Il governo è schiacciato sulle esigenze di Confindustria mentre viene dimenticata la scuola e le conseguenze sui genitori costretti a tornare a lavorare. Occorre imparare dal femminismo e mobilitarsi, perché non esiste produzione senza riproduzione sociale

«Andare, camminare, lavorare…. e niente sciopero, banda di contagiabili… andare camminare, lavorare… i bambini nell’armadio chiusi a chiave… lavorare! lavorare!».

Vengo da una famiglia di classe operaia che aveva una fiducia enorme nella scuola. Sia io che mia sorella ci siamo laureati. Studiavamo sull’onda lunga della democratizzazione della scuola. C’erano borse di studio e le tasse universitarie per i figli dei lavoratori erano basse. La base della fiducia nella scuola era la possibilità di una mobilità se non sociale almeno culturale verso l’alto. E soprattutto le certezze sui diritti lavorativi di mio padre. Assieme alla volontà di aprire percorsi di partecipazione per quelli che erano stati esclusi da generazioni dal mondo dell’istruzione. 

Adesso mia sorella che fa l’insegnante alla scuola per l’infanzia vede mamme che non riescono a venire a prendere i bambini in orario perché all’ultimo momento si trovano imposta un’ora di straordinario. E se rifiuti, non ti rinnovano il contratto. Ma se non arrivi in tempo, rischi di sentirti dire che la scuola non è un parcheggio. E gli schiaffi fanno male, sull’una e sull’altra guancia. 

Quello che più mi preoccupa, è che le priorità del governo sono schiacciate sulla ripartenza della produzione, mentre sembra che non ci sia nessun piano non dico per riaprire le scuole ma neanche per far fronte alle conseguenze che questa chiusura ha creato. Il dibattito per giorni è stato avvilente, con la contrapposizione tra insegnanti e genitori e le accuse di considerare la scuola «un parcheggio», un errore disastroso che riflette anche l’incapacità di comprendere le difficoltà delle famiglie lavoratrici.

Se chi sta in fondo alla catena alimentare dell’economia oggi torna a pensare alla scuola come un parcheggio, è perché l’economia pensa ai lavoratori come macchine parcheggiate in attesa di essere accese e spente a contratti rinnovabili, progettati non sui tempi della vita o della cura ma del profitto. E i figli dei lavoratori finiscono per rimanere parcheggiati non perché la scuola sia davvero un parcheggio, ma perché la società li chiama solo per andare a fare i lavori meno qualificati in un mondo in cui non c’è mobilità né riscatto sociale.

È triste e servono nuovi intellettuali – in senso gramsciano, come  espressione della nuova classe lavoratrice – che possano formarsi e prendere la parola per cambiare tutto questo. E solo la scuola potrà formarli. Ma oggi, dopo alcune settimane di pandemia, ci ritroviamo con il diritto all’istruzione a brandelli. E dal ministero non arrivano certezze su come si intende restituire concretezza a questo diritto. Così, purtroppo, sembra che la scuola costituisca per molti lavoratori che non hanno welfare familiare e capitale culturale solo un modo per rendersi disponibili sul mercato del lavoro (o per dirla altrimenti, per farsi sfruttare, o ancora, per poter fornire un tetto e qualcosa da mettere sul tavolo ai propri figli). 

Bisognerebbe invece ripensare in maniera più strutturata e socialmente responsabile la cura e la riproduzione sociale. Senza mercificarla in voucher. Dovrebbe essere una questione che interessa la società e non solo le famiglie obbligate a mantenersi attraverso due salari. Invece non è così. Per chi non ha la colf, la scuola è l’unico sostegno. Ovviamente anche le famiglie lavoratrici sperano che i bambini a scuola non vadano solo a liberare il tempo dei genitori, che lo occupano poi nel lavoro. Ma questa è la situazione di oggi. Per molti, la scuola è l’unico modo per poter andare a lavoro. Se siamo messi così, di sicuro c’è qualcosa che non va. Ma non prenderne atto accusando i genitori più poveri di ignoranza, significa imbellettare la realtà, demonizzare i poveri e alimentare la superiorità etica delle classi benestanti. Certo, la chiusura delle scuole non è un problema per chi può rovesciare il lavoro di cura su altre persone (di solito, guarda caso, donne e straniere di basso reddito). Ma per le persone costrette a vivere per lavorare, solo la scuola permette di andare, camminare, farsi sfruttare. Dovremmo pensare a come uscire da questa trappola, a come rilanciare la scuola come servizio pubblico, sociale e culturale e a come socializzare la cura senza mercificarla, senza rovesciarla su persone più ricattabili. Serve capacità di guardare alto e pensare su vasta scala, perché questo i nostri tempi ci impongono. L’ora delle ricettine neoliberiste prêt-à-porter è finita.

Il governo sembra non avere un disegno, sta improvvisando in maniera catastrofica, mettendo a luce tic reazionari («assembramenti», «congiunti» e tutto il lessico del codice Rocco). La classe dirigente del paese non sarebbe in grado di amministrare un condominio. È l’amara verità. Però quelli da colpire col sarcasmo sono i poveri, che di certe politiche sono le prime vittime.

Quando ci chiedono di sventolare il tricolore e di voler bene all’Italia, è perché non sanno come fare per coordinare la solidarietà sociale, per garantire il punto di incontro tra il diritto alla salute e quello al reddito e alla socialità. Soffiano sul fuoco per dividere i lavoratori, non trovando misure per accontentare tutti. Come col bonus da 600 euro, bisogna arrancare per mordere lo scarno osso. Insegnanti contro genitori. Accuse di pensare alla scuola come un parcheggio da un lato, accuse di privilegi dall’altro, con la palla che rimbalza senza mai entrare nel campo avversario, dove potrebbe fare davvero male. Dove si trovano invece a loro agio molti dei membri della tanto citata task force guidata dall’ex manager di Vodafone Vittorio Colao, da cui abbiamo ricevuto notizie su app traccianti e nessun progetto per la riorganizzazione dei trasporti scolastici o della messa in sicurezza degli edifici in cui si realizza la didattica. Evidentemente le priorità erano altre.

Così adesso se non abbiamo pane, ci dicono di mangiare brioche. Non c’è la scuola in classe? Avrete la didattica on line. Ovviamente su piattaforme private che arricchiscono il capitalismo digitale facendo lavorare gli insegnanti il doppio, e facendo lavorare i genitori che tengono i bambini in braccio davanti alle webcam di WeSchool, di Teams, di Classroom. 

Oltre a questo, nient’altro se non l’asfittica retorica patriottarda sull’Italia e sul «ce la faremo». Nessuna parola però sulle donne che rischiano di rimanere confinate nel lavoro domestico non pagato, nessuna parola sulle persone vulnerabili come i disabili. Andare, camminare e lavorare. Per il resto, vedetevela voi. Non c’è alcuna visione, alcun programma, alcuna capacità di dirigere. Ci si affida al «buon senso» e in alternativa alla repressione.

Anni di politiche di tagli (all’istruzione scolastica, al diritto di andare in pensione quando non si è vecchi, ai trasporti pubblici, al personale docente) fanno da brodo di cultura del Coronavirus e producono effetti ancora più perniciosi. E quelli che governano, che di questi tagli sono stati alfieri, adesso li usano come alibi per spiegare la loro incapacità di agire. Le scuole sono poco sicure, perché strette, con docenti anziani e affollate. Di grazia, ma perché sono strette, affollate e con docenti anziani? Dal governo usano un problema – di cui come classe dirigente, indipendentemente dalla frazione politica, sono responsabili – come alibi per non saperne risolvere un altro.

Perché non possono agire, non possono cambiare strada. Hanno il pilota automatico impostato su logiche di estrazione di profitto. Perché considerano giusti i tagli fatti alle scuole, al welfare, al mondo del lavoro, all’edilizia pubblica, alle misure di sostegno sociale e psicologico. Non è colpa loro se i trasporti pubblici sono ingolfati. È colpa dei ragazzi che sono giovani, sono troppo turbolenti, non si fanno distanziare. Dopo aver demonizzato i poveri, demonizzano anche i giovani, l’importante è che non sia colpa loro, dei loro tagli, della loro miopia. Sono classi dirigenti che non sanno dirigere. Che sperano nel lasciar fare. La scuola riaprirà a settembre. E se ci sarà un nuovo picco con l’arrivo dell’autunno? Richiuderemo tutto. Poi si vedrà. Nessuna capacità di fissare lo sguardo sull’orizzonte, di tradurre concretamente lo sventolìo dei diritti e delle bandiere. Nessuna lungimiranza.

Quello che serve invece è la solidarietà, il conflitto e la disobbedienza civile. Dobbiamo protestare in forme sicure per chiedere un reddito sociale, almeno per tutto il tempo della quarantena. E bisogna lottare per dare risposte ai bambini e agli adolescenti. Se non penseremo per tempo a classi di 10-12 ragazzi, lezioni da tenere all’aperto, orari diversi, modalità di ingresso scolastico che eliminino i capannelli di genitori nei pressi delle strutture, non ci sarà nessuna riapertura nemmeno a settembre. Ovviamente ci vorrà una campagna di assunzioni senza precedenti. Se poi non si è in grado di riaprire le scuole in sicurezza, allora si deve pensare che la sicurezza non ci sia nemmeno nel mondo delle imprese. Ad ogni modo, fino a quando le scuole saranno chiuse, bisognerà prevedere riduzioni dell’orario di lavoro a parità di salario, per permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di avere più tempo per la cura dei proprio figli, oltre al blocco delle produzioni non essenziali. Perché – ed è un principio di base del pensiero critico delle teorie femministe – non può esistere la produzione senza la riproduzione sociale. È l’unico modo per far lavorare migliaia di persone (perlopiù donne), che altrimenti saranno costrette a licenziarsi.

Il voucher babysitter non è una risposta: non basta ed è pericoloso. Non basta perché rinchiude i bambini nello spazio domestico, privandoli di socialità con i loro pari (questo sì, è un parcheggio). È pericoloso, perché invece di mandare in uno spazio pubblico, da progettare secondo certi criteri di sicurezza, 30 bambini in una classe con 2 adulti (o 12 in una classe con 2 adulti, come si dovrebbe fare), con i voucher babysitting si finisce per mandare 30 babysitter private in 30 case, in uno spazio domestico privo di norme di distanziamento. O peggio ancora, si finirà per mandare 30 bambini di nascosto nelle case di 60 nonni. Approssimazione, incapacità di una visione, subalternità alle richieste produttiviste della classe dirigente. Lo stato del paese in questi giorni tristi.

Il punto più basso è stata la conferenza stampa di Giuseppe Conte sulla cosiddetta «Fase 2». Non una singola parola sulla scuola. Non una sola parola sulle donne, sul lavoro di cura in circostanze tanto dure. Dovremmo seppellirli sotto tonnellate di libri di Silvia Federici. Forse gli spin doctor di Conte capirebbero qualcosa su come funziona la riproduzione sociale. È stata una giornalista a dovergli sottoporre il problema. Conte nella sua risposta ha messo il diritto alla salute in contraddizione col diritto all’istruzione, citando il caso degli insegnanti anziani a giustificazione della chiusura delle scuole. Ha di nuovo usato un problema (creato da anni di mancate assunzioni e di estensione degli anni da maturare per il pensionamento) come alibi per non risolverne un altro. Per vedere il problema preso in considerazione abbiamo dovuto attendere la comunicazione al parlamento del 30 aprile in cui ha finalmente detto che sono allo studio misure sperimentali a sostegno delle famiglie con bambini. Forse Conte conosce bene il caso di Taranto, dove si è cercato di soffiare sulla guerra tra poveri mettendo gli operai contro i cittadini, sulla base del conflitto tra pane e salute. Genitori e insegnanti non devono cadere in questa trappola, non devono farsi dividere. Piuttosto, devono pretendere  dalla ministra Lucia Azzolina un programma certo e trasparente, di cui rendere conto al paese in maniera pubblica, per restituire istruzione e socialità agli studenti, allargando il corpo di nuovi insegnanti nell’ordine delle decine di migliaia. 

Per ottenerlo, non basteranno le nostre lamentele sui social network. Occorre imparare dall’esperienza degli scioperi della cura del movimento femminista di questi anni, che infatti nell’appello per questo Primo maggio sostiene che «durante la pandemia e nei prossimi mesi il processo di insubordinazione alimentato dallo sciopero femminista deve convertire il nostro lavoro riproduttivo in un campo di lotta per contestare la divisione sessuale e razzista del lavoro e per esigere la socializzazione del lavoro di cura». Serve una mobilitazione  in solidarietà tra genitori/lavoratori e insegnanti, che le passioni tristi degli ultimi giorni hanno diviso. Fondamentale sarà il ruolo dei genitori, perché con la Dad non lavorano solo gli insegnanti, lavorano anche i genitori che aiutano i bambini, almeno nella scuola dell’infanzia. Genitori che già rischiano di perdere il lavoro e che saranno presto costretti a scegliere tra prendersi cura dei figli o andare a lavoro. Col rischio che le donne siano quelle più ricattabili, anche emotivamente, anche purtroppo dai figli, che sono così abituati a dire «mamma» quando, come succede troppo spesso in questi giorni, piangono.

Ma i veri protagonisti della mobilitazione devono essere i bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi. Che più di tutti hanno patito queste settimane di distanziamento dal diritto all’istruzione. Uniamo le lotte per la salute e l’istruzione che il governo vuole dividere. È arrivato il momento di tornare a chiedere il pane e le rose.

*Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, è autore di 108 metri. The new working class hero (Laterza), PCSP (Alegre Quinto Tipo) e Amianto. Una storia operaia (Alegre). Per Alegre dirige la collana di narrativa Working Class.

Da Jacobin Italia