più di un anno dalla destituzione del presidente Omar al-Bashir, la dinamica rivoluzionaria sudanese non accenna ad affievolirsi. L’ostinazione delle forze popolari nel chiedere il trasferimento dei poteri ai civili alimenta le tensioni tra il nuovo governo federale, da un lato, e i militari tentati di riprendere il controllo in maniera autoritaria, dall’altro. Domina l’incertezza sulla transizione.

UN ANNO DOPO LA DESTITUZIONE DI OMAR AL-BASHIR: POSSIBILI SVOLTE PER LA «RIVOLUZIONE DI DICEMBRE» IN SUDAN

Khartum è una città di dissolvenze incrociate: Nordafrica e Africa sub-sahariana, negritudine e arabità dalla pelle più o meno scura, urbanità e ruralità, relativo benessere e grande miseria, tutti contrasti che sfumano nell’infinità di gradazioni di questo vasto agglomerato, composto da tre zone urbane – Khartum, Bahri (Khartum nord) e Omdurman. La sua estensione è messa in risalto dai palazzi rari e di dimensioni contenute (1). Nella capitale sudanese, il grattacielo di diciotto piani a forma di vela nautica dell’hotel Corinthia, costruito dalla Libia di Muammar Gheddafi, viene considerato alla stregua della tour Eiffel.

Oltre a questo emblematico edificio, le uniche costruzioni che saltano all’occhio sono, da una parte, i manufatti dell’eredità coloniale britannica, dall’altra, le strutture ufficiali costruite nel corso degli ultimi anni dalla Cina, partner accreditata del regime di Omar al-Bashir. Tra queste ultime, le più imponenti sono opere di dubbio gusto, che ospitano i comandi di diversi rami delle forze armate sudanesi all’interno dell’ampio perimetro del loro comando generale. Proprio davanti a quest’ultimo, si sono radunate immense folle a partire dal 6 aprile 2019, anniversario della destituzione di un altro dittatore militare, Ja’far al-Nimeyri, nel 1985 dopo sedici anni di potere (2). L’indomani, uno sciopero generale ha paralizzato il paese. Quattro giorni dopo, 1’11 aprile, è toccato ad al-Bashir esser destituito dopo trent’anni di presidenza e un bilancio disastroso.

La rivolta popolare sudanese era stata scatenata il 19 dicembre 2018 dall’aumento del prezzo del pane decretato da un governo deciso a mettere in pratica i dettami neoliberisti: rimpinguare le casse pubbliche a scapito dei più poveri. La protesta aveva continuato a estendersi e radicalizzarsi fino a cambiare marcia, il 6 aprile.

Le adunate permanenti davanti alla sede del comando generale puntavano esplicitamente a indurre l’esercito a sbarazzarsi del suo leader supremo. I sudanesi meno giovani o più istruiti si ricordavano come nel 1985 i militari avessero destituito Nimeiry, mantenendo il potere per un solo anno prima di consegnarlo a un governo civile legittimamente eletto. Tuttavia, quasi tutti ricordavano anche le emozionanti scene della manifestazione di piazza Tahrir al Cairo nel 2011, epicentro della rivolta popolare che ha spinto gli ufficiali egiziani a deporre Hosni Mubarak,’ l’11 febbraio, dopo trent’anni di presidenza anche in questo caso.

I manifestanti a Khartμm e nelle altre città e regioni del Sudan hanno fatto tesoro dell’esperienza egiziana, come anche i manifestanti algerini che ne hanno seguito le orme a febbraio 2019, ottenendo ancora prima di loro, il 2 aprile, le dimissioni forzate del presidente Abdelaziz Bouteflika, ad opera dell’esercito. Questo successo aveva dato coraggio ai contestatori sudanesi, portandoli a chiedere che i militari di Khartum si ispirassero ai colleghi algerini, nonostante il rapporto molto più repressivo dei primi nei confronti della popolazione. Tuttavia, algerini e sudanesi sanno che la tutela del comando militare sul potere politico è la chiave di volta del «regime» che «il popolo vuole far cadere», come proclama il più famoso slogan delle rivolte popolari regionali.

Tutti hanno potuto constatare che i cambiamenti sopraggiunti al vertice dello Stato egiziano senza modificare le basi stesse del regime -insieme a Sudan e Algeria, è in realtà uno dei tre Stati della regione le cui forze armate costituiscono l’istituzione politica fondamentale- si sono tradotti, tre anni dopo, nel ritorno della dittatura in forme notevolmente peggiori. Il movimento popolare, questa volta, è stato astuto, sia in Algeria sia in Sudan, rafforzando le proprie azioni dopo la destituzione del presidente e rivendicando la nomina di un governo civile con pieni poteri. Di conseguenza, c’è un sorprendente contrasto tra le reazioni entusiaste alla destituzione di Mubarak da parte dei militari in Egitto nel 2011, in cui i Fratelli musulmani erano la principale forza organizzata del movimento popolare, e la reazione diffidente e sovversiva del movimento popolare sudanese, che, a differenza dell’Algeria, ha designato i propri portavoce. Il comunicato con cui, l’11 aprile 2019, l’Alleanza per la libertà e il cambiamento (Alc) ha accolto la destituzione di Omar al-Bashir da parte dei militari, inizia così: «Le autorità del regime hanno effettuato un colpo di Stato militare con cui intendono ripresentare gli stessi personaggi e le stesse istituzioni a cui si è ribellato il nostro grande popolo».

La forza della radicalità

Oltre all’insegnamento tratto dall’esperienza egiziana, la radicalità del movimento sudanese si è mantenuta attraverso le proprie forme di organizzazione. Conosciamo il ruolo avuto dall’Associazione dei professionisti sudanesi (Aps) e dall’Alc (3). La prima si è formata per gradi nel corso degli anni 2010 ed è il prodotto di lotte condotte successivamente da diverse categorie professionali: medici, giornalisti, avvocati, veterinari, ingegneri e insegnanti di scuola e università. È stata ufficializzata nell’ottobre 2016, quando medici, giornalisti e avvocati hanno adottato una carta, pur senza il riconoscimento dell’associazione da parte del potere. È un’espressione della classe media e colta, come spiega Ammar al-Bagir, membro del consiglio dell’Aps, che tuttavia segnala l’errore di equiparare gli insegnanti della scuola ai liberi professionisti e alla classe media. Lo stesso potremmo dire di una parte dei giornalisti.

Al pari di tutti i paesi che escono da lunghi anni di dittatura e di sindacalismo di Stato, dal 2019, il Sudan assiste a un’ampia ricomposizione del movimento operaio e delle associazioni di agricoltori. La sinistra promuove un cambiamento legislativo che sostituisca i sindacati aziendali corporativi imposti dal precedente regime con dei sindacati di categoria. Un’altra polemica contrappone i sostenitori del pluralismo sindacale a chi privilegia un sindacalismo unitario, retto da un sistema democratico di assemblee generali. Tuttavia, la classe operaia è stata fortemente indebolita dalla drastica deindustrializzazione del paese sotto il passato regime che ha favorito un’economia di rendita estrattiva (petrolio, fino alla secessione del Sudan del sud nel 2011, oro e altri metalli e minerali), dallo smantellamento del settore pubblico e dall’esternalizzazione di parte dei servizi, all’origine della forte espansione del settore informale.

L’Aps si è rapidamente distinta per la capacità di centralizzare l’informazione sulle lotte, grazie all’utilizzo intensivo di Internet e dei social network. Questo l’ha automaticamente resa la portavoce ufficiale delle fiorenti lotte, a partire dal dicembre 2018, e del rinnovamento del sindacalismo operaio. Il comando militare ha sospeso Internet nel giugno 2019, nel tentativo di porre fine alla mobilitazione con l’uso della forza. Però, ha dovuto riattivarlo un mese dopo, dal momento che la strategia si era rivelata fallimentare. Nel frattempo, i militanti sudanesi della diaspora si erano dati da fare per prendere le redini della comunicazione dell’Aps.

Con la costituzione dell’Alc, proclamata il 1° gennaio 2019, l’Aps si è avvicinata a un’ampia rosa di coalizioni politiche e organizzazioni della società civile che rappresentavano le diverse correnti dell’opposizione al regime di Omar al-Bashir, dai liberali laici o religiosi moderati – come il partito del Congresso sudanese e il partito Umma, guidato da Sadek al-Mahdi fino a comunisti, nazionalisti arabi e regionalisti.

Asha Elkarib, militante femminista e associativa, figura emblematica della «classe media e colta» rappresentata dall’Aps, si rammarica della sua adesione all’Alc alla stregua degli altri componenti. Avrebbe preferito che l’Aps rimanesse fedele al ruolo federatore del mondo del lavoro operando parallelamente alla coalizione delle forze politiche e assicurandosi così un peso maggiore nell’orientamento del processo. Inoltre, ed è probabilmente la considerazione più importante, i rapporti di forza tra le diverse sensibilità politiche all’interno dell’Aps non rappresentate in quanto tali, non sono gli stessi di quelli nell’Alc, in cui il peso della tradizione prevale sul rinnovamento portato dalla rivolta.

La doppia spaccatura tra generazioni e tra uomini e donne è molto marcata nell’ampia sfera dell’azione politica e sociale sudanese, in cui giovani e donne in particolare le giovani donne si lamentano della dominazione patriarcale, nel doppio senso del termine, nei partiti e nella vita politica in generale. Femministe e giovani si percepiscono come forze di controllo democratico e critico di un processo politico le cui decisioni, nell’opposizione, sono nelle mani dei partiti tradizionali. Ora, il peso politico di queste due categorie è molto rilevante in Sudan.

La «rivoluzione di dicembre», com’è chiamata la trasformazione in corso, permette di rilevare quanto le nuove tecnologie di comunicazione, in particolare i social network, possano rafforzare il potere delle basi sociali e politiche. Un’immagine emblematica è l’ondata di proteste scatenata dall’annuncio della composizione della delegazione dell’Alc ai negoziati con i militari dopo la destituzione di al-Bashir. L’Alc ha dovuto scusarsi pubblicamente di non aver incluso neanche una donna, nonostante le donne fossero maggioritarie nella rivolta popolare.

Sono rappresentate nel movimento, in primo luogo, dai Gruppi femministi civili e politici (Mansam, l’acronimo arabo). E una coalizione, sorta durante la rivolta, che raggruppa organizzazioni femminili legate alle forze politiche di opposizione (tra cui l’importante e storica Unione delle donne del Sudan, vicino al Partito comunista) e a diverse associazioni. Tuttavia, ancora una volta, il tutto è maggiore della somma delle parti, nel senso in cui la dinamica determinata dalla riunione delle donne appartenenti a diverse formazioni politiche e associazioni comprende una più ampia esigenza femminista rispetto a quella che si sarebbe potuta esprimere se fossero rimaste separate nei rispettivi partiti. Mansam, con l’Iniziativa no all’oppressione delle donne, gruppo femminista dinamico fondato nel 2009 e rappresentato a sua volta nell’Alc, ha ottenuto il riconoscimento di una quota del 40% per le donne nel Consiglio legislativo, ancora da nominare. Tuttavia, le femministe si indignano per la presenza di sole quattro donne tra i diciotto membri del governo nominati dall’Alc -due incarichi, alla difesa e all’interno, sono competenza dei militari- e chiedono la parità a tutti i livelli.

Sebbene questi aspetti della «rivoluzione di dicembre» siano stati spesso sottolineati dagli osservatori esterni, c’è un altro attore della dinamica in corso che è stato messo a fuoco solo raramente nelle analisi esterne al paese: i comitati di resistenza (Cr). Si tratta contemporaneamente della punta di diamante del processo e dello sprone critico, la forza organizzata di questa gioventù ribelle di entrambi i sessi al centro della rivolta, di cui costituisce l’anima più radicale, quella che mantiene viva la pressione rivoluzionaria. La «rivoluzione di dicembre» ha mobilitato la gioventù come sempre avviene nel caso delle rivolte e delle rivoluzioni (a tal proposito, l’espressione «rivoluzione dei giovani», tanto amata dai mass media dal 2011, è un pleonasmo). Ma, come possiamo notare oggi in tutte le grandi mobilitazioni di giovani su scala mondiale, in questi movimenti sviluppatisi nella regione dopo la «primavera araba», la novità sta soprattutto nell’elevato livello di autorganizzazione grazie alle nuove tecnologie di comunicazione.

Da diversi anni, i guru dell’economia aziendale spiegano, con una specie di materialismo elementare, che queste tecnologie devono condurre a una sostituzione del funzionamento piramidale centralizzato con un funzionamento orizzontale reticolare. Nel campo dell’organizzazione rivoluzionaria, quest’osservazione è ancora più evidente. La trasformazione tecnologica è sopraggiunta proprio nel momento propizio per facilitare l’inserimento nella rivolta collettiva di una generazione molto attiva contro la forma partitica centralizzata (e macista) all’origine della disastrosa deriva della sinistra nel XX secolo. È tanto più vero in una parte del mondo in cui i difetti di questa tendenza sono stati spinti all’estremo. In tutti i teatri della «primavera araba» del 2011, come in quelli della «seconda primavera» regionale inaugurata in Sudan, milioni di giovani si sono uniti alle mobilitazioni dotandosi di un’autorganizzazione in rete, indipendente dai partiti politici (come in Francia, i «gilet gialli»). Si è imposto un concetto in contrasto con la centralizzazione di un tempo: quello di «coordinamento» (nel senso di comitato di coordinamento), molto presente nella rivolta siriana durante la sua prima fase e oggi in Sudan. Dei coordinamenti locali collegano tra loro i Cr dei quartieri in una ampia rete che si estende su scala nazionale.

Il fenomeno ha assunto una portata notevole approfittando della paralisi dell’apparato repressivo nel corso dei primi mesi della rivolta, e del rafforzamento delle nuove libertà, soprattutto dopo il fallimento del tentativo di repressione del giugno 2019. Si sono costituiti dei Cr nei quartieri delle grandi città ma anche nei piccoli agglomerati rurali, riuscendo a raggruppare un grande numero di persone, spesso giovani e politicamente disorganizzati ognuno composto da diverse centinaia di membri. Questi comitati di base hanno stabilito tra loro coordinamenti locali, rifiutando ogni forma di centralizzazione, nell’intento di mantenere e preservare la tanto cara autonomia. Per questo motivo, hanno incaricato l’Alc di parlare · a nome di un movimento popolare di cui sono presto diventati l’elemento di spicco. Al tempo stesso, ritengono di avere come missione l’esercizio di un controllo che vigili sui partiti politici, oggi coinvolti in una incerta transizione il cui nodo è il compromesso con i militari.

Dissenso nell’opposizione

Oltre a questo ruolo, i Cr hanno riempito il vuoto lasciato dalla disgregazione dei «comitati popolari» del vecchio regime, molto indeboliti dalla corruzione, che nei quartieri si facevano carico sia di compiti di natura municipale sia della sorveglianza della popolazione. Li hanno sostituiti con dei comitati di servizi incaricati di organizzare tutta una serie di prestazioni locali e, in particolare, un’equa distribuzione delle derrate, come pane o carburante, in una condizione di penuria (4). Quando a novembre scorso, il nuovo ministro del governo federale ha tentato di istituzionalizzare i Cr ribattezzandoli «comitati del cambiamento e dei servizi» e ponendoli sotto la tutela dell ‘Alc, ha ricevuto una risposta graffiante. Un comunicato, firmato da una quarantina di coordinamenti e di Cr individuali, se l’è presa sia con il ministro sia con l’Alc, mettendoli in guardia contro ogni tentativo di limitare l’indipendenza dei Cr, la loro funzione di «resistenza» contro le forze del vecchio regime e l’impegno attribuitosi di controllare il processo politico in atto.

Nella misura in cui i Cr costituiscono la punta di diamante della dinamica rivoluzionaria innescata nel dicembre 2018, il loro addomesticamento o la loro abolizione rappresenterebbero una premessa alla sua interruzione o alla sua paralisi, accogliendo il compromesso con le forze del vecchio regime. È quel che i sudanesi chiamano «atterraggio morbido» della loro rivoluzione e che per gli uni si declina nella prosecuzione del viaggio, per gli altri invece in atterraggio d’emergenza. Dall’accordo del 17 luglio 2019 tra l’Alc e i militari, che ha istituzionalizzato una dualità di potere tra le forze armate e il movimento popolare, la «rivoluzione di dicembre» si trova al bivio tra tre scenari.

Questo accordo ha inoltre scatenato il dissenso delle file dell’opposizione tra i partiti liberali e riformisti dell’Alc e il Partito comunista che, sensibile alla pressione radicale esercitata dai giovani membri, ne ha preso le distanze. Al-Shafi Khodr Said, ex membro eminente della direzione del Partito comunista espulso nel 2016 per insubordinazione, è abbastanza ottimista, ma non troppo, sul successo del processo in corso. È considerato l’eminenza grigia del primo ministro del gabinetto di transizione, Abdalla Hamdok, ex- segretario esecutivo aggiunto della Commissione economica per l’Africa (CeA) delle Nazioni unite ed egli stesso ex membro del Partito comunista.

Il futuro del processo rivoluzionario sudanese ruota attorno a due questioni chiave: quella della politica economica e quella del trasferimento del potere ai civili. Al pari dei poteri emersi dalla «primavera araba» in Tunisia e in Egitto, finora il governo di transizione ha tentato di conformarsi ai principi neoliberisti che hanno provocato la caduta di Omar al-Bashir. Ibrahim Elbadawi, ministro dell’economia e delle finanze, a lungo economista alla Banca mondiale prima di assumere incarichi direttivi nei centri di ricerca di Dubai e del Cairo, nel dicembre scorso aveva annunciato la graduale cancellazione dei contributi al prezzo del carburante nel corso del 2020. Di fronte alle proteste popolari, l’Alc ha ottenuto la sua marcia indietro. Ha inoltre dovuto rassicurare la popolazione sulla proroga di altri aiuti, come quello del prezzo del pane.

La situazione economica peggiora a vista d’occhio: l’inflazione galoppante, una moneta nazionale che al mercato nero è dimezzata rispetto al valore ufficiale, un tasso di disoccupazione giovanile che si attesta sul 30%, senza contare quanti, numerosissimi, cercano sostentamento nel settore informale o nelle attività precarie (anche il Sudan è colpito dall’uberizzazione) tutti elementi che sono inevitabilmente aggravati dalla pandemia in corso, all’origine della paralisi del paese come del resto del mondo. Anche se il governo di transizione ha reagito rapidamente e in maniera energica alla diffusione del coronavirus, si prevede un forte rallentamento economico.

Come in Tunisia e in Egitto, il governo sudanese sembra cercare la salvezza nella manna dei paesi ricchi e nella benevolenza dei diversi pilastri dell’ordine economico mondiale con sede a Washington. La speranza del ripristino dell’aiuto statunitense è il motivo addotto dal generale Abdel-Fattah al-Burhan – capo del Consiglio militare di transizione (Cmt) e attuale presidente del Consiglio di sovranità (Cs) – per giustificare il suo incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in Uganda nel febbraio scorso. Questo colloquio ha scatenato severe condanne in Sudan. Prima che la crisi sanitaria mondiale ribaltasse drasticamente la situazione, la prospettiva di un aiuto economico internazionale era legata a doppio filo alla radicalità sociale del movimento sudanese. In questa fase è impossibile prevedere come questa radicalità sopravvivrà alla pandemia, che ha causato l’interruzione delle azioni di protesta su scala planetaria, da Hong Kong al Cile, passando per l’Algeria e la Francia.

Oltre all’economia, un altro problema, ancora più arduo, ipoteca il futuro del compromesso in vigore in Sudan: quello dei militari. Le forze liberali e riformiste sono strette nella morsa della base radicale che esige il completo trasferimento del potere ai civili, compreso il controllo delle forze armate da parte delle istituzioni elettive e l’attaccamento dei militari alla propria autonomia, o meglio al controllo a lungo esercitato sulle istituzioni civili. Sadek al-Mahdi ritiene di poter conciliare questi due poli opposti scaglionando la transizione sul lungo periodo. Questo capo religioso e politico di 85 anni, sofisticata personalità di grande cultura (laureato all’università di Oxford), lascia di stucco per la sua forma fisica e intellettuale. Principale sostenitore dell’«atterraggio morbido», crede alle soluzioni intermedie nei campi più diversi. È così che, sulla questione della laicità, concepisce una coesistenza tra la Sharia e uno status personale civile facoltativo. Ma essere conciliante sulla questione delle forze armate è come scommettere sulle loro buone intenzioni …

Molti basano questa scommessa sulla presunta divisione tra le forze regolari rappresentate dal generale al Burhan e le forze di supporto rapido, paramilitari, coinvolte nel genocidio in Darfur e diventate una componente a tutti gli effetti delle forze armate, dirette dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto «Hmedeti», vicepresidente del Cmt e del Cs. Il tentativo di uccidere Hamdok il 9 marzo scorso, come l’ammutinamento a gennaio di una parte delle forze di sicurezza nostalgiche del vecchio regime, hanno ricordato la diversità delle forze controrivoluzionarie locali, che non si limitano solo alle due fazioni delle forze armate sostenute dalla Tripla alleanza reazionaria regionale – regno saudita, Emirati arabi uniti ed Egitto.

Ora, i rivoluzionari non hanno avviato un’azione politica organizzata diretta alla base delle forze armate. Eppure, la fraternizzazione dei militari con il movimento popolare aveva costituito un elemento decisivo per la decisione del loro comando di sbarazzarsi di al-Bashir e di rinunciare a portare avanti la repressione, nel giugno scorso. Tuttavia, il caos politico attorno alle forze armate diffusosi all’inizio della rivolta, recentemente si è di nuovo manifestato con forza. A febbraio, il pensionamento forzato di giovani ufficiali che avevano rifiutato di usare la forza contro il movimento popolare -il più eclatante è quello del tenente Muhammad Sidiq Ibrahim, diventato eroe popolare- ha scatenato un’immensa ondata di proteste, sfociata in scontri aperti con le forze di repressione. Il comando militare ha dovuto tornare sui propri passi e reintegrare gli ufficiali.

Il maggiore asso nella manica del campo rivoluzionario in Sudan è la sua grande determinazione. Kacha Abdel Salam, capo dell’Organizzazione delle famiglie dei martiri, il cui figlio è stato ucciso all’inizio della rivolta, quando gli facciamo notare che i militari non esiteranno a uccidere per difendere i propri privilegi, lo spiega meglio di chiunque altro: «Sono pronti a uccidere, ma noi, siamo pronti a morire».

Gilbert Achcar

* Professore alla Scuola di studi orientali e africani (Soas) dell’università di Londra, autore, in particolare di Morbid symptoms. Relapse in the Arab uprising, Saqi Boos, Londra, 2016

NOTE

(1) Grazie a Anwar Awad, Mustafa Khamis, Khadija El-Dewehi, Mohammed Abd-El-Gyom et Talal Afifi, a cui deve molto questo reportage, effettuato a febbraio. Sono riconoscente anche a molte altre persone incontrate, non tutte citate nel testo.

(2) Si legga Alain Gresh, «Le Soudan après la dictature», Le Monde diplomatique, ottobre 1985.

(3) Si legga «Il testimone della “primavera araba” passa a Sudan e Algeria?», Le Monde diplomatique/ il manifesto, giugno 2019.

(4) Cfr. Aidan Lewis, «Revolutionary squads guard Sudan’s bakeries to battle corruption», Reuters, 19 febbraio 2020.

Tratto da: ilmanifesto-lemondediplomatique

(Traduzione di Alice Campetti)