La misura della ricchezza non è il lavoro ma la quantità di tempo disponibile al di fuori di esso. La lezione di Marx, dice David Harvey, ci aiuta a comprendere come qui e ora si stiano già tracciando le idee e le pratiche di un mondo nuovo

Scrivo nel mezzo della crisi del Coronavirus a New York City. È un momento complicato per sapere come reagire esattamente di fronte a ciò che sta accadendo. Normalmente in una situazione di questo tipo, noi anticapitalisti saremmo fuori per le strade, a manifestare e mobilitarci.

Invece, mi trovo in una posizione frustrante di isolamento personale, in una fase in cui ci sarebbe bisogno di forme di azione collettiva. Ma come sintetizzò con successo Karl Marx, non siamo noi a scegliere le circostanze in cui fare la storia. Quindi dobbiamo capire come sfruttare al meglio le opportunità a nostra disposizione.

Mi trovo in circostanze relativamente privilegiate. Posso continuare a lavorare, ma da casa. Non ho perso il lavoro e vengo comunque pagato. Tutto ciò che devo fare è nascondermi dal virus.

La mia età e il mio genere mi collocano nella categoria vulnerabile, quindi ogni contatto è sconsigliato. Ciò mi dà un sacco di tempo per riflettere e scrivere, tra una sessione di Zoom e un’altra. Tuttavia, invece di soffermarmi sulle particolarità della situazione qui a New York, ho pensato di offrire alcune riflessioni su possibili alternative e chiedere: in una circostanza del genere cosa pensa un anticapitalista?

Elementi della nuova società

Comincerei con una nota a margine di Marx su ciò che accadde nel movimento rivoluzionario fallito della Comune di Parigi del 1871. Marx scrive:

La classe operaia non si aspettava miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre par décret du peuple. Sa che per mandare a effetto la propria emancipazione, e con essa quella forma più alta cui tende irresistibilmente la società presente attraverso le sue attività economiche, dovrà passare attraverso lunghe lotte, attraverso una serie di processi storici che trasformeranno circostanze e uomini. Essa non ha da realizzare ideali, ma ha da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia società borghese che sta crollando.

Vorrei fare alcuni commenti su questo passaggio. Innanzitutto, ovviamente, Marx era in qualche modo antagonista al pensiero degli utopisti socialisti, molti dei quali vivevano negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta in Francia. Questa era la tradizione di Charles Fourier, Henri de Saint-Simon, Étienne Cabet, Louis Auguste Blanqui, Pierre-Joseph Proudhon e così via.

Marx pensava che i socialisti utopisti fossero dei sognatori e che non avrebbero operato concretamente per trasformare effettivamente le condizioni di lavoro nel qui e ora. Al fine di trasformare le condizioni qui e ora, c’era bisogno di una buona comprensione della natura della società capitalista.

Ma Marx è molto chiaro sul fatto che il progetto rivoluzionario debba concentrarsi sull’autoemancipazione dei lavoratori. Il prefisso «auto» in questa formulazione è importante. Qualsiasi grande progetto per cambiare il mondo richiede anche una trasformazione del sé. Quindi anche i lavoratori dovrebbero cambiare sé stessi. Ciò era molto chiaro a Marx ai tempi della Comune di Parigi.

Tuttavia, Marx osserva anche che il capitale stesso sta effettivamente creando le possibilità della trasformazione, e che attraverso lunghe lotte, sarebbe stato possibile «sprigionare» le coordinate di una nuova società in cui i lavoratori avrebbero potuto emanciparsi dal lavoro alienato. Il compito rivoluzionario era quello di liberare gli elementi di questa nuova società, già esistente nel grembo materno di un vecchio ordine sociale borghese in rovina.

La liberazione potenziale

Ora, siamo d’accordo sul fatto che viviamo in una situazione in cui la vecchia società borghese sta crollando. Chiaramente, la società è gravida anche cose brutte – come il razzismo e la xenofobia – che non mi piacerebbe vedere emergere. Ma Marx non sta dicendo di «liberi tutti e ogni cosa del vecchio e terribile ordine sociale in rovina». Quello che sta dicendo è che dobbiamo selezionare gli aspetti della società borghese che sta crollando che contribuiranno all’emancipazione dei lavoratori e delle classi lavoratrici.

Da qui discende la domanda: quali sono queste possibilità e da dove vengono? Marx non lo spiega nel suo scritto sulla Comune, ma la gran parte del suo precedente lavoro teorico era stato dedicato a divulgare quali possibilità creative c’erano per le classi lavoratrici. Di questo si occupa a lungo nel testo ampio, complesso e incompiuto chiamato Grundrisse, che Marx scrisse negli anni di crisi del 1857-1858.

Alcuni passaggi di quel lavoro fanno luce su ciò che Marx ha poi pensato nella sua difesa della Comune di Parigi. L’idea di «liberare» si riferisce alla comprensione di ciò che stava succedendo all’interno di una società borghese e capitalista. È questo ciò che Marx cercava continuamente di afferrare.

Nei Grundrisse, Marx si sofferma a lungo sulla questione del cambiamento tecnologico e del suo dinamismo correlato al capitalismo. Spiega come la società capitalista, per definizione, sarà pesantemente investita dall’innovazione e fortemente coinvolta nella costruzione di nuove possibilità tecnologiche e organizzative. Ciò accade perché se, come singolo capitalista, sono in concorrenza con altri capitalisti, otterrò un profitto maggiore se la mia tecnologia è superiore a quella dei miei rivali. Pertanto, ogni singolo capitalista ha un incentivo a sperimentare una tecnologia più produttiva rispetto a quelle utilizzate da altre aziende con cui è in competizione.

Per questo motivo, il dinamismo tecnologico è incorporato nel cuore della società capitalista. Marx lo riconobbe dal Manifesto(scritto nel 1848) in poi. Ecco una delle forze principali che spiega il carattere permanentemente rivoluzionario del capitalismo.

Non si accontenterà mai della tecnologia esistente. Cercherà costantemente di migliorarla, perché premierà sempre la persona, l’azienda o la società che ha la tecnologia più avanzata. Lo Stato, la nazione o il blocco di potere che dispone della tecnologia più sofisticata e dinamica guadagnerà la posizione dominante. Quindi il dinamismo tecnologico è incorporato nelle strutture globali del capitalismo. È stato così fin dall’inizio.

Innovazione tecnologica

La prospettiva di Marx da questo punto di vista è illuminante oltre che interessante. Quando immaginiamo il processo di innovazione tecnologica, in genere pensiamo a qualcuno che fa qualcosa e va alla ricerca di un miglioramento tecnologico in qualunque cosa stia facendo. Questo è il dinamismo tecnologico per una particolare fabbrica, un determinato sistema di produzione, una situazione specifica.

Ma accade che molte tecnologie si estendano da una sfera di produzione all’altra. Diventano generiche. Ad esempio, la tecnologia informatica è disponibile per chiunque voglia utilizzarla a qualsiasi fine. Le tecnologie di automazione sono disponibili per ogni tipo di utente e settore.

Marx nota che negli anni Venti, Trenta e Quaranta (dell’Ottocento) in Gran Bretagna, l’invenzione delle nuove tecnologie era già diventata un’attività indipendente e a sé stante. Vale a dire che non era più qualcuno che produceva tessuti o cose del genere a essere interessato alla nuova tecnologia che avrebbe aumentato la produttività del lavoro. Piuttosto, gli imprenditori escogitavano una nuova tecnologia che poteva essere utilizzata ovunque.

Il primo caso di questo tipo ai tempi di Marx era il motore a vapore. Aveva diverse applicazioni, dal drenaggio dell’acqua dalle miniere di carbone alle ferrovie, mentre veniva applicato anche ai telai nelle fabbriche tessili. Quindi, se volevi entrare nel business dell’innovazione, l’ingegneria e l’industria delle macchine utensili erano dei buoni punti di partenza.

Intere economie – come quella nata nella città di Birmingham, specializzata nella produzione di macchine utensili – si sono orientate alla produzione di nuove tecnologie e di nuovi prodotti. Anche ai tempi di Marx, l’innovazione tecnologica era diventata un’attività autonoma a sé stante.

Correre per rimanere fermi

Nei Grundrisse, Marx esplora in dettaglio la questione relativa a cosa accade quando la tecnologia diventa un business, quando l’innovazione crea nuovi mercati piuttosto che funzionare come risposta a una specifica domanda generata da un mercato preesistente. Le nuove tecnologie diventano quindi l’avanguardia del dinamismo di una società capitalista.

Le conseguenze sono di vasta portata. Un risultato ovvio è che le tecnologie non sono mai statiche: non sono mai regolate e diventano rapidamente obsolete. Restare al passo con le ultime tecnologie può essere stressante e costoso. L’accelerazione dell’obsolescenza può essere disastrosa per le imprese esistenti.

Tuttavia, interi settori – elettronica, farmaceutica, bioingegneria e simili – sono dedicati alla creazione di innovazioni nell’interesse del progresso tecnologico. Chiunque sia in grado di creare l’innovazione tecnologica che catturerà l’immaginazione, come il telefono cellulare o il tablet, o avere le applicazioni più varie, come il chip del computer, probabilmente prevarrà. Ecco che l’idea che la tecnologia stessa diventi un business diviene centrale nel racconto di Marx su ciò che è una società capitalista.

Questo è ciò che differenzia il capitalismo da tutti gli altri modi di produzione. La capacità di innovare è stata onnipresente nella storia umana. Ci furono cambiamenti tecnologici nell’antica Cina, anche sotto il feudalesimo. Ma ciò che rende unico il modo di produzione capitalistico è il semplice fatto che la tecnologia diventa un business, con un prodotto generico che viene venduto a produttori e consumatori.

Questo è l’elemento davvero caratterizzante del capitalismo. E diventa uno dei fattori chiave per l’evoluzione della società capitalista. Questo è il mondo in cui viviamo, che ci piaccia o no.

Appendice della macchina

Marx prosegue mettendo in evidenza un corollario molto significativo di questa forma di sviluppo. Affinché la tecnologia diventi un’azienda, è necessario mobilitare nuove forme di conoscenza in determinati modi. Ciò comporta l’applicazione della scienza e della tecnologia come forme di sapere distintive del mondo.

La creazione di nuove tecnologie sul campo si integra con l’ascesa della scienza e della tecnologia come discipline intellettuali e accademiche. Marx nota come l’applicazione della scienza e della tecnologia, e la creazione di nuove forme di conoscenza, diventano essenziali per questa innovazione tecnologica rivoluzionaria.

Ciò descrive un altro aspetto della natura del modo di produzione capitalistico. Il dinamismo tecnologico è collegato al dinamismo della produzione di nuove conoscenze scientifiche e tecniche oltre che di nuove concezioni del mondo spesso rivoluzionarie. I campi della scienza e della tecnologia si mescolano con la produzione e la mobilitazione di nuove conoscenze e saperi. Alla fine, per facilitare questo sviluppo, è stato necessario fondare istituzioni completamente nuove, come il Mit o Cal Tech.

Marx prosegue chiedendosi: tutto ciò come influenza i processi di produzione all’interno del capitalismo e in che modo trasforma il modo in cui il lavoro (e il lavoratore) viene incorporato in questi processi di produzione? Nell’era precapitalista, diciamo tra il Quindicesimo e il Sedicesimo secolo, il lavoratore generalmente aveva il controllo dei mezzi di produzione – gli strumenti necessari – e divenne esperto nell’uso di questi strumenti. Il lavoratore specializzato era il monopolista di un certo tipo di conoscenza e di un certo tipo di sapere che, osserva Marx, veniva sempre considerato un’arte.

Tuttavia, quando arrivi al sistema di fabbrica, e ancora di più quando arrivi al mondo contemporaneo, non è più così. Le abilità tradizionali dei lavoratori sono ridondanti, perché tecnologia e scienza prendono il sopravvento. Dal momento in cui tecnologia, scienza e nuove forme di conoscenza sono incorporate nella macchina, l’arte scompare.

Così Marx, in alcuni passaggi sorprendenti dei Grundrisse parla del modo in cui le nuove tecnologie e conoscenze si incorporano nella macchina: non sono più nel cervello del lavoratore e il lavoratore viene spinto da una parte per diventare un’appendice della macchina, un semplice addetto. Tutta l’intelligenza e tutta la conoscenza che appartenevano ai lavoratori e che conferivano loro un certo potere monopolistico nei confronti del capitale scompaiono.

Il capitalista che una volta aveva bisogno delle abilità del lavoratore è ora libero da quel vincolo e l’abilità si incarna nella macchina. La conoscenza prodotta attraverso la scienza e la tecnologia fluisce nella macchina e la macchina diventa «l’anima» del dinamismo capitalista. Questa è la situazione che Marx sta descrivendo.

Emancipazione del lavoro

Il dinamismo di una società capitalista diventa fondamentalmente dipendente da innovazioni perpetue, guidate dalla mobilitazione della scienza e della tecnologia. Marx ai suoi tempi lo comprese chiaramente. Stava scrivendo di tutto questo nel 1858! Adesso, ovviamente, ci troviamo in una situazione in cui questo problema è diventato critico e cruciale.

La questione dell’intelligenza artificiale (Ai) è la versione contemporanea di ciò di cui parlava Marx. Ora dobbiamo sapere fino a che punto l’intelligenza artificiale viene sviluppata attraverso la scienza e la tecnologia e fino a che punto viene applicata (o probabilmente applicata) nella produzione. L’ovvio effetto sarebbe quello di spostare il lavoratore, e di fatto disarmare e svalutare ulteriormente il lavoratore, in termini di capacità del lavoratore di applicare immaginazione, abilità ed esperienza all’interno del processo di produzione.

Da qui nei Grundrisse Marx arriva al seguente commento. Lasciate che lo citi, perché penso che sia davvero, davvero affascinante:

La trasformazione del processo di produzione dal processo lavorativo semplice in un processo scientifico che sottomette le forze naturali al suo servizio e le fa operare al servizio dei bisogni umani, si presenta come carattere proprio del capitale fisso di fronte al lavoro vivo… Così tutte le forze del lavoro vengono trasposte in forze del capitale.

La conoscenza e la competenza scientifica ora si trovano all’interno della macchina sotto il comando del capitalista. Il potere produttivo del lavoro viene trasferito nel capitale fisso, qualcosa che è esterno al lavoro. Il lavoratore viene spinto da una parte. Quindi il capitale fisso diventa portatore della nostra conoscenza e intelligenza collettiva quando si tratta di produzione e consumo.

Più avanti, Marx sostiene ciò che è in collasso con l’ordine borghese in rovina che potrebbe ridursi a beneficio del lavoro. Ed è questo: il capitale «abbastanza involontariamente, riduce il lavoro umano, il dispendio di energia al minimo. Ciòandrà a favore del lavoro emancipato ed è la condizione della sua emancipazione». Secondo Marx, l’ascesa di qualcosa come l’automazione o l’intelligenza artificiale crea condizioni e possibilità per l’emancipazione del lavoro.

Sviluppo libero

Nel passaggio che ho citato dall’opuscolo di Marx sulla Comune di Parigi, la questione dell’auto-emancipazione del lavoro e del lavoratore è centrale. Questa condizione è qualcosa che deve essere afferrata. Ma cos’è questa condizione che la rende così potenzialmente liberatoria?

La risposta è semplice. Tutta questa scienza e tecnologia sta aumentando la produttività sociale del lavoro. Un lavoratore, che si prende cura di tutte quelle macchine, può produrre un vasto numero di merci in un tempo molto breve. Ecco di nuovo Marx nei Grundrisse:

Nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta – questa loro powerfull effectiveness – non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione… La ricchezza reale si manifesta invece – e questo è il segno della grande industria – nella enorme sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto.

Ma poi – e qui Marx cita uno dei socialisti ricardiani che scrivono a quel tempo – aggiunge quanto segue: «Una nazione è davvero ricca quando la giornata lavorativa è di 6 anziché 12 ore. La ricchezza non è comando sul surplus di tempo di lavoro… ma piuttosto tempo disponibile al di fuori di quello necessario per la produzione diretta, per ogni individuo e per l’intera società».

È questo che porta il capitalismo a produrre la possibilità del «libero sviluppo delle individualità», compresa quella dei lavoratori. E, a proposito, l’ho già detto prima, ma lo dirò di nuovo: Marx lo fa sempre, sottolineando sempre che il libero sviluppo dell’individuo è il risultato dell’azione collettiva. Questa idea comune secondo cui Marx si occupa solo dell’azione collettiva e della soppressione dell’individualismo è sbagliata.

È il contrario. Marx è favorevole alla mobilitazione dell’azione collettiva al fine di ottenere la libertà individuale. Torneremo su questo concetto tra un momento. Ma è il potenziale per il libero sviluppo delle individualità che è l’obiettivo cruciale.

Lavoro necessario e non necessario

Tutto si basa sulla «riduzione generale del lavoro necessario», cioè sulla quantità di lavoro necessaria per riprodurre la vita quotidiana della società. L’aumento della produttività del lavoro implica che i bisogni di base della società possano essere gestiti molto facilmente. Ciò consentirà quindi di liberare tempo a sufficienza per il potenziale sviluppo artistico e scientifico delle persone.

Inizialmente, ciò avverrà soltanto per pochi privilegiati, ma alla fine creerà tempo a disposizione gratuito per tutti. Vale a dire, lasciare gli individui liberi di fare ciò che vogliono è fondamentale, perché puoi prenderti cura delle necessità di base usando una tecnologia sofisticata.

Il problema, afferma Marx, è che il capitale stesso è «contraddizione all’opera». «Spinge per ridurre al minimo il tempo di lavoro mentre dall’altra parte pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte di ricchezza». Quindi riduce il tempo di lavoro nella forma necessaria – cioè ciò che è veramente necessario – per aumentarlo nella forma superflua.

Ora, la forma superflua è ciò che Marx chiama plusvalore. La domanda è: chi catturerà il surplus? Il problema che Marx identifica non è che l’eccedenza non è disponibile, ma che non è disponibile per il lavoro. Mentre la tendenza è «da una parte quella di creare tempo a disposizione», dall’altra è «convertirlo in lavoro in eccesso» a beneficio della classe capitalista.

In realtà l’eccedenza non viene usata per l’emancipazione del lavoratore quando potrebbe esserla. Viene destinata alla bambagia dei nidi della borghesia, e quindi all’accumulo di ricchezza attraverso mezzi tradizionali all’interno della borghesia.

Ecco la contraddizione centrale. «Davvero – dice Marx – la ricchezza di una nazione. Come lo capiamo? Mettendo in relazione la massa di denaro e tutto il resto che qualcuno comanda». Ma per Marx, come abbiamo visto, «una nazione veramente ricca è quella in cui la giornata lavorativa è di sei anziché di dodici ore. La ricchezza non è il controllo del tempo di lavoro in eccesso, ma piuttosto del tempo disponibile al di fuori di quello necessario nella produzione diretta per ogni individuo nell’intera società».

Cioè: la ricchezza di una società verrà misurata da quanto tempo libero disponibile avremo tutti, per fare qualunque cosa diavolo ci piaccia senza alcun vincolo, perché i nostri bisogni di base sono soddisfatti. E l’argomento di Marx è questo: deve esserci un movimento collettivo per assicurare che quel tipo di società possa essere costruita. Ma l’ostacola è, ovviamente, la relazione di classe dominante e l’esercizio del potere della classe capitalista.

Lockdown

Ora, tutto ciò risuona in modo interessante nella situazione attuale di blocco e collasso economico in conseguenza del Coronavirus. Molti di noi si trovano in una situazione in cui, individualmente, hanno molto tempo a disposizione. Molti di noi sono bloccati a casa.

Non possiamo andare a lavorare; non possiamo fare cose che normalmente facciamo. Cosa possiamo fare con il nostro tempo? Se abbiamo figli, ovviamente, abbiamo un bel po’ da fare. Ma siamo arrivati ​​a questa situazione in cui abbiamo molto tempo a disposizione.

La seconda cosa è che, ovviamente, stiamo vivendo una disoccupazione di massa. Gli ultimi dati suggeriscono che, negli Stati uniti, qualcosa come 26 milioni di persone hanno già perso il lavoro. Ora, normalmente si direbbe che questa è una catastrofe e, naturalmente, è una catastrofe, perché quando perdi il lavoro, perdi la capacità di riprodurre la tua forza lavoro andando al supermercato, perché non hai soldi.

Molte persone hanno perso la loro assicurazione sanitaria e molte altre hanno difficoltà ad accedere alle indennità di disoccupazione. Il diritto alla casa è a rischio a causa della scadenza degli affitti o dei pagamenti dei mutui. Gran parte della popolazione statunitense – forse fino al 50% di tutte le famiglie – non dispone di più di 400 dollari in banca per far fronte a piccole emergenze, per non parlare di una vera e propria crisi del tipo in cui ci troviamo ora.

Una nuova classe lavoratrice

È probabile che queste persone scendano in strada molto presto, con la fame che li attanaglia, loro e i loro bambini. Ma analizziamo la situazione più da vicino.

La forza lavoro che dovrebbe occuparsi del numero crescente di malati, o di fornire i servizi minimi che consentono la riproduzione della vita quotidiana è, di norma, fortemente legata al genere e razzializzata. Questa è la «nuova classe operaia» in prima linea nel capitalismo contemporaneo. Sui suoi membri gravano due pesi: allo stesso tempo, sono i lavoratori più esposti a contrarre il virus per la loro attività e sono quelli più a rischio di essere licenziati senza risorse finanziarie a causa della ristrutturazione imposta dal virus.

La classe operaia contemporanea negli Stati uniti – composta prevalentemente da afroamericani, latinoamericani e donne – si trova davanti a una scelta orribile: da una parte la sofferenza della contaminazione durante il lavoro di cura delle persone e il mantenimento di forme di approvvigionamento chiave (come i negozi di alimentari), dall’altra la disoccupazione senza tutele (come un’adeguata assistenza sanitaria).

I membri di questa forza lavoro sono stati a lungo ammaestrati al fine di comportarsi come buoni soggetti neoliberisti, il che significa incolpare sé stessi o Dio se qualcosa va storto ma non osare mai pensare che il problema potrebbe essere il capitalismo. Tuttavia, anche buoni soggetti neoliberisti possono vedere che c’è qualcosa di sbagliato nella risposta a questa pandemia, e nell’onere sproporzionato che loro stessi devono mettersi sulle spalle per sostenere la riproduzione dell’ordine sociale.

Qualcosa di nuovo

Sono necessarie forme di azione collettiva per farci uscire da questa grave crisi e nell’affrontare il Covid-19. Abbiamo bisogno di azioni collettive per controllarne la diffusione: blocchi e distanziamento sociale, questo tipo di misure. Questa azione collettiva è necessaria per liberarci alla fine come individui per vivere come vogliamo, perché in questo momento non possiamo fare ciò che ci piace.

Siamo davanti a una buona metafora per capire cos’è il capitale. Significa costruire una società in cui la maggior parte di noi non è libera di fare ciò che vuole, perché siamo effettivamente coinvolti nella produzione di ricchezza per la classe capitalista.

Ciò che Marx potrebbe dire è, be’, può darsi che quei 26 milioni di disoccupati, se riuscissero davvero a trovare un modo per ottenere abbastanza soldi per sostenersi, acquistare le merci di cui hanno bisogno per sopravvivere e affittare la casa in cui devono vivere, perché non dovrebbero perseguire l’emancipazione di massa dal lavoro alienante?

In altre parole, vogliamo uscire da questa crisi semplicemente dicendo che ci sono 26 milioni di persone che hanno bisogno di tornare al lavoro, in alcuni di quei lavori piuttosto terribili che avrebbero potuto fare prima? È così che vogliamo uscirne? Oppure vogliamo chiedere: c’è un modo per organizzare la produzione di beni e servizi di base in modo che tutti abbiano qualcosa da mangiare, ognuno abbia un posto decente in cui vivere e possiamo mettere una moratoria sugli sfratti e tutti possono vivere liberi dall’affitto? Non è forse questo il momento in cui pensare seriamente alla creazione di una società alternativa?

Se siamo abbastanza forti e sofisticati da far fronte a questo virus, allora perché non affrontare il capitale allo stesso tempo? Invece di dire che vogliamo tornare al lavoro e riavere quei lavori e ripristinare tutto com’era prima dell’inizio di questa crisi, forse dovremmo dire: perché non uscire da questa crisi creando un ordine sociale totalmente diverso?

Perché non prendiamo quegli elementi che la società borghese sull’orlo del tracollo tiene in grembo – la sua sorprendente scienza e tecnologia e capacità produttiva – e li liberiamo, facendo uso dell’intelligenza artificiale e del cambiamento tecnologico e delle forme organizzative in modo da poter effettivamente creare qualcosa di radicalmente diverso?

Scorci di alternativa

Dopotutto, nel mezzo di questa emergenza, stiamo già sperimentando sistemi alternativi di ogni tipo, dalla fornitura gratuita di alimenti di base a quartieri e gruppi poveri, a trattamenti medici gratuiti, strutture di accesso alternative attraverso Internet e così via. In effetti, i lineamenti di una nuova società socialista sono già stati messi a nudo, motivo per cui l’ala destra e la classe capitalista sono così ansiosi di riportarci allo status quo ante.

Questo momento è un’opportunità per pensare a come potrebbe essere l’alternativa. Questo è il momento in cui esiste effettivamente la possibilità di un’alternativa. Invece di reagire in modo istintivo e dire: «Oh, dobbiamo recuperare immediatamente quei 26 milioni di posti di lavoro», forse dovremmo cercare di ampliare alcune cose che stanno già accadendo, come l’organizzazione dei bisogni collettivi.

Sta già accadendo nel campo dell’assistenza sanitaria, ma sta anche iniziando a verificarsi attraverso la socializzazione dell’offerta alimentare e persino dei pasti. A New York in questo momento, diversi sistemi di ristorazione sono rimasti aperti e, grazie alle donazioni, stanno effettivamente fornendo pasti gratuiti alla massa della popolazione che ha perso il lavoro e non può muoversi.

Invece di dire: «Bene, va bene, questo è proprio quello che facciamo in caso di emergenza», perché non diciamo, questo è il momento in cui possiamo iniziare a dire a quei ristoranti, la tua missione è nutrire la popolazione, in modo che tutti abbiano un pasto decente almeno una o due volte al giorno.

Immaginazione socialista

Abbiamo già elementi di quella società: molte scuole forniscono pasti scolastici, per esempio. Quindi continuiamo così, o almeno impariamo la lezione di cosa potrebbe essere possibile se ci tenessimo. Non è questo un momento in cui possiamo usare questa immaginazione socialista per costruire una società alternativa?

Tutto ciò non è utopico. Ci sta dicendo, va bene, guarda tutti quei ristoranti nell’Upper West Side che hanno chiuso e che ora sono seduti lì, quasi dormienti. Rimettiamo le persone a lavorare: possono iniziare a cucinare e nutrire la popolazione per le strade e nelle case e possono farlo per gli anziani. Abbiamo bisogno di quel tipo di azione collettiva affinché ognuno di noi si liberi individualmente.

Se i 26 milioni di persone ora disoccupate devono tornare al lavoro, forse dovrebbe essere per sei anziché dodici ore al giorno, quindi possiamo celebrare l’ascesa di un modo diverso di intendere cosa significhi vivere nel paese più ricco del mondo. Forse questo è ciò che potrebbe rendere l’America davvero grande (lasciando il «di nuovo» a marcire nella pattumiera della storia).

Questo è il punto che Marx ripete ancora e ancora e ancora: che la radice del vero individualismo, della libertà e dell’emancipazione, in contrapposizione a quella falsa che viene costantemente predicata nell’ideologia borghese, è una situazione in cui tutti i nostri bisogni sono curati attraverso un’azione collettiva, in modo che dobbiamo lavorare solo sei ore al giorno e possiamo usare il resto del tempo esattamente come vogliamo.

In conclusione, non è forse questo un momento propizio per pensare davvero al dinamismo e alle possibilità di costruzione di una società alternativa? Ma per intraprendere un percorso così avanzato, dobbiamo prima emancipare noi stessi in modo da comprendere che un nuovo immaginario è possibile insieme a una realtà nuova.

* David Harvey è professore di antropologia e geografia al Graduate Center of the City University of New York. Il suo ultimo libro è The Ways of the World. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Giuliano Santoro.