Il 7 aprile Gordon Smith, executive director di JP Morgan, si è sentito in dovere di rassicurare il presidente Donald Trump. Solo quattro giorni prima, infatti, la sua banca – primo istituto per assets del Paese – aveva dato forfait all’ultimo minuto del day one per l’inizio del PPP (Paycheck Protection Prohram), il piano governativo di supporto per le piccole e medie imprese. Ottenuto ciò che si cercava attraverso quel gesto – ovvero l’aumento del tasso di interesse su quei prestiti dallo 0,50% all’1% e la possibilità di non erogare credito a chi non avesse un rapporto pregresso con l’istituto che andasse oltre il mero conto corrente -, pareva giunta l’ora della riconciliazione. Sotto forma di cifre: JP Morgan aveva già ricevuto 375mila richieste di prestiti per un controvalore di 40 miliardi sui 350 totali previsti dallo schema varato dal Congresso, il numero più alto in assoluto fra tutti i grandi istituti statunitensi. Pace fatta, insomma. Dopo nemmeno 48 ore, però, il Financial times sembrava rompere l’idillio, riportando la notizia in base alla quale la stessa JP Morgan aveva sospeso l’erogazione di prestiti corporate che esulassero appunto dal programma PPP. Si sarebbe dato corso alle pratiche già avviate, priorizzando però il PPP e poi sospensione a tempo indeterminato.

Prima di spiegare il perché di una mossa simile, giova fare un salto indietro al mese di marzo con questo graficoBloomberg/Zerohedge

dal quale emerge come in quei 31 giorni il numero di prestiti erogati dalle banche Usa al settore commerciale e industriale fosse letteralmente esploso, salendo di quasi 400 miliardi, la crescita più rapida mai registrata dalle serie storiche. Il tutto, prima ancora che il Tesoro svelasse i dettagi del piano di supporto. La cosa non stupisce: se infatti i primi contraccolpi della pandemia avevano fatto muovere in anticipo alcune categorie, anche il lato dell’offerta sembrava intenzionato a spingere sull’acceleratore. D’altronde, i prestiti al ramo corporate sono il comparto che garantisce i margini maggiori alle banche, contemperati da un tasso di default (e quindi di rischio) molto basso e comunque sempre monitorato dai vigilantes dei vari workout teams degli istituti, pronti a intervenire con il machete.

Perché allora la più grande banca americana avrebbe deciso di chiamarsi fuori da un mercato che, per semplicità e redditività, viene definito in gergo bread and butter? Semplice, il piano PPP è interamente garantito dal Tesoro Usa. In caso di default di una controparte, la banca bussa alla porta del Treasury che la rimborsa pronta cassa. Insomma, si opera soltanto sul sicuro. Ancora più sicuro del tradizionale rapporto creditore/debitore in ambito di prestito bancario. Ma cosa teme JP Morgan? Un’ondata di default corporate, tale in potenziale da averla spinta a chiudere immediatamente i rubinetti verso qualsiasi tipo di esposizione retail che non abbia copertura governativa totale. E se il timore, adesso, è che Bank of America, Citi e Wells Fargo seguano l’esempio del capobranco, questi due graficiBloombergBloomberg

paiono mettere in prospettiva più ampia e “politica” la mossa del gigante del credito. Da quando la Fed ha sfoderato il bazooka della liquidità, includendo in fretta e furia nella platea del collaterale accettato per operazioni di rifinanziamento anche i bond con rating “spazzatura”, proprio il mercato junk statunitense è infatti entrato in un rally come non si vedeva da due decadi. Lo spread fra l’indice non-investment grade e i Treasuries solo il 23 marzo era arrivato a 1.100 punti base, livello massimo dalla crisi finanziaria del 2008, mentre il 10 aprile lo stesso aveva ristretto il gap a 785. Ma non basta, perchè il secondo grafico mostra come il tocco magico degli acquisti onnivori della Fed sortisca effetti miracolosi anche suicredit default swaps.

Delta Airlines, infatti, ha comunicato la messa in mobilità di 35mila lavoratori causa coronavirus, ottenendo come risposta immediata il downgrade del rating da parte di Fitch. Nonostante questo, il cds è calato da 900 a 740 punti base fra il 9 e il 10 aprile. Il motivo? In quell’arco temporale, la Federal Reserve ha appunto comunicato la sua decisione di accettare junk bonds come collaterale. Insomma, un esercito di cosiddette zombie firms rischia di essere mantenuto artificialmente in vita dal denaro a pioggia fornito da Jerome Powell. Ma tutti quanti sanno che, al netto della durata più o meno lunga del lockdown, il destino della gran parte di quelle aziende è segnato: si sta solo prendendo tempo, magari sperando in disperate fusioni e acquisizioni a prezzo di saldo, cercando nel contempo di scaricare su bail-outs pubblici il costo occupazionale.REUTERS/Tami Chappell

Ma il problema rischia di sfuggire di mano a livello di impostazione “culturale”, ovvero della natura stessa degli interventi in atto. Come dimostrato dall’atteggiamento di JP Morgan, patriottica nel prestarsi al ruolo di rubinetto erogatore sotto la tutela del Tesoro ma in fuga da ogni possibile rischio legato a operazioni di mercato, seppur di gestione quotidiana, che appaiano senza paracadute. Sarà per questo che, al netto di continui e un po’ sospetti disguidi tecnici nella ricezione delle application forms per richiedere prestiti, il Tesoro ha annunciato di voler stanziare altri 2,3 trilioni di dollari per l’economia reale?

Una risposta la offrono queste tre immagini finaliWall Street JournalWindFinancial Times

la prima delle quali mostra la frase-totem dell’editoriale pubblicato l’11 aprile dal Wall Street Journal a firma addirittura dell’Editorial board. Di fatto, la Bibbia del capitalismo statunitense gridava dalla sua pagina più nobile che il Re del Qe perenne è nudo, pur utilizzando la prosa un po’ patetica della formale negazione. In sintesi, la Fed sta sbagliando tutto, perché la sua strategia appare unicamente quella di sperare che i continui favori verso Wall Street garantiscano un wealth effect a cascata che dagli indici si diffonda in maniera quasi taumaturgica all’economia reale e all’intera società. Il Wall Street Journal, ovviamente, vende la ricetta come geniale ma, in cuor loro, sanno benissimo che il precedente del 2008 non depone a favore di questa tesi.

Il secondo grafico va oltre, perché mostra come in pieno lockdown del Paese (con tanto di fosse comuni nel Bronx, roba da 1997 – Fuga da New York), con 17 milioni di richieste di sussidio di disoccupazione presentate nelle ultime tre settimane e con la prospettiva di una recessione conclamata che appare tutt’altro che peregrina, l’espansione dei multipli di utile per azione dello Standard&Poor’s 500 abbia raggiunto il suo livello massimo assoluto, addirittura superiore a quella toccata il 13 febbraio, quando gli indici ancora viaggiavano a colpi di primati quotidiani infranti. Infine, la conferma di come Wall Street abbia ancora una volta la certezza di essere in cima ai pensieri della Federal Reserve, visto che durante i tonfi del mese di marzo, gli acquisti sui minimi da parte degli insiders hanno toccato vette quasi senza precedenti. Questo, dopo una svendita di massa occorsa sul finire del 2019, prima del tracollo. Un timing pefetto che sembra tradire una consapevolezza, implicitamente confermata dalla mossa di JP Morgan, scappata a gambe levate da esposizioni all’economia reale che non vedano lo Stato come garante assoluto.

Da Business Insider Italia