Il decreto di agosto del governo Conte si pone in continuità con i provvedimenti varati da marzo in poi per fronteggiare gli effetti economici e sociali dirompenti prodotti dalla crisi sanitaria in corso. L’entità (25 miliardi che fanno schizzare ancor più verso l’alto il deficit di bilancio) è  cospicua e ha lo scopo di costruire un sostegno economico duraturo per le imprese, di fare qualche ulteriore elargizione a diversi operatori economici e commerciali, lasciando solo un modestissimo e temporaneo sostegno al reddito delle lavoratrici e lavoratori.

Avendo in prospettiva una drammatica voragine occupazionale si cerca di dilazionarla nel tempo per evitare una immediata precipitazione della crisi sociale (forse rivolta) e  per varare la legge finanziaria in un contesto di relativa tranquillità nonché la destinazione delle ingenti somme che, sotto forma di sussidi o di prestiti, arriveranno dall’Unione Europea con il Recovery Fund.

Misure transitorie per i lavoratori e regali strutturali alle imprese

Naturalmente non ci sono risorse per tutti per cui qualche settore sociale non riceverà alcunché, perché al di là della discussioni sulla riforma degli ammortizzatori sociali, non c’è la volontà di mettere in campo un sistema di tutele universali e si continua con misure parziali e temporanee che coprono solo una parte della platea che avrebbe invece bisogno di un forte aiuto. Per esempio si erogano solo fino al 15 ottobre 400 euro di “reddito di emergenza” per le famiglie poverissime quasi che a partire da quella data quest’ultime escano, non si sa per quale miracolo, dall’indigenza. Così il “bonus da 600 euro” che secondo i dati INPS aveva raggiunto una platea di 4 milioni e 60 mila persone, per altro assai inferiore alla platea potenziale che ne avrebbe avuto diritto, si è chiuso definitivamente il 19 giugno.

Il criterio del governo non è diverso da quello usato nei decreti precedenti: misure occasionali, limitate nel tempo e sottoposte a una serie di condizioni (un vero percorso ad ostacoli per ottenerne i benefici superando le pastoie della burocrazia) per le lavoratrici e i lavoratori e per i soggetti più precari, e misure di più lungo periodo per le imprese, in gran parte incondizionate e del tutto scollegate a finalità economiche e sociali collettive.

E’ di questi giorni lo “scandalo” degli autonomi con cariche istituzionali, ma anche notai ed avvocati, che hanno richiesto il bonus di emergenza, per non parlare dei parlamentari che non si son fatti vergogna di prenderlo, ma nessun giornale mette in prima pagina il fatto che le  imprese con meno di 250 milioni di fatturato che durante il lockdown non hanno avuto problemi continuando a produrre a pieno ritmo e a fare profitti, hanno comunque avuto in regalo il taglio dell’IRAP. Risultano poi essere 284 mila le imprese che hanno fatto richiesta della cassa integrazione pur non avendo subito alcun calo del fatturato. In altri termini hanno ridotto lo stipendio dei lavoratori.

Il blocco dei licenziamenti 

L’attenzione si è concentrata intorno alla questione del blocco dei licenziamenti richiesto fino alla fine dell’anno dalle organizzazioni sindacali e contrastato duramente dalla Confindustria desiderosa di disporre quanto prima di uno strumento sacro del sistema capitalista, la piena libertà di licenziamento.

In realtà la rivendicazione sindacale non risolveva e non risolve il problema di fondo, una crisi occupazionale drammatica che potrebbe coinvolgere almeno un milione di lavoratrici e lavoratori, ma lo sposta solo nel tempo, al prossimo anno, senza che le direzioni di CGIL CISL e UIL siano capaci di avanzare misure radicali in difesa dell’occupazione, riduzione di orario a parità di salario, abolizione della Fornero per permettere il turn over delle assunzioni, forti investimenti pubblici per creare posti di lavoro e tanto meno supportare queste richieste con una mobilitazione sociale generalizzata per avere qualche possibilità di imporle e battere una Confindustria con l’elmetto che ha dichiarato una guerra vera e propria contro le classi lavoratrici. In proposito si rimanda all’intervista di Eliana Como https://anticapitalista.org/2020/08/12/licenziamenti-perche-non-basta-la-proroga-del-blocco-parla-eliana-como/?fbclid=IwAR3Jopjp7Z__srFou-JdMK5aGWt0ldqIxKTuMs3dRDoNOmtebMu4wopcCUY

La soluzione adottata dal governo, dopo un lungo braccio di ferro al suo interno tra gli agenti più diretti del padronato (i pasdaran filo confindustriali di Renzi, ma anche quelli pentastellati di Di Maio e Patuanelli e naturalmente anche parte del PD) e gli esponenti governativi desiderosi di trovare qualche mediazione con le burocrazie sindacali per garantirsi una più agevole pace sociale durante l’autunno, rinviando un’immediata ondata di licenziamenti, è stata quella di un compromesso; un tampone provvisorio che non solo non risolve i problemi di fondo dei lavoratori, ma che rischia di dividerli, creando situazioni assai differenziate tra di loro nell’uso della cassa integrazione e nei suoi tempi variabili.

La cassa integrazione è stata infatti prolungata per altre 18 settimane, di cui le prime 9 sono a carico dello stato e le altre saranno ancora gratuite per le aziende che hanno perso più del 20% del fatturato; quelle che non hanno perso fatturato o ne hanno perso meno potranno egualmente fare ricorso alla cassa integrazione, ma dovranno pagare un contributo variabile dal 9 al 18%. Infine le imprese che hanno usato la CIG solo in maggio e giugno potranno chiedere l’esonero totale dei contributi previdenziali per 4 mesi. Non potranno licenziare durante questo periodo, ma potranno farlo subito dopo. In conclusione chi ha iniziato o continuato la CIG dal 13 luglio, finite le 18 settimane, cioè dal 16 novembre in poi, potrà licenziare; questo diritto sarà a scalare per le altre aziende che esauriranno la CIG in un periodo successivo. E’ chiara la finalità: depotenziare, diluendo nel tempo gli effetti dei massicci licenziamenti che le aziende hanno già annunziato a chiare lettere. Il governo spera di poter operare questa diluizione/divisione utilizzando anche i soldi disponibili dallo specifico piano europeo, il Sure (per l’Italia vale 20 miliardi, ma l’8 agosto è già stata fatta una maggiore richiesta, 28,5 miliardi con lettera alla Commissione europea) per la CIG.

A ciò si aggiunga l’ulteriore dietrofront in materia di contratti a termine. Si torna indietro alla vecchia normativa del Decreto Poletti e sarà nuovamente possibile rinnovare o prorogare i contratti a termine senza alcuna causale, in deroga rispetto a quanto previsto dal successivo Decreto “Dignità”. Inoltre, sotto la pressione di Confindustria, viene abrogata la norma introdotta post-Covid che obbligava i datori di lavoro a prorogare in modo automatico i lavoratori a termine o a somministrazione in misura equivalente al periodo per il quale gli stessi vengono sospesi. Infine viene raddoppiato il limite per il welfare aziendale nel 2020, incrementando l’importo che non concorre alla formazione del reddito.

Emerge ancora una volta il totale impasse delle organizzazioni sindacali maggioritarie e la mancanza di qualsiasi strategia politica efficace di alternativa, non prendendo realmente mai in seria considerazione la mobilitazione sociale per conquistare rapporti di forza credibili; così ci si limita a richiedere misure tampone ad un governo che si sostiene considerandolo l’ultima spiaggia.

Nuovi soldi regalati alle imprese

Molto più precisa e strutturale sul medio periodo la misura varata dal governo a sostegno delle imprese del Sud; in realtà si tratta di una riduzione, che scatterà ad ottobre 2020, del 30% dei contributi previdenziali a carico dei padroni per ogni rapporto di lavoro dipendente la cui sede si trovi al Sud. Un bel regalo che nei piani del governo dovrebbe configurarsi del 30% fino al 2025, per poi ridursi al 20% e infine, nel 2028 e 2029 al 10%.

Nel 2018 i lavoratori dipendenti privati nel Sud ammontavano a circa 3,5 milioni; oggi forse sono un poco meno (sic!) per cui questo regalo dello stato ai padroni varrà, a partire dal 2021, circa 5 miliardi all’anno.

Risulta da questa normativa, la più strutturale di tutto il pacchetto di agosto, che l’idea di fondo di questo governo, come di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi venti o più anni, è che solo le imprese private possono creare posti di lavoro e che a queste si devono fare ponti d’oro. La scelta che lo Stato, tanto più in questo periodo, possa creare posti di lavoro stabili e di qualità in funzione di produzioni e servizi negli interessi della collettività, viene scartata per il semplice fatto che costoro stanno sulla plancia di comando politico a rappresentare gli interessi di fondo della proprietà privata.

Quando sono costretti, come sta avvenendo ora di fronte alla crisi sanitaria e a quella della scuola pubblica a creare qualche decine di migliaia di posti, questi sono solo a tempo determinato, cioè commisurati all’emergenza. Si è rotto il tabù dell’intervento pubblico e d’improvviso sono comparsi centinaia di miliardi prima inesistenti, ma devono servire solo per salvare il sistema capitalista, preservando le logiche di fondo e di profitto della società borghese. Non prendiamo in considerazione il folle sogno di Conte, un vero incubo di mezza estate, di fare un tunnel tra Sicilia e Calabria….

Tutta la discussione e scontro tra le varie fazioni borghesi sull’uso dei soldi del Recovery Fund europeo avrà come oggetto la divisione della torta tra di loro. Sta al movimento operaio provare a rompere questo gioco prestabilito e a pretendere che quei soldi siano invece usati per creare posti di lavoro e migliorare le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini, preservando il territorio.

La discussione truccata sul MES

Lo scontro sull’utilizzo o meno dei fondi del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità, detto anche Fondo salva Stati) per intervenire sulla sanità è un dibattito truccato tra i sovranisti della destra e i liberisti europeisti che serve ad occultare quello che veramente sarebbe necessario fare.

Non c’è dubbio che il solo termine MES evoca lo strangolamento della Grecia e gli ignobili memorandum della austerità imposte dalla cosiddetta Troika. Non c’è dubbio che anche nella versione rinnovata il MES costituisca un debito che dovrà essere pagato e che le sue condizioni sono assai più vincolanti di quanto i suoi sostenitori vogliano far credere.

Non c’è dubbio anche che i sovranisti/nazionalisti non abbiano una proposta reale alternativa se non quella vaga, poco credibile e costosa di recuperare quelle risorse con un debito interno.

Non c’è dubbio infine che quando saranno distribuiti tutti i soldi del Recovery Fund e ne serviranno altri gli “europeisti” potranno dire con facilità: “Ma dai facciamoci dare questo prestito (più di 30 miliardi) che così possiamo intervenire meglio sulla sanità”.

La discussione è fasulla perché il primo vero obiettivo è di evitare che emerga una richiesta elementare, quella ben presente in ogni grande crisi di calamità naturale o di guerra, l’introduzione di una tassa specifica per affrontare i costi dell’emergenza e che di questa si debbano far carico coloro che negli anni hanno accumulato grandi ricchezze. La soluzione migliore sarebbe una tassa speciale Covid europea come proposta da una serie di esponenti di tanti paesi (www.tassacovid.org) ma si potrebbe utilmente utilizzare una imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze nel nostro paese, visto come negli ultimi 30 anni il 10% della popolazione si sia impadronito della gran parte della torta prodotta.

Il difficile autunno 

L’autunno sarà dunque molto difficile e ancor più drammatico nel caso possibile di una ripresa dell’epidemia. Lo ribadiamo ancora una volta: siamo davanti a un quadro in cui manca un soggetto sociale e politico fondamentale, un movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, autonomo ed indipendente da tutte le forze borghesi, capace di difendere i propri interessi da un punto di vista complessivo,  con un programma che riunifichi tutti il mondo del lavoro: quelle/i che il lavoro ce l’hanno ancora, quelle/i che lo stanno perdendo, quelle/i che non lo hanno mai avuto. Ricostruire questo soggetto e la sua capacità di iniziativa resta il compito di fondo a cui sono chiamate tutte le forze sociali, politiche e sindacali che hanno a cuore gli interessi della classi lavoratrici e che vogliono lavorare per la costruzione di un’alternativa, per uscire dal vicolo cieco in cui siamo precipitati. Per ora infatti gli attori politici sono solo le diverse forze della borghesia che si contendono e dividono il potere tra di loro; e la paura dell’arrivo al un governo dei partiti della destra e dell’estrema destra rende addirittura credibile e sostenibile (sic) per alcuni un governo “moderato” padronale come quello presieduto da Giuseppe Conte…..

Gli impegni da settembre 

Chiediamo a tutte compagne e a tutti i compagni della nostra organizzazione, ai nostri interlocutori un grande impegno ed una attività quotidiana e permanente sul loro luogo di lavoro, una azione che sia contemporaneamente politica, sociale e sindacale, che utilizzi, ma non si fermi alla dimensione social, ma scenda in strada.

Chiediamo a tutte le forze della sinistra antagonista e di classe una disponibilità e un impegno unitario.

La questione sanitaria resta centrale, i piani di rilancio della sanità di pubblica sono di là da venire, le stesse misure urgenti e straordinarie per affrontare una nuova emergenza sono in ritardo. Chiediamo a tutte e tutti il 3 settembre di essere in piazza per rilanciare la campagna “Riconquistiamo il diritto alla salute” perché diventi un fatto sociale e politico rilevante nel nostro paese.

Va di pari passo la scuola, che è problema politico, sociale, culturale, strutturale della società che avrà una grande incidenza sulle giovani generazioni e sul futuro di tutto il paese: si sta formando un movimento degli insegnanti, di tutto il personale della scuola, degli studenti, dei genitori, che può e deve condizionare le scelte di fondo del governo. Sono già state individuate scadenze di mobilitazioni tra cui la giornata nazionale del 26 settembre che noi sosteniamo a fondo. Chiediamo a tutte le nostre compagne e compagni, insegnanti, genitori, giovani di essere attivi in prima persona.

Così come chiediamo a tutte le compagne e compagni nei diversi posti di lavoro di farsi carico fino in fondo di una attività politica e sindacale, di organizzare la battaglia e la mobilitazione in difesa del reddito e dell’occupazione, per una nuova politica di intervento pubblico che crei posti di lavoro (in tal senso devono essere utilizzati i fondi del Recovery Fund) contrastando le divisioni, le ristrutturazioni padronali e i licenziamenti, favorendo ed attivando tutte le iniziative delle correnti combattive di classe dei sindacati e la loro unità nonché la massima partecipazione nelle assemblee e nei momenti di mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori.

Saremo presenti anche in scadenze elettorali sia regionali che comunali e beninteso nel referendum, quel referendum che propone l’ennesima “riforma” profondamente antidemocratica, mascherata sotto la veste di “tagli alla politica” con una riduzione del numero dei parlamentari  non solo volta a delegittimare e ridurre ancora la rappresentanza politica, ma  soprattutto di ridurre la possibilità per le classi lavoratrici di disporre di qualche rappresentanza in più nelle istituzioni a difesa dei loro interessi. Sulle ragioni complessive del nostro No rimandiamo uno specifico articolo che comparirà a breve.

Utilizzeremo queste scadenze istituzionali elettorali come ulteriore strumento per il rilancio della lotta sociale senza la quale sarebbe impossibile uscire dalla difficilissima situazione attuale che rischia di schiacciare il futuro delle classi lavoratrici.