mentre apriva la portiera della sua macchina, a bordo della quale c’erano i tre figli di 3, 5 e 8 anni. Nell’auto gli agenti hanno trovato un coltello, ma nessun’altra arma. Blake è ricoverato in ospedale ed è cosciente, ma secondo i medici probabilmente perderà l’uso delle gambe.

Un presidente “Law and Order”?

La sparatoria di Kenosha coincide con i giorni di una Convention repubblicana sempre più orientata verso i concetti e lo slogan del ‘Law and Order’Trump ha immediatamente reagito via Twitter: “Non accetteremo saccheggi, incendi e violenze, nelle strade americane. Abbiamo parlato col governatore [Tony] Evers, che ha accettato l’assistenza federale. Oggi manderemo la Guardia Nazionale a Kenosha, per ristabilire legge e ordine”. Per far dimenticare la disastrosa gestione del Covid e la crisi economica che spinge in alto la disoccupazione e le richieste di sussidi, The Donald ripete che “Joe Biden vuole togliere i soldi alla polizia”, anche se non è vero, “gettando l’America nell’anarchia”. Ma se di strategia elettorale si tratta, come osservano numerosi commentatori, potrebbe funzionare. Secondo i sondaggi di questa settimana, il vantaggio di Biden sul presidente si è assottigliato, passando da 9 a 7 punti percentuali.

Lo sport dice basta?

Così, mentre per le strade americane si materializza l’incubo dello scontro civile, e dalla Convention di Charlotte va in scena il sogno di Trump, è dai palazzetti dello sport e dai campi di basket, tennis, calcio e baseball che soffia la rivolta. Altre squadre di basket aderiscono al boicottaggio innescato dai Bucks: Los Angeles Lakers, Rockets, Clippers, Raptors e Celtics, si schierano con i colleghi. La lega comunica che nessuna gara verrà più disputata. Anche la Wnba, il basket femminile, decide di fare lo stesso. I giocatori della Major League incrociano guantoni e mazze da baseball e, in seguito alla decisione di Naomi Osaka di non disputare la semifinale di Flushing Meadows, anche gli organizzatori del torneo di tennis decidono di posticipare di 24 ore tutte le partite. Non era mai accaduto prima, e per lo sport a stelle e strisce è un giorno storico. In serata i Milwaukee Bucks diramano un comunicato: “Gli ultimi quattro mesi hanno fatto luce sulle ingiustizie razziali che devono affrontare le comunità afroamericane. I cittadini di tutto il paese hanno usato le loro voci e le loro piattaforme per denunciare questi crimini. Nonostante l’enorme richiesta di cambiamento, non c’è stata alcuna azione, quindi la nostra attenzione oggi non può essere sul basket”. I giocatori invitano i parlamentari del Wisconsin “ad adottare misure significative per affrontare le questioni di relative alle responsabilità della polizia, alla brutalità e alla riforma della giustizia penale”. E incoraggiano le persone “a informarsi, intraprendere azioni pacifiche e responsabili” e, soprattutto, “a ricordarsi di andare a votare il 3 novembre”.

Il commento

Di Mario Del Pero, professore, SciencesPo

“Le immagini drammatiche che giungono da Kenosha; due convention in cui il messaggio univoco è stato che l’avversario è un pericolo per la stessa tenuta del progetto democratico statunitense; un presidente che questa frattura – nella quale centrale è il cleavage razziale – cavalca ed acuisce; un ciclo elettorale che esaspera la polarizzazione; una crisi sanitaria ed economica che alimenta malessere e paure. Gli Stati Uniti appaiono per molti aspetti una polveriera; hanno retto in questi mesi difficili, ma la grande sfida, di queste settimane precedenti il voto, e per chi sarà presidente nei prossimi 4 anni, è di ricomporre una divisione fattasi radicale come mai negli ultimi decenni”.

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A cura della redazione di  ISPI Online Publications (Responsabile Daily Focus: Alessia De Luca,  ISPI Advisor for Online Publications)

Da ispionline.it