La firma italiana più nota all’estero ha scritto per Repubblica un articolo sulle rivolte negli Usa pieno di errori e inesattezze. Tutto il testo ruota attorno alla distinzione tra saccheggiatori e manifestanti pacifici, che il dibattito statunitense ha superato da anni

Sulle pagine di Repubblica è uscito ieri un lungo articolo di Roberto Saviano. Saviano, è appena il caso di dirlo, è oggi probabilmente il volto più noto del giornalismo italiano nel mondo, nonché una persona nei confronti della quale io penso, come molti altri, che l’Italia abbia un significativo debito di gratitudine per la generosità con cui si è speso, con grandi rischi e limitazioni personali, per raccontare le mafie che operano nel nostro paese e a livello globale.

Il testo in questione è dedicato alle rivolte anti-razziste che stanno infiammando gli Stati uniti sulla scia del brutale omicidio di George Floyd da parte dell’agente di polizia Derek Chauvin. Il problema, per andare dritti al punto, è che si tratta di un lungo elenco di inesattezze, argomentazioni abborracciate e miti. Elenco che, vista l’influenza guadagnatasi dal suo autore, rischia di avere un impatto disastroso sul modo di raccontare gli eventi statunitensi da parte dei media italiani. Ora, credo che uno dei più grandi gesti di rispetto nei confronti di un nome noto nella sfera pubblica sia prenderne sul serio le parole, e criticarle nel merito quando necessario. Animato da questo spirito, vorrei qui analizzare perché queste parole di Saviano finiscono con il fare un pessimo servizio a chi le legge.

Saviano sceglie di concentrare la quasi totalità della sua riflessione sui saccheggi che stanno accompagnando alcune delle numerose proteste in corso – un approccio di per sé discutibile. A detta delle stesse autorità statunitensi, infatti, a essere coinvolta nei saccheggi è una netta minoranza di coloro che stanno inondando le strade – viene da domandarsi allora perché, nello scrivere per la prima volta dall’inizio degli attuali sommovimenti, la firma di punta del quotidiano italiano più venduto dovrebbe focalizzarsi su quell’aspetto. Saviano non fornisce mai una ragione per questa scelta, che è ancor più problematica nella misura in cui la stessa stampa mainstream statunitense riporta come la composizione demografica e ideologica dei saccheggiatori sia probabilmente molto ampia e possa includere infiltrati di estrema destra con l’intento di screditare le proteste.

Il secondo aspetto problematico a emergere è l’idea strisciante, che fa più volte capolino nella visione di Saviano, che i saccheggiatori non siano mossi da idee politiche o bisogni materiali stringenti, ma siano in sostanza dei meri teppisti – ad esempio, si nota come «I televisori sono spesso i prodotti più ambiti, il cibo quasi sempre ignorato tranne i dolci» (e qui Saviano sembra avere un’idea di povertà come semplice inedia che sarebbe risultata incredibilmente riduttiva già ai tempi di Dickens). Parlando del fatto che a New York alcuni dei saccheggi abbiano colpito il distretto delle grandi firme nel quartiere di Soho, Saviano afferma che «si distrugge la vetrina per prendere quell’orologio, quella camicia, quella borsa che finalmente fanno accedere al ‘diritto ad essere cool’», fino al climax retorico raggiunto con:

Alla maggior parte di coloro che entrano a rubare non frega nulla dell’innocente nero ammazzato sotto il ginocchio di un poliziotto, non importa nulla della situazione dei ghetti, vuole solo fregarsi il televisore: ed è proprio così.

Saviano non ha nessuna base empirica per suffragare queste tesi all’infuori della sua osservazione diretta a New York – una città dove si svolgono tuttora molte proteste contemporaneamente e che rappresenta solo uno dei molti centri di tali manifestazioni. Anche per quanto concerne la sua testimonianza diretta, poi, non fornisce nessuna fonte propriamente giornalistica: interviste da lui realizzate con presunti saccheggiatori, dati raccolti dai commissariarti e così via. La verità è che questi dati non esistono e occorrerà molto tempo per raccoglierne una mole sufficiente per essere statisticamente significativa – lo dimostra ad esempio il caso dei cosiddetti riots del 2011 nel Regno Unito, su cui ho scrittodiffusamente altrove. Si può dire già da ora, invece, che le ipotesi di Saviano (perché di ipotesi si tratta) contraddicono l’evidenza raccolta in decenni di studi sulle proteste urbane – passandola brevemente in rassegna intervistando diversi sociologi per un articolo uscito su The Atlantic, Olga Khazan scriveva che la maggior parte delle persone che prendono parte ai saccheggi è solitamente povera e che gli obiettivi colpiti (ad esempio certe grandi catene di negozi) sono non di rado il risultato di una precisa scelta politica – mentre per Saviano «non si distrugge la vetrina dei grandi marchi del lusso, da Rolex a Nike, perché si disprezza il mondo che esprimono, o come presunto gesto di solidarietà ai lavoratori».

Saviano riporta una serie di miti tristemente alla moda in questi giorni: che esista un modo per discernere chiaramente fra proteste «violente» e proteste «pacifiche»; che le proteste violente siano controproducenti per quelle pacifiche; che il movimento che si batteva per i diritti civili della popolazione nera negli Stati uniti del secolo scorso fosse un movimento «pacifico».

L’opposizione fatta da Saviano tra il saccheggio impolitico di una manica di vandali annoiati da un lato e le proteste ordinate e ben educate che i saccheggiatori screditerebbero (un’accusa che rischia di diventare una profezia che si auto-avvera se si dedica un’attenzione spropositata a un gruppo di saccheggiatori – quelli incontrati direttamente da Saviano – talmente sparuto da non rappresentare nemmeno la già esigua categoria dei saccheggiatori stessi), riposa su una distinzione che un movimento come Black Lives Matter ha reso obsoleta già da diversi anni. In quello che a oggi è il testo più dettagliato e autorevole sul movimento, Keeanga-Yamahtta Taylor, attivista e docente di studi afroamericani a Princeton, individua nel rifiuto di tale opposizione (quella tra manifestanti «per bene» e manifestanti «per male», potremmo dire) uno dei momenti fondativi di Black Lives Matter (Blm) – menzionando la reazione tutt’altro che favorevole delle attiviste di Blm alle parole pronunciate nel 2014 al funerale di Michael Brown dal reverendo Al Sharpton, un’icona di quella che Taylor definisce appropriatamente «l’establishment dei diritti civili». Sharpton aveva criticato aspramente i manifestanti radunatisi in città per la loro resistenza nei confronti delle intimidazioni della polizia e per le rivolte che avevano seguito l’immotivata uccisione di Brown da parte di un agente.

È qui che Black Lives Matter scardina l’ipocrisia di questa distinzione: pur trattandosi di un movimento che non ha mai invitato al saccheggio, non lo si potrebbe nemmeno definire «pacifico» nei termini del giornalista campano – in particolare, Black Lives Matter ha evidenziato l’importanza delle rivolte urbane (con il relativo portato di violenza nei confronti delle cose) come strumento radicalmente democratico. Lo ha spiegato bene Juliet Hooker, professoressa alla Brown University, in un saggiopubblicato dalla rivista Political Theory:

Le rivolte (per mancanza di un termine migliore) possono […] costituire una forma di rimedio democratico [democratic repair] per gli afro-americani – non perché siano una soluzione ai problemi strutturali e alle ingiustizie istituzionalizzate, ma perché permettono ai cittadini di colore di esprimere il loro dolore e rendere visibili le loro perdite a un ordine razziale che esige che sacrifichino entrambi – sia non esprimendo rabbia e lutto per tali perdite, sia acconsentendo pacificamente a esse.

Arriviamo quindi al tema dell’efficacia – pur ammesso che l’utilizzo di certe forme di violenza sia politicamente legittimo, non si tratta forse di uno strumento politicamente controproducente? Nel caso statunitense, la risposta è un sonoro no. Anche volendo mantenere una canonica (e piuttosto stereotipata, come vedremo) divisione tra le componenti pacifiche del movimento per i diritti civili (simboleggiate dalla figura di Martin Luther King) e quelle più aperte al ricorso a specifiche istanze di violenza (incarnate da Malcom X), il movimento per i diritti civili riuscì a ottenere delle importanti vittorie solo grazie all’azione di entrambe – e la minaccia di violenze, resa realistica dallo loro occasionale applicazione, ha giocato in questa combinazione un ruolo essenziale, come argomentato da August Nimtz, dell’Università del Minnesota, in una ricerca apparsa su New Political Science. Muovendoci verso eventi più recenti, uno studio pubblicato lo scorso anno sulla American Political Science Review esamina gli effetti delle violente rivolte urbane che seguirono il pestaggio da parte delle forze dell’ordine dell’afroamericano Rodney King, a Los Angeles nel 1992. Gli autori dimostrano come tali conseguenze siano state largamente positive sull’opinione pubblica sia bianca che nera, producendo in quell’area un duraturo avanzamento di posizioni politiche più progressiste e antirazziste. Per chiudere il cerchio, un’indagine appena completata da due psicologi sociali, Jeremy Sawyer e Anup Gampa, dimostra una tendenza in buona parte simile per quanto riguarda l’influenza della stessa Black Lives Matter – un movimento della cui radicalità si è detto.

Infine, arriviamo al più diffuso dei cliché: quello per cui il movimento per i diritti civili, perlomeno la sua anima maggioritaria simboleggiata da King, sarebbe stato «pacifico». Un primo punto da notare è che la definizione di cosa sia pacifico e cosa no è socialmente costruita e storicamente variabile – per i suoi contemporanei, come ci ricorda dettagliatamente il politologo Alex Gourevitch, King era un pericoloso sovversivo ed aveva goduto per lungo tempo di un apprezzamento assai scarso da parte dell’opinione pubblica. In un saggio considerato miliare, la storica Jacquelyn Dowd Hall ha affermato che l’immagine edulcorata e rassicurante che abbiamo di King e delle sue campagne non deriva tanto dall’evidenza a nostra disposizione, ma da un serie di narrazioni conservatrici quando non reazionarie:

Martin Luther King Jr. è la figura che definisce questa narrazione [conservatrice], congelata nel 1963 nell’atto di proclamare ‘I Have a Dream’ durante la marcia sul Mall. Riprodotti senza fine e citati in modo selettivo, i suoi discorsi conservano la loro maestosità ma perdono il loro mordente politico. Ascoltiamo poco del King che credeva che ‘la questione razziale che affrontiamo in America non è un problema settoriale ma nazionale’ e che ha attaccato la segregazione in ambito urbano nel nord degli Stati uniti [non meno che quella nel Sud]. Cancellato del tutto è il King che si è opposto alla guerra del Vietnam e ha legato il razzismo in patria al militarismo e all’imperialismo all’estero. Smarrito è il King socialista democratico che ha sostenuto la sindacalizzazione, ha pianificato la Campagna dei Poveri ed è stato assassinato nel 1968 mentre sosteneva lo sciopero degli operai della nettezza urbana.

Cornel West, professore emerito a Princeton e figura centrale nel dibattito pubblico statunitense, si è recentemente fatto promotore della pubblicazione di un’antologia di scritti di King volta proprio a recuperarne la dimensione politicamente radicale che tanta disapprovazione si era attirata all’epoca anche tra i «moderati». 

Saviano derubrica a «filosofia», a giustificazionismo della violenza più sguaiata, ogni riflessione critica che tenti di inserire i saccheggi attuali nella cornice degli incredibilmente iniqui (e razzializzati) rapporti di proprietà negli Stati uniti odierni:

C’è anche un’altra riflessione da fare, difficile da capire per chi guarda dall’Italia: per una parte dei manifestanti quello che sta accadendo è già non-violento, perché la violenza è intesa contro le persone mentre in questo caso è rivolta verso cose, in alcuni casi cose ritenute responsabili della sproporzione tra bianchi e minoranze. Sono teorie che servono a giustificare, ad assolvere. Secondo le voci più radicali ed estremiste il saccheggio in Usa è bianco: il bianco ha saccheggiato terre, ha saccheggiato lavori, e ha continuato a saccheggiare vendendo titoli tossici ai neri nel 2008, negando mutui e provocando altra povertà. Nel momento in cui questo accade in un mondo in cui moltissimi stanno vivendo in ghetti persino più schifosi di quelli degli anni Settanta, minacciare la proprietà significa minacciare la proprietà di chi sta confermando questo mondo. Ma questa è filosofia.

Da persona che insegna filosofia in una università, mi viene da replicare che questa non è di certo filosofia – è al più storia, ed evidenza sociologicamente fondata. 

Prendiamo un esempio citato dallo stesso Saviano: la città di Ferguson in Missouri, dove Michael Brown è stato brutalmente ucciso nel 2014. A Ferguson, ha dimostrato Jackie Wang in un libroimportante, le continue vessazioni poliziesche della popolazione di colore avevano tra l’altro l’esplicito obiettivo di rimpinguare le casse cittadine, messe in scacco dalla crisi economica, tramite la proliferazione di multe e sanzioni comminate per le violazioni amministrative più insignificanti (o persino inesistenti) – nel 2013 più del 20 per cento del bilancio municipale proveniva da questo tipo di attività. L’utilizzo del termine looting (saccheggio) per descrivere queste pratiche razziste non è opera di qualche esaltato, ma dell’intera comunità accademica che le studia (composta non certo solo da filosofi o amanti dei voli pindarici). Né si tratta di fenomeni isolati: come riportano Michel Dawson e Megan Ming Francis (attivi rispettivamente in quei covi di teppisti che sono l’università di Chicago e Harvard), durante la crisi dei mutui subprime le persone nere furono fatte oggetto di pratiche razziste per le quali nel 2011 sono stati condannati alcuni dei più grandi istituti di credito statunitensi. In quello che era un vero e proprio esercizio di saccheggio finanziario, la popolazione di colore era ingannevolmente spinta verso i rischiosi mutui subprime anche quando aveva tutte le garanzie necessarie all’ottenimento di prestiti a tasso fisso – con il risultato che più di 240 mila afroamericani persero la propria casa allo scoppio della bolla immobiliare. Oggi negli Stati uniti il patrimonio netto di una famiglia nera è in media dieci volte inferiore di quello di una famiglia bianca e il nesso tra razza ed effettivo godimento dei diritti di proprietà e di altri diritti economici era stato fatto oggetto di uno studioponderoso da parte di del sociologo George Lipsitz già vent’anni fa – e se si preferisce c’è anche il classico saggio di Cheryl I. Harris apparso sulla Harvard Law Review, non certo un periodico anarchico. 

Non so se queste righe arriveranno mai Saviano, ma nel caso remoto che lo facciano vorrei invitarlo, in conclusione, a farsi una domanda: avrebbe mai scritto, senza documentarsi appropriatamente, un articolo di pari lunghezza sul crimine organizzato? Io non credo – e penso c’entri qui quella che Charles W. Mills chiama «ignoranza bianca», quella particolare serie di disfunzioni cognitive – individuali e collettive – che producono il risultato ironico per cui noi bianchi molto spesso siamo incapaci di comprendere il mondo che noi stessi abbiamo plasmato a misura della nostra bianchezza. Voglio rassicurare Saviano e tutti noi: dall’ignoranza bianca si può, almeno in parte, guarire – specialmente se prima di scrivere si dedica abbastanza tempo a leggere e a pensare. 

*Franco Palazzi è dottorando in filosofia all’Università di Essex e autore di Tempo presente. Per una filosofia politica dell’attualità (ombre corte, 2019). Ha scritto, tra gli altri, per DoppiozeroEffimeraIl TascabileJacobin MagazineLe parole e le coseOperaViva Magazine e Public Seminar.

Da Jacobin Italia