di Fabrizio Burattini

In una conferenza stampa improntata al paternalismo, il presidente Giuseppe Conte ci ha comunicato che cosa “ci permette” di fare a partire dal prossimo lunedì 4 maggio, giorno di passaggio alla fase 2.

Il premier da qualche giorno si presenta particolarmente pimpante. Ci ha già comunicato il “grande risultato”, la “vittoria” riportata nel consiglio europeo del 23 aprile, quando i governi del nord sono stati ricacciati nelle valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza. Noi abbiamo già ampiamente e dettagliatamente spiegato come nulla nelle conclusioni della riunione dei capi di governo della UE possa giustificare il trionfalismo di Conte, secondo cui, al contrario, la risposta dell’Europa alla pandemia sarebbe stata “solidale, rapida e coraggiosa”. Chiunque può constatare che quella risposta, ben simboleggiata dallo scontro mai sopito tra “falchi del Nord” e “colombe” del Mediterraneo, è stata improntata al peggior egoismo nazionalista, alla pratica del rinvio (le decisioni complessive finali ancora oggi non ci sono e, a tre mesi dal palesarsi dell’epidemia, sono di nuovo rinviate alle prossime settimane), e tutt’altro che coraggiose.

Così Conte, con un volto e un tono per niente convinto, probabilmente con nelle orecchie ancora le riserve e i timori dei suoi consulenti sanitari, molti dei quali avevano pubblicamente manifestato la loro contrarietà alla riapertura generalizzata delle attività produttive, ha avvertito: “Sappiamo che la curva del contagio potrà risalire e perfino andare fuori controllo”. Si tratta, ha detto, di un “rischio calcolato”.

Conte, nella conferenza stampa e poi nel testo del DPCM, ci ha detto che cosa “ci consente” di fare: si potrà andare a passeggiare e a correre nei parchi e fare visita a familiari e congiunti. Successivamente, ci ha chiarito che si potrà anche fare visita ai fidanzati (che, con tutta evidenza, non sono, perlomeno ancora, né congiunti né parenti). Dunque, le frequentazioni sociali che Conte ci permetterebbe di fare, anche se mantenendo la distanza di un metro e la mascherina, si limitano alla famiglia legittima o, al massimo, a quella in procinto di diventarlo. Dunque niente amiche o amici, niente “affini” nel senso più genuino del termine, persone con cui ci piace stare, vedere, ascoltare, parlare.

Il famoso Comitato tecnico-scientifico che assiste il governo per le sue scelte in materia sanitaria, probabilmente fiaccato dall’aver dovuto cedere sul rimettere in attività milioni di operaie/i e di impiegate/i, si è sfogato nel continuare a proibire le cerimonie religiose (messe, ma anche naturalmente preghiere collettive degli altri culti), consentendo solo funerali con al massimo 15 partecipanti, rigorosamente selezionati tra i “familiari più stretti”.

Almeno le messe hanno avuto l’onore di un esplicito divieto. Neanche una parola, totale silenzio su un altro per noi ben più pregnante diritto civile, sociale e democratico, quello di riunirsi (senza assembramenti) e di manifestare. Le sanzioni elevate nei giorni scorsi contro coloro che hanno osato raccogliersi in strada, pur osservando rigorosamente le distanze e le altre norme di cautela, in varie città per commemorare la Resistenza e la Liberazione, ci ricordano che in questo caso, però, non vale il silenzio assenso.

La volontà di fare politica, di fare pratica sociale, di fare attività culturale è insopprimibile. L’aver ripiegato per mesi sulle videoconferenze, sulle “riunioni” via Skype non può diventare la norma. Se è possibile ritrovarsi in fabbrica per produrre merci e profitti, deve essere possibile anche incontrarsi (con tutti gli accorgimenti del caso) anche per discutere, organizzarsi, rivendicare, manifestare.

Niente, neppure sui diritti dei bambini, drasticamente dimenticati in questa terribile stagione. Visto il diverso trattamento, sarebbe da prendere in considerazione la proposta della creazione di una Confinbimbi, perlomeno come lobby di pressione.

Neanche risulta chiaro nulla sul presente e sul futuro della scuola, non solo nel DPCM, ma neanche sul decreto Azzolina sulla chiusura dell’anno scolastico, tutto centrato sul confermare la grottesca “didattica a distanza”, che, al contrario non può essere vista che una zattera su cui tirare a campare per tenere un po’ impegnati (con esiti molto differenziati e comunque incerti) parecchi milioni di bambini e di giovani.

Niente sul tanto atteso piano di rilancio della sanità pubblica, tragicamente urgente, tanto più in tempi di “rischio calcolato di una nuova impennata dei contagi” e di “convivenza con il virus”. Noi non possiamo che riconfermare qui il nostro totale e fermo appoggio al programma delineato dall’associazione Medicina democratica.

Il governo, nella conferenza stampa, ha rivendicato la mole dei provvedimenti di sussidio verso le classi più disagiate (cassintegrati, precari, partite IVA, poveri…), fingendo di non vedere come l’emergenza sanitaria abbia ancora di più scavato le distanze sociali e reddituali. Ma nulla, né nel decreto, né nel Documento di economia e finanza appena messo a punto da ministero guidato da Roberto Gualtieri, leggendo il quale è lecito pensare che grandissima parte dei nuovi 55 miliardi di scostamento di bilancio preannunciati andranno a finire nel pozzo senza fondo degli “aiuti alle imprese”.

Per giustificare le sue scelte il governo sottolinea come, secondo gli studi epidemiologici, circa un quarto dei contagi si sarebbe prodotto “in famiglia”. Ma ci domandiamo, chi porta il contagio all’interno della famiglia quando di quella famiglia escono quotidianamente solo coloro che vanno al lavoro? E dove prende il contagio? E se si produce “in famiglia” un contagio su quattro, dove si producono gli altri tre?

Ma, naturalmente, all’apice delle preoccupazioni del governo c’è stata e c’è la sollecitudine nei confronti delle mai sopite pressioni dei padroni di casa, della Confindustria, che, per chi non l’avesse capito, ha deciso, cambiando il proprio presidente e cambiandolo a furor di voti, di mostrare una faccia ancora più decisa del solito.

Ma il paese deve ripartire, deve “correre” e per ripartire occorre “puntare sulle imprese”, a cui il premier ha promesso un “sostegno poderoso”, anche a fondo perduto. Occorre dunque che il paese “corra il rischio” rimettendo in circolazione circa altri 4 milioni di persone, lavoratrici e lavoratori che torneranno lunedì ad affollare i mezzi pubblici (con quali accorgimenti?), e poi, soprattutto, a operare nei capannoni, sulle linee di montaggio, negli uffici, nei cantieri.

Così, le aziende, quelle poche che non hanno voluto o potuto avvalersi delle larghissime maglie dei DPCM passati, a partire da Lunedì 4 maggio riapriranno. Naturalmente, dice il premier, “dalle aziende ci aspettiamo un rispetto rigoroso delle norme previste dai protocolli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro sottoscritto il 14 marzo e aggiornato il 24 aprile”.

Tralasciando qui ogni considerazione sulle insufficienze, sui limiti, sulle omissioni di quei protocolli (sulle quali abbiamo già detto), ci chiediamo, quale sarà l’impegno del governo, delle “forze dell’ordine”, dei diversi e numerosi organi di controllo su tale atteso rispetto? Quali saranno le sanzioni previste per quelle aziende che trasgrediranno?

E come si vigilerà sul rispetto dello specifico protocollo del 20 marzo sulle norme da prevedere per l’uso dei trasporti pubblici, soprattutto conoscendone la totale genericità (al cruciale problema del trasporto pubblico locale sono dedicate solo 13 righe!)?

Le forze dell’ordine, così solerti finora nel sanzionare chi cammina per strada o addirittura chi passeggia in solitaria in campagna o in spiaggia, così severe da farsi protagoniste di svariati pestaggi di innocenti camminatori abusivi, a nostra notizia non hanno degnato finora di alcun controllo le decine di migliaia di aziende che, avvalendosi della “deroga” consentita dal DPCM del 22 marzo, non hanno mai chiuso la propria attività. E, se non l’hanno fatto nelle settimane scorse quando queste operavano “in deroga”, perché pensiamo che lo faranno dopo la fine del lockdown?

La Confindustria, dopo aver raggiunto il risultato perseguito con settimane e settimane di pressioni esplicite e occulte, esprime insoddisfazione. Ancora troppe sarebbero le limitazioni all’attività industriale e commerciale e, soprattutto, non bastano agli imprenditori i lauti e incontrollati prestiti che le banche sono invitate a concedere alle aziende sotto la copertura della garanzia pubblica. Come d’abitudine, gli industriali, vinta una battaglia, si predispongono già a farne un’altra, per puntare a vincere anche quella, ben sapendo che il presunto arbitro è al loro servizio.

Dunque, dopo l’ubriacatura di queste settimane sul “nulla sarà più come prima” al momento la promessa sembra largamente disattesa. La nuova normalità, al suo primo apparire sembra il ritratto peggiorato della vecchia, fatto di centralità delle imprese, subordinazione di tutto ai profitti, familismo, paternalismo, orgoglio patrio, restrizioni crescenti ai diritti.