Ascoltando alcuni dei commenti più diffusi alla liberazione di Silvia Romano mi è parso che anche diverse persone pur non direttamente influenzate dalle campagne di odio xenofobo e islamofobo di “Libero” e di altri seminatori di veleno, non riescono a capire la conversione all’Islam di questa ragazza ricordata con affetto e stima anche dal suo parroco. Eppure mi pare che ci sia una spiegazione semplice su cui pochi si soffermano: Silvia ha insistito sull’assenza di coercizioni, e su questo forse mentiva, ma ha detto la verità quando ha spiegato che è stata colpita dalla lettura del Corano, che non conosceva e su cui aveva cominciato a studiare l’arabo durante la lunga prigionia. È un’ammissione interessante di una colpa non sua ma di chi l’ha mandata senza alcuna preparazione culturale in un paese in cui esiste una minoranza islamica e in particolare in una zona dai confini non ben definiti con un paese come la Somalia, la cui popolazione è islamica al 99%. 

Capisco il suo disorientamento, che mi ricorda quello che quasi in ogni anno di insegnamento provocavo intenzionalmente appena mi accorgevo dell’affiorare di pregiudizi antislamici tra gli studenti. Spesso rispondevo portando in classe un Corano e una Bibbia, da cui leggevo brani che facevano saltare ogni lettura manichea, perché in alcuni passi dell’Antico Testamento c’erano le tracce di una religione feroce con i nemici, e nel Corano ci sono anche versetti che rivelavano il rispetto verso le altre “religioni del libro” e i loro “profeti”. Il mio scopo ovviamente non era quello di capovolgere i giudizi iniziali, ma di abituare a una visione storica e materialistica di due religioni formatesi in epoche diverse che avevano lasciato tracce ben visibili nei rispettivi testi sacri. Era una battaglia difficile in un paese come il nostro in cui i pregiudizi antislamici si erano sedimentati nei secoli, nascondendo tutto quel che dovevamo a quella cultura: si pensi all’immagine dantesca di Maometto conficcato nel punto più profondo dell’inferno. 

Che strumenti aveva la ragazzina del Casoretto per non essere tentata dai messaggi del Corano che consolavano la sua prigionia e che erano tanto diversi da quel che aveva saputo fino a quel momento in tutti i suoi studi secondari o anche universitari? E che formazione culturale poteva aver ricevuto nelle conversazioni nella ong “Africa Milele” in cui era capitata quasi per caso, e che l’aveva mandata senza preparazione in un continente in ebollizione? D’altra parte come si poteva formare intrattenendo bimbi in un villaggio a mezza strada tra il lusso di Malindi e la miseria della Somalia? Quel poco che sapeva dell’Islam non corrispondeva all’esperienza che stava facendo, e soprattutto a quanto scopriva, decifrando l’arabo, leggendo il Corano per la prima volta. 

Le conversioni da una religione all’altra sono molto frequenti e spesso rappresentano un passaggio dall’indifferenza alla scoperta della religiosità più che un cambio di confessione. E credo che questo processo, in genere spontaneo e lontanissimo da quello che ha conquistato Silvia-Aisha durante la detenzione nelle boscaglie somale, sia facilitato dalla rozzezza del giudizio prevalente tra di noi sull’Islam in generale e sulle formazioni politiche sorte al suo interno dopo la sconfitta del panarabismo e la quasi sparizione delle tendenze radicali di ispirazione marxista.

I vari raggruppamenti della galassia jihadista ottengono consensi in diversi paesi non solo per l’efficacia e la ferocia con cui combattono governi impopolari, ma anche grazie a reti assistenziali e di beneficenza che non risolvono i problemi ma occupano spazi lasciati vuoti. La ferocia nelle forme di lotta (in occidente esecratissima) è in genere perdonata nelle zone di conflitto, perché non è un’esclusiva loro, ma pratica diffusissima esercitata da molti corpi speciali, appena lontani dalle metropoli.

La scelta ingenua di Silvia forse sarà rimessa in discussione se saprà ascoltare le voci di quelle donne somale da decenni in lotta contro l’imposizione di quel mantello verde di cui lei ora è tanto orgogliosa, e del cui significato non sapeva niente. Perdoniamola per la sua ignoranza, ma cacciamo a pedate dall’abbeveratoio dei fondi per la cooperazione quella ong “Africa Milele” che l’ha mandata allo sbaraglio. 

E questo non è un caso isolato. Mi appoggio a un parere di un’esperta missionaria, Elena Balatti, che in una rubrica fissa su “Nigrizia”, il bel mensile dei comboniani, denunciava appena un mese fa lo sfruttamento della situazione umanitaria nel Sud Sudan da parte sia delle ong, sia delle varie agenzie ONU. “Non vorrei sembrare troppo critica, ma la ricaduta in termini di benefici diretti alla popolazione destinataria degli interventi umanitari fa pensare a volte alle briciole date al Lazzaro del vangelo”. 

E per essere più precisa denuncia che le spese per il personale di una ong possono arrivare a più dell’80% del budget, o che l’istruttore di un gruppo di donne per un’attività di microcredito percepisce 2.000 dollari contro 1.500 destinati alle donne “beneficate”. Invece di infierire sulla povera Silvia Romano, è ora di indagare su questo settore parassitario, a partire da come assicurava formazione e sicurezza ai suoi “volontari”. Di vere e serie ong italiane in Africa ce ne sono poche, a parte l’ottima Emergency, e si riconoscono prima di tutto dal rifiuto di mendicare aiuti governativi. Forse questa vicenda servirà a qualcosa…

(a.m.)