di Gippò Mukendi Ngandu

Il 25 aprile di quest’anno  sarà inevitabilmente diverso. Per la prima volta dal 1946 saremo costretti a celebrarlo nelle nostre case e non nelle piazze o nei luoghi storici della Resistenza a causa della pandemia di Covid-19.

Sarà un 25 aprile diverso, anche per il tentativo di svuotarlo dei suoi contenuti classisti, del suo profondo richiamo alla democrazia e alla giustizia sociale, della sua vocazione solidale e antirazzista.

Questo obiettivo è oramai in corso da almeno tre decenni, ma oggi sta compiendo un salto di qualità che non può essere assolutamente sottovalutato.

Il testimone di Violante…

Già l’allora Presidente della Camera Luciano Violante, esponente del Partito democratico di sinistra ( come si chiamava ai tempi la principale formazione di sinistra, erede del Partito Comunista Italiano), dichiarò nel lontano 1994 che era necessario fare una riflessione sui vinti e comprendere le ragioni dei “Repubblichini” di Salò per “costruire la Liberazione come valore di tutti gli italiani”.

In un periodo segnato dal berlusconismo, che del 25 aprile ne avrebbe volentieri fatto a meno, le parole di Violante, tuttavia, faticarono a diventare senso comune, se non altro perché spesso le celebrazioni si trasformarono nei migliori dei casi in momenti di opposizioni alle politiche di centrodestra. Purtroppo durante i governi di centro sinistra la tendenza a fare della data una ricorrenza, quasi liturgica e letargica, è spesso prevalsa, tranne durante il renzismo, quando l’Anpi è diventata un punto di riferimento di un ampio “ popolo di sinistra” privo di riferimenti.

Solo Oggi, nel nuovo clima patriottardo, le parole di Violante rischiano di abbracciare un più vasto consenso.

Attenzione non ci troviamo di fronte alla solita lettura fascista e di estrema destra che immancabilmente fa sentire la sua voce ogni anno. Tutti noi abbiamo presenti le parole di La Russa che ha rievocato le celebrazioni del 25 aprile perché “sia ricordo delle vittime di tutte le guerre: anche del virus”. La Meloni fu ben  più radicale nel 2018 quando  rivendicò come celebrazione nazionale il 4 novembre, a dispetto del 25 aprile e del 2 giugno.

…raccolto da Repubblica…

Oggi sono i due principali quotidiani italiani, la Repubblica e il Corriere della Sera, che puntano, seppure in in forma diversa, a festeggiare la data sotto il segno il segno di una nuova coesione sociale ritrovata durante la forzata quarantena.

Il messaggio è chiaro, la fase 2 dovrà aprirsi sotto il controllo capillare del territorio militarmente e “virtualmente”, e soprattutto sopportare la necessaria limitazione del diritto di sciopero, di riunione e di associazione, lavorando tutti insieme uniti per la ripresa economica del nostro paese, ossia per i profitti dei loro proprietari, magari  affidandoci con entusiasmo ai capitani di turno.

E’ più che mai evidente che  i loro editori temono la ripresa di un nuovo conflitto sociale che possa rimettere in discussione la gestione capitalistica della società messa a dura prova da una crisi sanitaria per nulla finita e che si sta trasformando in una gravissima crisi economica.

Certo le idee espresse dai due giornali non sono identiche e sono calibrate tenendo conto dei loro rispettivi elettori. La Repubblica punta subdolamente ad accarezzare il pelo al “popolo di sinistra”, riprendendo alcune modalità tipiche del movimento delle sardine, che ha già esaurito il suo compito e non ha più nulla da dire: “Tutti sui balconi a cantare l’inno e Bella Ciao!”

Nel fare ciò, tuttavia, Repubblica promuove una manifestazione in diretta streaming  una “Piazza per il 25 aprile”, che vede tra i firmatari  donne e uomini “diversi tra loro per mestiere, censo, ruolo sociale, formazione culturale, idee politiche” (dall’appello).  Tutti insieme appassionatamente da Maurizio Landini alla Fornero, da Carlin Petrini a Tito Boeri, ossia coloro che in teoria dovrebbero aiutare le lavoratrici e i lavoratori a difendersi e coloro che hanno esaltato o direttamente calpestato i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, tagliando la sanità pubblica e aumentando l’età pensionabile, quelli che sono indirettamente complici della strage di questi giorni.

Piccola parentesi, l’articolo è scritto, mentre è in atto un profondo piano di ristrutturazione del gruppo Gedi, l’impresa multimediale che non comprende solo Repubblica, ma anche La Stampa, l’Huffington Post, L’Espresso, radio come Radio DeeJay e Radio Capital e che ha un fatturato di quasi 700 milioni di euro annui.

Non che la Repubblica fosse a sinistra, ma il tutto avviene non a caso alla vigilia del 25 aprile e  soprattutto alla fine del lockdown in una fase in cui la borghesia è cosciente della necessità di una maggiore coesione e di discorsi privi di ambiguità. Così viene dato il benservito al vecchio direttore Carlo Verdelli dal nuovo presidente del gruppo John Elkann: “Le decisioni che abbiamo preso oggi definiscono le basi di un’organizzazione chiara e coesa, premessa indispensabile per raggiungere i traguardi ambiziosi che ci siamo dati”.  A sostituirlo sarà l’ultra liberista direttore de La Stampa, Molinari.

Effettivamente i padroni non si possono permettere eccessive divisioni.

… e dal Corriere della Sera

Ne è già consapevole la redazione del Corriere della Sera che ha aderito all’iniziativa lanciata da La Repubblica, ma che si fa promotrice  della distribuzione della bandiera italiana nelle edicole proprio quando, per ironia della sorte, il giornale concorrente fondato da Eugenio Scalfari non sarà in edicola per lo sciopero dei redattori.

Il Corriere della Sera, attraverso la penna di una delle sue firme più prestigiose, il giornalista Aldo Cazzullo, punta a riscrivere la storia cercando di tessere un legame tra il Risorgimento (unico vero momento di coesione e solidarietà nazionale), la Prima guerra mondiale e la Liberazione. Non si tratta di un’operazione nuova e in questo accarezza settori del centrodestra e moderati che non vorrebbero un governo di unità nazionale. Circolano da tempo alcune voci che indicano Cairo tra i protagonisti della costruzione di un nuovo soggetto  politico moderato.

Nel promuove l’iniziativa Cazzullo ritiene il 25 aprile divisivo perché non tutti i padri stavano dalla stessa parte, mentre promuove il centenario della Grande guerra [che] non è stato forse ricordato come meritava: i fanti del Piave sono tutti morti. Ma se c’è un periodo oggi da riscoprire, dimenticato da quasi tutti e denigrato da molti, il Risorgimento. Quale data migliore per esaltare il Risorgimento e i morti del Piave se non la vigilia del 25 aprile, in modo da svuotarne la sua portata.

Peccato che la raffinata penna ometta la complicità della classe dirigente liberale italiana al servizio della classe dominante nel  mandare letteralmente una generazione di giovani, in gran parte contadini letteralmente al macello.

Il Risorgimento viene poi esaltato per la presenza dell’eroico popolo, ignorato troppo spesso dalla storiografia. Il popolo che esalta, in realtà,  quello della piccola borghesia cittadina, intellettuale, composta da ufficiali e qualche artigiano, gran parte del quale finì per arrendersi alle manovre di Cavour, abbandonando le speranza delle masse contadine, prima diffidenti, e dei nascenti settori operai insorti a Milano e a Venezia nel 1848. Basti ricordare il massacro dei contadini in Sicilia da parte delle truppe guidate da Nino Bixio. Ripartire dai padri della patria e dall’ ‘800 non ha altro che l’obiettivo di nascondere i vizi che hanno attraversato l’Italia nel corso della sua storia.

Quel che il Corriere vorrebbe espellere è la grande dimensione di classe e radicalmente democratica che fu la Resistenza, tant’è che diede vita a vere e proprie istituzioni di movimento.  In realtà, secondo il quotidiano di Via Solferino, pochi comunisti alla fine avrebbero reso un gran servigio alla patria, mentre la maggioranza avrebbe commesso inutili massacri.

Un’operazione politico-culturale per conto del padronato

L’operazione dei due giornali unita alla controffensiva del padronato non può essere presa sotto gamba. Si tratta di un’operazione culturale che ha una valenza di massa. I due giornali hanno del resto ancora milioni di lettori: secondo Audipress il Corriere ha circa due milioni di lettori, mentre Repubblica 1,9 milioni. Siamo di fronte poi a gruppi  editoriali che controllano una gran fetta della comunicazione italiana che non è  composta da giornali e che punta a svilupparsi nel mondo multimediale.

Per costoro il 25 aprile con le bandiere tricolori e l’inno nazionale rappresenterà la nuova unione sacra, che vede la classe lavoratrice e l’insieme degli sfruttati  sacrificata in nome del profitto.

Per queste ragioni dobbiamo assolutamente cercare di non farci rubare il nostro 25 aprile. Lo faremo in forme diverse, utilizzando i mezzi che abbiamo a disposizione, le rete sociali senza unirci al coro patriottardo, e soprattutto cercando di rinsaldare quei legame di solidarietà tra lavoratrici e lavoratori, compagne e compagni, che vorrebbero rubarci sfruttando la crisi sanitaria. Lo faremo cercando di far valere in questi giorni le nostre parole d’ordine a partire dalla lotta e la resistenza per il forte rilancio della sanità pubblica. Lo faremo consapevoli che il  pericolo più immediato non è solo quello del Covid-19, ma anche e soprattutto quello rappresentato dalle pressioni della Confindustria perché si torni al lavoro ad ogni costo e dal pericolo di svolte autoritarie.