di Fabrizio Burattini

Ma quando inizia questa “fase 2”? “Il tutto il mondo stanno riaprendo” (se mai hanno veramente chiuso)…

Mentre infuria la pressione politica, sociale, massmediatica per la riapertura, quando la data del 4 maggio si avvicina a grandi passi, vale la pena di ricapitolare la situazione…

Un’attenzione ancora sfumata

Fine dicembre 2019, dopo un alternarsi di notizie trapelate e di smentite ufficiali, le autorità della Cina ammettono che, negli ultimi mesi, si sono riscontrate polmoniti “anomale” nella remota provincia di Hubei, nella Cina Centrale (a oltre 1.000 km da Pechino), il cui capoluogo, Wuhan, è una città tra le più moderne del paese, potente centro commerciale, sede di numerosi istituti di ricerca.

I notiziari italiani, come accade in tutto il mondo, danno uno spazio simbolico ad una notizia esotica. Sembra si tratti di una delle tante stranezze di una realtà (quella cinese) al contempo repulsiva (“comunista”, asiatica, totalitaria) e attraente (efficienza, disciplina, incremento del PIL a due cifre in un contesto di “zero virgola”). L’attenzione in Italia è tutta alle beghe nella rissosa maggioranza del governo nostrano (tra renziani, PD e cinquestelle); al massimo si cita il grande movimento di protesta democratica di Hong Kong (ma facendo attenzione a non assimilarlo ai contemporanei movimenti di Santiago, di Baghdad, di Beirut…).

L’OMS dichiara il rischio globale

Perché il re delle notizie dei mesi successivi, la parola “coronavirus”, entri nelle case degli italiani occorre attendere metà gennaio, dopo che le autorità cinesi avranno riconosciuto (il 9 gennaio) l’esistenza di un nuovo ceppo patogeno e il giorno successivo l’OMS ne avrà divulgato internazionalmente l’annuncio. Ma, tranquilli, nel corso degli ultimi decenni dalla Cina o da altri paesi si sono diffusi altri virus (Sars, Mers, aviaria, peste suina…) che hanno inutilmente creato allarme nei paesi occidentali, che poi sono stati appena sfiorati dall’epidemia. L’unica epidemia che ha in qualche modo scalfito le nostre abitudini di vita, in fondo, non è stata solo la “mucca pazza”, che ci ha fatto rinunciare per qualche anno alle bistecche fiorentine e alle gustose frattaglie?

Il 27 gennaio l’OMS annuncia che esiste “un rischio molto alto per la Cina e alto a livello regionale e globale”, e il 30 la stessa organizzazione internazionale dichiarava una “emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale”.

Il governo italiano, in quello stesso giorno,  instaura lo stato d’emergenza per sei mesi e (in controtendenza rispetto al comportamento degli altri governi europei) decide il blocco dei voli diretti Cina-Italia.

Ma la situazione in Cina sembrava già migliorare: l’8 febbraio, l’OMS riporta un trend dei contagi a Wuhan calante.

Il contagio arriva in Italia

In Italia, già pochi giorni prima una coppia di turisti cinesi, prontamente ricoverati allo Spallanzani di Roma, manifestano sintomi di infezione e, sottoposti al “tampone” (una procedura che poi diventerà famosa e oggetto di altri dibattiti e scontri), risultano positivi.

I media registrano la scontata ondata di paura verso i negozi dei cinesi e una piccola sferzata di razzismo come al solito cavalcata dalla destra e dall’estrema destra. D’altra parte, forse messi sul chi vive dai media della madrepatria, i cinesi d’Italia, fino a pochi giorni prima presenti e visibili in tanti quartieri delle città italiane, spariscono, si chiudono in casa, chiudono i ristoranti, i bar, gli empori… Si dice che molti preferiscano perfino tornare in Cina, passando per altre città europee dove ancora ci si può imbarcare su aerei in partenza verso l’Oriente.

La polemica sulla chiusura dei voli (la prima di questa nuova lunga stagione mediatica) fa debuttare in televisione personaggi prima ignorati, i cosiddetti “esperti”: virologi, epidemiologi, primari ospedalieri, anestesisti. Una nuova tipologia di tecnici. E anche questi “tecnici”, in barba alla presunta obiettività della scienza, sembrano divisi: è una pandemia fortemente letale, no, è poco più di un’influenza…

La Lombardia occupa la scena

Passa la metà di febbraio. E’ da poco passata la mezzanotte del 20 quando un ancora oscuro assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, dà la notizia di un trentottenne positivo al contagio, ricoverato all’ospedale di Codogno (Lodi), dopo alcuni giorni di tira e molla di ricovero e dimissioni perché diagnosticato di una semplice influenza. Nel corso della giornata saliranno a 15 i contagiati in Lombardia. E nello stesso giorno si scopre un altro focolaio del virus, a Vo’ Euganeo (Padova). In Veneto c’è anche il primo morto, un 78enne in ospedale a Padova, il primo di una lunga tragica serie.

Non si tratta più di una malattia cinese. Anche alcuni italiani si sono infettati. Le istruzioni del Ministero della salute sembrano poco più di quelle sulla corretta igiene per bambini delle scuole materne o elementari: lavatevi bene le mani, non toccatevi bocca e occhi con le mani sporche, copritevi la bocca quando tossite o starnutite… Nel frattempo, nei mezzi pubblici ci si continua ad accalcare come di consueto, nelle scuole continua a mancare il sapone e la carta igienica, in centinaia di migliaia di luoghi di lavoro mettere a disposizione dei dipendenti qualunque dispositivo di protezione continua ad essere considerato un costo inutile.

Nei giorni che seguono, torna in auge un termine che aveva visto la luce nel luglio del 2001 nella Genova del G8. La “zona rossa” fino ad allora usata per impedire ai dimostranti di arrivare troppo in prossimità dei potenti, diventa una misura di contenimento sanitario. Dieci comuni del Lodigiano e Vo’ vengono chiusi, non si entra e non si esce, con il rischio di sanzioni penali.

Nelle due settimane che seguono il contagio si allarga: i contagiati salgono a centinaia e poi a migliaia, così come le vittime.

Bergamo non si ferma

Nel frattempo, il 23 febbraio, nel pronto soccorso dell’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo, il centro più importante della bassa Val Seriana, a pochi chilometri da Bergamo, due uomini, sottoposti dopo varie esitazioni a tampone, risultano positivi. Vengono immediatamente trasferiti all’ospedale Giovanni XXIII del capoluogo dove uno dei due non riuscirà a sopravvivere alla notte. Ma, niente panico, il morto era “affetto da pregresse patologie”. Comincia la storia del “non è morto di coronavirus, ma è morto con il coronavirus” con la quale si tende ancora per qualche tempo a minimizzare l’epidemia.

Il pronto soccorso di Alzano, dopo una brevissima chiusura cautelativa di qualche ora, viene riaperto al pubblico.

L’esperienza parallela dei 10 comuni del Lodigiano (tutti chiusi in casa, l’attività economica paralizzata) terrorizza la Confindustria di Bergamo, il cui presidente mette in guardia dal dare al mondo un’immagine della provincia come se fosse “chiusa per coronavirus”.

La Val Seriana è un’appendice periferica del capoluogo, infilata tra le montagne, in una serie ininterrotta di capannoni, uno dei cuori pulsanti della produzione industriale della provincia, di tutta la Lombardia, di tutto il paese.

Così, le aziende locali commissionano a qualche sventurato “creativo” la fattura di un filmato “#BergamoNonSiFerma” (ancora lugubremente reperibile sul web) che invita le cittadine e i cittadini a continuare la vita di sempre, affollare i bar, le strade, soprattutto i posti di lavoro. Il capitalismo bergamasco ha bisogno di loro. Pochi giorni dopo il video viene rilanciato da uno che più realisticamente ma altrettanto grottescamente invita le bergamasche e i bergamaschi a continuare a frequentare i negozi e le vie del centro ma “#AdUnMetroDiDistanza”…

D’altra parte, per non stonare, anche il sindaco PD, Giorgio Gori, si affanna a dare alla cittadinanza messaggi di ottimismo conditi dalla promessa (mai così falsa) del fatto che “il peggio è alle nostre spalle”.

In tutta la Lombardia si sviluppa una campagna contro la paura. Anche il sindaco di Milano, il PD Beppe Sala, per non essere da meno lancia l’hashtag #MilanoNonSiFerma. E il segretario del PD, Zingaretti si fa inquadrare mentre prende un aperitivo nel capoluogo lombardo. Pochi giorni dopo risulterà positivo al tampone.

E così, la Val Seriana e Bergamo, che, proprio per la loro intensa vita economica, sono anche il luogo di fitti movimenti di persone, con tutta la regione e con tutt’Italia, non diventeranno mai “zone rosse”, se non quando il governo nazionale chiuderà tutte le scuole e le università del paese (a partire dal 5 marzo) e poi decreterà (a partire dal 9 dello stesso mese) “zona rossa” tutto lo stivale.

Nel frattempo il virus ha avuto 15 giorni di tempo per infettare tutta la Bergamasca e tutta la Lombardia, portando con sé, in poco più di un mese, oltre 12.000 vittime “ufficiali”, più altre migliaia e migliaia di altri bergamaschi e lombardi che saranno lasciati morire in casa o nelle residenze per anziani, a fronte del collasso del già “eccellente” sistema sanitario regionale. Dopo i reparti di terapia intensiva degli ospedali di Bergamo, anche i cimiteri della zona dichiareranno il “tutto esaurito” e i camion dell’esercito saranno chiamati a trasportare in altre province le bare.

La “zona rossa” dalle Alpi a Pantelleria

Dal 5 marzo, per le insegnanti e gli insegnanti italiane e per milioni di alunne e alunni inizia il festival della “didattica a distanza”, con circolari ministeriali e dirigenti scolastici che impongono, al di là e al di sopra di ogni legittima obiezione, di attivarsi “con tutti i mezzi”…

Dal 9 marzo, si intima incessantemente di stare tutti a casa, “salvo comprovate ragioni di necessità sanitarie o alimentari” o, come dice il DPCM, “per esigenze lavorative”. Proprio per queste ultime esigenze, salvo una parte di lavoratrici e di lavoratori per i quali comincia ad essere possibile sperimentare in modo spesso rocambolesco il “lavoro da casa”, milioni di persone continuano a muoversi come prima, ad affollare i mezzi pubblici e poi i luoghi di lavoro e poi di nuovo i mezzi pubblici per tornare a isolarsi in casa dopo essere stati per tutto il giorno e senza alcuna protezione a contatto diretto con chiunque.

È l’ora degli scioperi

Quella settimana, dal 9 marzo, diventa la settimana degli scioperi, che inducono i sindacati confederali a chiedere che si concordi tra il governo e le altre “parti sociali” un Protocollo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il protocollo, in tredici punti (dagli ingressi in azienda alla gestione delle mense e degli spazi comuni, dai dispositivi di sicurezza alla gestione di eventuali casi di accertato contagio in azienda) sarà firmato il 14 a Palazzo Chigi. Confindustria lo presenterà come lo strumento per “affrontare con coraggio l’emergenza sanitaria senza spegnere il motore dell’economia”, ringraziando “tutte le imprese e i lavoratori per questo grande atto di responsabilità verso il Paese”.

Ma lavoratrici e lavoratori respingono al mittente il ringraziamento confindustriale e continuano a scioperare, a volte con la copertura di qualche sindacato di base e di poche strutture locali dei confederali, a volte con la sola proclamazione di sciopero da parte delle Rsu, a volte semplicemente non entrando in fabbrica perché consapevoli del fatto che in azienda non esistono neanche le minime condizioni di sicurezza. D’altra parte le mascherine mancano perfino negli ospedali, nelle aziende manco a parlarne. C’è perfino il caso (da Comma 22) del comune di Roma che dichiara obbligatorio l’uso delle mascherine ai propri dipendenti durante il lavoro, ma chiede loro di procurarsele individualmente perché introvabili. Ci sono persino episodi di provvedimenti disciplinari comminati a delegati sindacali perché contestano il non rispetto del protocollo appena firmato.

Si moltiplicano i posti di blocco che chiedono conto a ignari cittadini che vanno a fare la spesa il perché della loro uscita, mentre si chiede a milioni di lavoratori di continuare, come se niente fosse, nei mezzi pubblici e dentro i capannoni industriali e negli uffici.

Gli scioperi, però, raggiungono un risultato. Il 22 marzo il governo emana un nuovo decreto che elenca in modo dettagliato le aziende che possono continuare ad operare: sono solo quelle “essenziali”. Ma questa nuova misura non spegne il movimento di lotta: sono ancora tante le aziende che non hanno niente di essenziale per la vita civile e che appaiono essenziali solo nella logica del profitto ad ogni costo. Così, due giorni dopo il governo è costretto a rivedere quell’elenco. Ma resta intatto quel comma che consente alle aziende di funzionare lo stesso semplicemente presentando in prefettura un’autocertificazione. Decine di migliaia di aziende, soprattutto nelle quattro regioni principali del Nord e nella stessa provincia di Bergamo, presentano la richiesta di deroga, certe del fatto che le prefetture non potranno verificare, se non in pochi e isolati casi, il rispetto delle misure di sicurezza minime.

La deroga che diventa la norma

Ma, anche complice il consenso dei leader confederali al nuovo elenco, il movimento di sciopero va a spegnersi. Le misure di distanziamento, il fatto che parte della manodopera sia a casa in cassa integrazione o in smart-working agevolano la “pacificazione”. Ci si mette anche la Commissione di garanzia antisciopero che vieta lo sciopero generale indetto da USB per il 25 marzo.

Secondo l’Istat, oltre il 55% delle imprese italiane continua a lavorare in barba al #IoRestoACasa. Milioni e milioni di persone (15 milioni e mezzo secondo le stime dell’istituto di statistica) che continuano ogni giorno ad andare al lavoro.

Tanto da far dire al presidente del Veneto, il leghista Zaia, che in realtà il blocco non esiste già più.

Ma la Confindustria non accetta neanche questa forma minimale di lockdown.

Le associazioni padronali non danno tregua. Le loro pressioni sono costanti. Anche l’elezione del nuovo presidente Carlo Bonomi diventa occasione per dare voce alle pressioni per la riapertura immediata. La chiamata all’ordine dei padroni raccoglie subito il sostegno del centrodestra, ma anche la maggioranza governativa è in grande imbarazzo, dall’esplicito sostegno dei renziani alle posizioni confindustriali ai balbettii degli altri partiti di governo.

Il dibattito sulla crisi economica

Nel frattempo, continua il dibattito sulle misure più necessarie per affrontare la crisi anche dal punto di vista economico. Ovviamente, per le associazioni padronali la priorità è, come al solito (una “normalità” mai scalfita), quella del sostegno alle imprese. Con il “decreto liquidità” di qualche giorno fa il governo ha messo a disposizione del mondo imprenditoriale 400 miliardi di euro che verranno erogati senza particolari momenti di controllo sulla solidità e sulla solvibilità di chi ne farà richiesta. Nel frattempo, per i ceti più poveri, sono stati messi a disposizione una generalizzata cassa integrazione in deroga per chi è tenuto a casa dalla chiusura della propria azienda e un assegno mensile di 600 euro (forse 800 per il prossimo mese) per i lavoratori autonomi, le partite Iva e i liberi professionisti.

Così, di fronte ai primi sintomi di malessere sociale (anche al di là delle rivolte nelle carceri delle prime settimane di marzo), spingono il ministero dell’Interno a sollecitare i prefetti a tenere sotto controllo i possibili “focolai di espressione estremistica”.

Ma, sotto traccia, c’è anche uno scontro sordo sul governo a cui affidare il “ritorno alla normalità”. Già il 24 marzo, mentre si era nel pieno del contagio e il lockdown era appena ai primi passi, l’ex presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha detto sul Financial Times: “Ci troviamo di fronte a una guerra contro il coronavirus e dobbiamo muoverci di conseguenza. Occorre prevenire che una recessione si trasformi in una prolungata depressione”. La ricetta dell’economista, che con il suo intervento è sembrato candidarsi ad un inedito ruolo politico nazionale, dopo decenni di denunce dell’eccessivo debito pubblico, sarebbe quella di “un suo significativo aumento. La perdita di reddito del settore privato dovrà essere assorbita dai bilanci dei governi. Un debito pubblico più alto e la cancellazione del debito privato diventeranno caratteristica permanente delle nostre economie”.

Oltre che l’ipotesi Draghi, qualcuno sembra anche avanzare nuove proposte di governi “tecnici”, in nome della “competenza” (quale? su che cosa?). Il nome per ora più accreditato sembra essere quello di Vittorio Colao, l’ex amministratore delegato di Vodafone, che il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha chiamato a capeggiare il gruppo di studio sulla “fase 2”.

Il premier Conte, nel frattempo sarà impegnato nei prossimi giorni nella discussione tra i leader dei 27 paesi della UE sulla individuazione di strumenti “innovativi” per affrontare la crisi economica, discussione che, nei media nostrani viene semplificata sull’uso o meno dei 37 miliardi che il Meccanismo europeo di stabilità potrebbe mettere a disposizione dell’Italia.

E’ questo il contesto nel quale si sta sviluppando l’offensiva confindustriale e politica per la riapertura generalizzata. La destra in tutto il mondo è all’offensiva. Negli Usa, oramai paese al top delle graduatorie del contagio e dei morti, i supporter del presidente Trump scendono in piazza, a volte armati, per rivendicare la libertà (di sfruttamento). Altrettanto fanno migliaia di bolsonaristi in piazza a São Paulo per denunciare i governatori degli stati della federazione ancora controllati dall’opposizione rei di non consentire la “libertà di impresa”.

La Lombardia leghista e confindustriale, con i suoi 12.000 morti, ma al riparo della foglia di fico del “trend più positivo” dei contagi, scalpita per la riapertura. Lo stesso fanno le altre regioni del Nord. Nel Sud i governatori fanno la voce grossa contro i loro colleghi nordisti, ben consapevoli che (lo dicono le statistiche dell’Istat), grazie alla diversa struttura produttiva, nelle loro regioni il lockdown ha chiuso ancor meno aziende che al Nord.

E’ nelle crisi che si dà il meglio o il peggio di sé. Sembra proprio che in questa crisi tutti abbiano deciso di dare il peggio.

Certo, cercheremo di essere comprensivi con quegli imprenditori (grandi, piccoli e piccolissimi) abituati a pensare alla loro smania di profitto come centrale e prioritaria rispetto ad ogni altra preoccupazione, abituati a convivere con un sistema politico (nazionale e locale) al loro servizio e al servizio delle loro aziende, abituati a considerare tutto (perfino la sanità) fonte di profitti possibili, abituati a vivere in un contesto completamente contagiato dal produttivismo e dallo “sviluppismo” ad ogni costo, che si sono all’improvviso trovati a dover fare i conti con un’emergenza che li sovrastava e che spiazzava tutte le loro certezze.

Quando oggi rivendicano il ritorno alla “normalità” è a quella normalità che pensano, a una “fase 2” fotocopia dei decenni passati.