In Thailandia crescono le proteste di piazza. Il paese è spaccato tra i giovani, da un lato, e militari e monarchia dall’altro. Le conseguenze della pandemia, e delle crepe già presenti, a sei anni dall’ultimo colpo di stato.

Mentre i riflettori dell’Europa e del mondo sono ancora puntati sulle proteste popolari contro il presidente Lukashenko in Bielorussia, domenica e lunedì anche in Thailandia si scendeva in piazza. Come in Bielorussia, anche in Thailandia erano anni che non si registravano manifestazioni tanto partecipate. Ma a differenza di Minsk le proteste contro il regime militare di Bangkok, tra alti e bassi, sono cominciate a metà giugno e non si sono mai interrotte.

Le avvisaglie di una crescita del malcontento si erano viste già a febbraio, quando un partito favorevole al ritorno alla democrazia nel paese (ancora fortemente controllato dagli stessi militari che effettuarono un colpo di stato nel 2014) era stato dissolto su iniziativa giudiziaria. Ma la prima ondata di contestazioni che vi ha fatto seguito è stata rapidamente spenta dall’avanzata della pandemia di COVID-19 e dalle misure di contenimento adottate nel paese. Oggi le proteste sono riprese e i manifestanti, in larga parte giovani, chiedono la riforma della costituzione, l’abolizione delle leggi di lesa maestà e, tra i più radicali, la fine della monarchia.

Come sono cresciute le proteste?

Le proteste di febbraio hanno avuto inizio quando la magistratura thailandese ha deciso di sciogliere il Future Forward Party (FFP), un partito favorevole al pieno ritorno alla democrazia. Lo FFP era stato fondato nel 2018 da un giovane e ricco uomo d’affari thailandese, e alle elezioni del 2019 il partito aveva raccolto ben sei milioni di voti, piazzandosi terzo e entrando a far parte di un’alleanza di sette partiti contrari alla giunta militare o comunque favorevoli alle riforme.

Le manifestazioni di febbraio sono state rapidamente ricondotte sotto controllo dalle forze di sicurezza, anche a causa del fatto che i manifestanti non fossero mai usciti dai campus universitari, poi chiusi a causa delle misure di contenimento della pandemia di COVID-19 messe in atto dalle autorità thailandesi.

Le tensioni sono tornate a crescere quando, a giugno, un attivista thailandese pro-democrazia è stato rapito a Phnom Penh, la capitale della Cambogia. Di lui non si hanno più notizie da allora, e anche se il governo thailandese ha negato ogni coinvolgimento in molti tra chi scende in piazza in questi giorni lo ritengono responsabile.

Esattamente un mese fa, poi, il 18 luglio sono partite manifestazioni studentesche di piazza, che hanno trasgredito al divieto di assembramenti pubblici anti-COVID-19 ancora in vigore nel paese (malgrado il lockdown fosse ufficialmente terminato il 1° luglio). Da allora le manifestazioni e le proteste si sono tenute quasi quotidianamente. Infine, settimana scorsa il governo thailandese ha arrestato un giovane leader studentesco accusandolo di aver preso parte alle manifestazioni di piazza di luglio, e da quel momento le proteste sono cresciute di intensità.

Quali sono le ragioni del dissenso?

Le manifestazioni studentesche degli ultimi mesi, e la partecipazione di molte persone giovani alle proteste di febbraio e di luglio, denotano un importante cambio di passo delle nuove generazioni thailandesi. Nel 2014, all’epoca del colpo di stato che aveva portato al potere l’attuale Primo ministro (ed ex generale) Prayuth Chan-ocha, molti giovani avevano salutato l’arrivo dei militari come l’occasione per riportare un certo grado di stabilità in un paese profondamente diviso, tra camicie gialle e camicie rosse.

Ma con il passare del tempo in molti sembrano essersi disillusi che la giunta militare abbia davvero intenzione di riformare il paese, anche perché le promesse di una rapida transizione alla democrazia sono state più volte disattese. Nuove elezioni si sarebbero dovute tenere già nel 2015 ma sono state rimandate di anno in anno, fino al loro svolgimento nel 2019.

In ogni caso, secondo la nuova Costituzione approvata nel 2017 solo la camera bassa del Parlamento (la Camera dei rappresentanti) è realmente rappresentativa, mentre i 250 membri della camera alta (il Senato) sono nominati direttamente dall’esercito.

Le nuove generazioni sono inoltre sempre più inclini a criticare l’ordine precostituito, anche grazie alla diffusione massiccia di Facebook e Twitter, la crescita in popolarità di gruppi musicali che criticano esplicitamente la situazione sociale e politica nazionale (inclusa la monarchia), e la crescente penetrazione della cultura pop sudcoreana. Il dissenso tra le nuove generazioni ha buone ragioni per crescere: dei 9,5 milioni di thailandesi tra i 15 e i 24 anni, il 50% è disoccupato o inattivo, e paradossalmente i giovani thailandesi che hanno studiato almeno fino al diploma hanno il triplo delle probabilità di essere disoccupati rispetto a chi ha abbandonato gli studi.

Lesa maestà: il declino della monarchia thailandese?

“Nessun dio, nessun re, semplicemente uomini”. Il cartello esposto da un manifestantealle recenti proteste di piazze dice molto dell’attuale rapporto tra i cittadini thailandesi e la monarchia. Quando non chiedono direttamente un ritorno alla democrazia, infatti, i manifestanti chiedono quantomeno una riforma del sistema monarchico che riconduca la famiglia reale al rispetto della Costituzione, rilassando molto o abolendo le leggi di lesa maestà. Secondo le leggi attuali sulla lesa maestà, in vigore dal 1957 e poco mutate nel corso dei decenni, chiunque “insulti, diffami o minacci” la monarchia o i membri della casa reale rischia dai 3 ai 15 anni di carcere per ciascun capo d’accusa. Non a caso, le misure sono spesso state definite le più severe al mondo.

Le richieste dei manifestanti di riforma della monarchia rischiano di essere esplosive, in un paese in cui fino a pochi anni le critiche alla casa reale venivano rivolte solo in maniera fortemente codificata, per evitare censura e repressione. Tuttavia non è da oggi che l’esistenza della monarchia nel paese è stata oggetto di forti critiche.

Critiche che si sono accentuate dal 2016, all’ascesa al trono di re Vajiralongkorn. Il precedente monarca, Bhumibol Adulyadej, ha regnato ininterrottamente dal 1946, reggendo dunque il trono per 70 anni e restando sempre impegnato nella politica, anche durante i 14 colpi di stato militari che hanno contrassegnato il suo regno. Ciò lo inserisce di diritto nella lista dei monarchi che più a lungo hanno detenuto il loro trono nella storia, secondo solo a Luigi XIV di Francia (Re Sole).

A differenza di re Bhumibol, Vajiralongkorn è un re atipico, innanzitutto a causa del fatto che vive in Germania, in Baviera, e lì vi trascorre la maggior parte del tempo. Alla sua ascesa al trono, Vajiralongkorn ha chiesto che la costituzione fosse emendata per permettergli di continuare a regnare “a distanza”, ed è stato fortemente criticato anche per aver preso il controllo diretto delle fortune della casa reale (stimate in 30-60 miliardi di dollari). Il fatto che sia stata proprio la giunta militare ad acconsentire a queste modifiche costituzionali è un ulteriore motivo di critica, dal momento che i cittadini thailandesi vedono il re e la casa reale come attori sempre meno imparziali nella politica nazionale, e sempre più conniventi con le alte sfere della giunta militare.

IL COMMENTO

di Giulia Sciorati, analista ISPI, Osservatorio Asia

“Il “gigante sepolto” thailandese si è svegliato. Sebbene le proteste pro-democrazia non siano una novità per il paese, l’attivismo di questi giorni è radicalmente diverso dal passato poiché si poggia su una fascia della popolazione che ha lo sguardo rivolto verso il mondo.

Cresciute sui social media e sulla cultura popolare sud-coreana, le nuove generazioni thailandesi non sono spaventate dai quattro episodi di repressione violenta attuati a partire dagli anni Settanta dalle forze di sicurezza, né dalle leggi sulla lesa maestà. A stimolare le proteste tuttavia non vi sono solo ideali democratici ma anche la situazione economica del paese, che già ben prima della pandemia offriva poche opportunità lavorative ai giovani, e che con il lockdown è andata ad aggravarsi.”

Da ispionline.it