Di Giovanni De Simone

Sento che alcuni virologi sostengono che il virus può aver “ridotto la sua capacità infettante”. Saremmo tutti molto sollevati, specie se questi illustri colleghi ci dicessero dove hanno spiegato e su quali giornali scientifici hanno pubblicato un risultato di questa rilevanza, come d’altra parte chiede chiunque sia abituato a parlare attraverso pubblicazioni scientifiche passate al vaglio di esperti. La medicina a volte è fatta di compartimenti stagni in cui ognuno guarda il proprio orticello senza dare un’occhiata agli orticelli degli altri. E poi, si sa, la carne è debole, per cui un salotto di Vespa può essere più attrattivo e certamente molto più facile dal punto di vista interlocutorio, di un lavoro pubblicato su Nature.

OGNUNO AL SUO POSTO

Chiariamoci. Il virologo si occupa della biologia e della genetica molecolare del virus, della classificazione, della sua capacità mutagena, del modo con cui entra nelle cellule, dei processi che usa per colonizzarle e per riprodursi. Della capacità di diffusione del virus ha conoscenza, il più delle volte, elementare. Quello è mestiere dell’epidemiologo, che è uno strano tipo di operatore sanitario, a cavallo tra medicina, matematica e fisica. Il tanto, giustamente celebrato Alessandro Vespignani, è un fisico, non un medico, per dire.
Lui ha portato dentro l’epidemiologia delle malattie trasmissibili, metodi di analisi e modelli di predizione a cui un medico non sarebbe mai arrivato. E i medici allora?
Il medico deve capire come nasce ed evolve la malattia, intuirne gli stadi, capire sulla base dell’osservazione clinica quali sono gli elementi che possono sfuggire dal controllo, identificare gli strumenti migliori per curare e, se non ce ne sono, spingere la ricerca nella direzione giusta. Ci servono tutti. Non ci servono i tuttologi e ci serve moltissimo che si ripristini l’uso di tre paroline fondamentali: non lo so. Un vecchio adagio recita: meglio tacere e lasciar pensare di essere stupidi, che parlare e levare ogni dubbio.

L’EPIDEMIA RALLENTA

Ammesso e non concesso che l’epidemia stia rallentando nelle regioni a massima concentrazione di mortalità e senza escludere modifiche nell’equilibrio tra i ceppi i SARS-CoV2 che circolano in Italia (da dimostrare), non è che per caso ci si possa attendere la riduzione del numero di ricoveri in ospedale per fattori che non c’entrano niente con la capacità infettante del virus (che noi chiamiamo “virulenza”)?

Può l’apparente attenuazione dell’epidemia (documentato principalmente dalla riduzione dei ricoveri in ospedale: http://www.laprimapietra.eu/covid-19-e-fase-2-la-lombardia-non-e-lintero-paese/?fbclid=IwAR0QOV4AjzzMJxtx83HohQypGMoWdsqY-DEDhCK0Dx1FyMETSyypgeeUD1M) nelle zone a massima concentrazione del contagio (Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna) essere dovuta ESCLUSIVAMENTE al lock-down? No che non lo può.

Un virus si diffonde e causa malattia in relazione alla suscettibilità all’infezione di una popolazione. La suscettibilità dipende da molti fattori, inclusi alcuni genetici: è un classico esempio di interazione gene-ambiente. In una popolazione non immunizzata ci sono persone che muoiono, quelle che si ammalano gravemente, quelle che si ammalano leggermente, quelle che non si ammalano proprio e probabilmente anche quelle che non si infettano, sulla base della suscettibilità individuale. Cosa fa il povero virus affamato? Va a mangiare i deboli, quelli più suscettibili, fino ad esaurimento, poi passa a quelli un po’ meno deboli, che naturalmente muoiono di meno (e vanno di meno in ospedale), e poi a quelli forti che si prendono un raffreddore di due giorni e pensano che sia normale nel cambiamento di stagione (e nessuno immagina che sia sempre lui, SARS-CoV2).

Quindi, qualunque epidemia è destinata ad esaurirsi per questo meccanismo, altrimenti peste e vaiolo, per non dire di Ebola e Marburg, sarebbero stati eventi di livello estintivo. La capacità infettante c’entra poco. Quella ci sta sempre. Non ci stanno più le persone che si infettano facilmente, perché sono già morte o sono guarite e sono (speriamo) immunizzate.

Ma allora qual è il problema? Il problema è che con il lock-down noi abbiamo sottratto al virus una grande quantità di “cibo”, rappresentato da una consistente fetta di popolazione suscettibile, che senza il lock down si sarebbe infettata ed avrebbe sviluppato malattia severa, e che, però, nel frattempo, è rimasta suscettibile. Se il lock-down si sbraca, con il virus ancora molto presente nella parte di popolazione meno suscettibile o persino resistente, l’epidemia riprenderà perché esporrà di nuovo a rischio la parte più suscettibile della popolazione, finora protetta dalla severità del lock-down. E, ripeto, il problema non è tanto nel rischio assoluto di mortalità che è, continuo a pensare, basso od almeno non elevato, ma nel nefasto incrocio tra altissima capacità di contagio e saturazione della capacità di gestione ospedaliera, che può ancora mandare in tilt il sistema sanitario e, quindi, potenziare la letalità del virus, con conseguenze catastrofiche anche sulle altre patologie, conseguenze già purtroppo viste. Con effetti che pagheremo salato nei prossimi 10 anni, quando, per esempio, molti di quelli che sono rimasti a casa con un infarto o sono arrivati tardi sul tavolo di emodinamica per essere efficacemente rivascolarizzati svilupperanno scompenso cardiaco. (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/05/09/coronavirus-lo-studio-dei-cardiologi-a-marzo-e-triplicata-la-mortalita-per-infarto-tra-ritardi-mancanza-di-cure-e-paura-del-contagio/5796466/?fbclid=IwAR3eQtLRFVZHR6xaL_vq6QcCE4uXx40BD971b3XI4PkvhXM7RslIOzvSCoU).

CI CONVIENE PROTEGGERE I FRAGILI?

Quella parte di popolazione ancora suscettibile e maggiormente protetta dal lock-down è in sostanza costituita da persone anziane e fragili. Parliamoci chiaro: la perdita di queste persone non solo non costituisce un grosso problema demografico, ma persino può essere considerata evolutivamente vantaggiosa, perché si risparmiano un sacco di soldi. Soldi per assistenza e per previdenza. Questa è l’idea che hanno messo in campo, più o meno silenziosamente, UK, USA e Svezia (vedi figura). Ma forse anche la Lombardia Leghista, tra un rosario e l’altro.

Curve epidemiche in paesi che hanno attuato un distanziamento sociale efficace (verde e giallo) e quelli che non lo hanno fatto (rosso)

Questa è l’idea dell’immunità di gregge senza un vaccino. Io sono pronto, da scienziato laico ed agnostico, ad accettare una soluzione finale di questo tipo, malgrado i miei 71 anni suonati. Però bisogna essere chiari e dire che è questo che stanno cercando, perché il mondo che abbiamo (hanno) costruito antepone produzione, profitto e mercato ai diritti, un tempo inalienabili, dell’individuo. Lo dicano chiaro, senza invocare surrettiziamente la improvvisa bontà del virus. Riduciamo la spesa sanitaria, risparmiamo i soldi dell’INPS ed andiamo avanti per le generazioni future. Può essere una soluzione conveniente per molti, anche se non per quelle coppie di giovani che riescono a sopravvivere ed a crearsi una famiglia grazie a parte della pensione dei genitori.

Una cosa però deve essere chiara. Questa scelta rinnega le nostre origini storico-culturali, e segna lo scontro tra cultura umanistica e calvinismo estremo, riportando alla mente ben altre soluzioni finali. E quindi si smetta di evocare il Crocifisso e la nostra cristianità. Perché di quei princìpi ormai non sta rimanendo più niente.

Image by Pete Linforth from Pixabay

Da laprimapietra.eu