Partiamo dalle premesse: la malattia. La diffusione della pandemia non è frutto della cattiva volontà di qualcuno o della casualità, ma è causata dal modo in cui la società è organizzata e dal particolare rapporto che intesse con il cosiddetto “mondo naturale”. Uso la parola “causata”, che è molto forte, non a caso e lo faccio a ragion veduta. Ci sono infatti almeno tre elementi che in prima battuta vanno tenuti in considerazione: 1) il fatto che Covid-19 è una zoonosi, 2) le peculiarità di Covid-19, 3) il fatto che manca una cura.

Iniziamo dal primo punto. Questa malattia è una zoonosi. Anzi, per essere più precisi è la quinta zoonosi, la quinta epidemia, nel giro di vent’anni. Sars nel 2003, influenza suina nel 2009, MERS nel 2012, ebola (che in realtà si ripresenta ciclicamente in Africa dagli anni ‘50)1 e infine l’attuale Covid-19.

Ora, le zoonosi ci sono da quando l’uomo ha iniziato ad allevare gli animali. Ma la cornice quantitativa in cui oggi si sviluppa il contagio determina anche la sua conseguenza qualitativa.

Come spiegato ad esempio nell’intervista realizzata da Marx21 a Rob Wallace, autore di Big Farms Make Big Flu (Le grandi aziende agricole producono la grande influenza), molti sono gli elementi che da una parte favoriscono l’espansione della malattia su scala planetaria e dall’altra fanno sì che le conseguenze siano drammatiche. La distruzione massiccia delle barriere che a lungo hanno separato la società umana dagli ecosistemi naturali. La conseguente relazione con animali rimasti isolati dall’uomo per così dire da “sempre”, i quali sono portatori di malattie con cui non siamo mai entrati in contatto (malattie che evolvono, fanno il salto di specie o “spillover”, ci colpiscono o colpiscono gli animali con cui invece siamo regolarmente in rapporto). Il terreno di trasmissione della malattia immediatamente globale e iper-popolato: gli allevamenti industriali e i centri urbani abnormi in cui si concentrano milioni di individui a contatto ravvicinato sono il crogiolo ideale in cui si sviluppano le malattie trasmissibili, malattie che viaggiano alla velocità delle persone e degli animali, in tutto il mondo e rapidissime.

Pare inoltre per quanto riguarda questo specifico coronavirus ci sia un problema ulteriore. Di solito infatti i coronavirus attaccano l’apparato respiratorio superiore: gola e bronchi. Le polmoniti che eventualmente incorrono sono determinate dai batteri che trasportano il virus, batteri che invece si infiltrano nella parte inferiore dell’apparato respiratorio e lo infiamma. Questo coronavirus invece va a colpire direttamente l’apparato respiratorio inferiore, provocando delle terribili polmoniti.

Pare che la ragione sia dovuta al fatto che c’è una correlazione tra il tasso di inquinamento nell’aria e la diffusione dell’agente patogeno, il quale viene trasportato dalle particelle solide che viaggiano in aria (il particolato, in particolare il PM2,52) direttamente nelle zone più profonde dell’apparato respiratorio, provoca una reazione autoimmune particolarmente virulenta (la «tempesta di citochine»3) e quindi la polmonite. Non è ancora confermato ma se così fosse spiegherebbe perché le aree più colpite nel mondo sono anche le aree più inquinate del mondo: Wuhan, Seul, Pianura padana…

Questo ovviamente non sarebbe un problema (o quasi) se ci fosse una cura. Infatti dopo la diffusione della SARS l’OMS aveva invitato i governi a finanziare programmi di ricerca che studiassero questo tipo di virus (i coronavirus appunto). Nessun governo si è peritato di farlo perché questo avrebbe tolto il monopolio della ricerca alle industrie farmaceutiche. Sono passati diciotto anni e siamo nella situazione attuale: un coronavirus, relativamente simile a quello della SARS sta facendo migliaia di morti sostanzialmente perché non c’è una cura, e non c’è una cura sostanzialmente perché nessuno l’ha cercata.

La distruzione dell’ambiente, l’allevamento industriale, l’inquinamento diffuso, l’assenza di una cura… sono tutti aspetti di un modo complessivo in cui la società capitalistica si sviluppa. Sono cioè l’esito di determinate scelte politiche e di determinati processi sociali. È per questo che si può dire che la pandemia è causata dal modo in cui la società è organizzata e dal particolare rapporto che intesse con il cosiddetto “mondo naturale”.

Usando le parole di Michele Nobile: «La crisi non avviene semplicemente per il confronto diretto esterno fra società e natura: essa si traduce in formazione di contraddizioni che acutizzano e fanno esplodere antagonismi interni alla società»4. (Se non fosse stato scritto nel 1993 si potrebbe pensare sia stato scritto per descrivere l’attuale crisi sanitaria…).

Ignorare questo nesso significa guardare il problema in modo parziale. Affrontarlo significa chiedersi quali sono questi antagonismi e come si configura la loro esplosione.

Ora, poiché è impossibile soffermarsi sulle specificità di ciascun Paese, provo a tracciare un quadro generale a partire dalla situazione italiana. Alcune delle cose che dirò valgono anche per il resto del mondo, altre cose invece evidentemente no.

Banalità. Per affrontare una epidemia conviene avere una sanità pubblica che funzioni. Questa banalità non è così banale. O meglio, è banale se ne accettiamo i presupposti: la società deve essere una totalità solidale che fa di tutto per autotutelarsi e autotutelare gli individui che la compongono. Non è banale, anzi è fuori dal mondo, se i presupposti sono che la società è il luogo dove gli individui lottano per avere un posto al sole.

In altre parole, fintanto che gli interessi privati di una parte della società collidono con quelli pubblici della collettività, sta ai rapporti di forza tra i gruppi e le classi che compongono la società decidere la direzione della società stessa. La sconfitta del movimento dei lavoratori negli anni ‘70 ha fatto pendere i rapporti di forza dalla parte delle classi dominanti, che hanno potuto imporre i loro interessi particolaristici di fronte e di contro a quelli delle classi dominate e quindi della collettività. Anni di privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, distruzione del welfare state… Oggi ne paghiamo il prezzo, ed è un prezzo salato: mancano medici, mancano infermieri (per dare solo un dato: negli ultimi otto anni hanno tagliato 20mila posti tra medici, infermieri e operatori sanitari), mancano strutture, mancano strumenti…

Più in generale, la contraddizione principale tra interessi individuali e interessi collettivi si riverbera su ogni aspetto del reale facendo sorgere di continuo nuove contraddizioni specifiche. Ogni scelta in quanto scelta parziale diventa allora foriera di nuovi problemi e di fatto non risolve i problemi precedenti. A cascata si aprono nuovi questioni, nuovi fronti di intervento e nulla appare più gestibile.

Detto in modo più semplice: il contagio si diffonde, tu-Potere, ossia classe dominante al governo, che fai? Chiudi le attività commerciali? Questo significa un tracollo economico. Non le chiudi? Questo significa che il contagio non si ferma. Poi, chiudi le attività commerciali ma non quelle produttive? Ma se le chiudi, gli industriali come reagiscono? Significa enormi perdite nei guadagni. Le rimborsa lo Stato? E con quali soldi? Fa nuovo debito? E le conseguenze finanziarie? E così via per ogni ambito di intervento (uffici pubblici, scuole, università…).

Se già nei tempi “normali” manca una direzione consapevole, un progetto, un’idea di come dovrebbe funzionare il mondo, se già in epoca normale è difficile governare (le continue convulsioni politiche lo testimoniano) e le classi dominanti si limitano a gestire l’esistente, a dominare e non dirigere, nelle epoche di crisi tutto si fa ancora più difficile, se non letteralmente impossibile. La crisi diventa il catalizzatore di tutte le contraddizioni che covavano sotto le ceneri, le quali scoppiano allo stesso tempo e in forma violenta e radicale (cioè attaccando le radici della società). E come la fai la sbagli.

Quindi qual è la (falsa) soluzione proposta da chi gestisce l’esistente?

È duplice. Da una parte il militarismo e la repressione dei comportamenti (rigorosamente individuali, ché altrimenti devi mettere in discussione l’assetto sociale nella sua totalità, a partire dal fatto che si produce per valorizzare il capitale e non per i bisogni sociali).

Dall’altra la retorica del «Siamo tutti sulla stessa barca» (falso: vivere in una casa di trenta metri quadri con altre due persone, senza percepire lo stipendio perché hai un lavoro a chiamata e non ti chiamano da un mese non è la stessa cosa di potersi trasferire nella villa fuori città mentre le fabbriche di cui sei proprietario continuano a lavorare, dopo che hai chiamato il ministro del lavoro e gli hai fatto una scenata da tirargli via la carne di dosso perché ha osato proporre la chiusura delle attività produttive), del «Viva l’Italia», del «Siamo in guerra con il virus», con tutte le conseguenze del caso: militarismo, repressione, stato d’emergenza, restringimento dei diritti. E torniamo così alla prima falsa soluzione.

Sia chiaro. Non voglio assolutamente minimizzare il problema e credo sia giusto limitare al massimo i contatti sociali. Ma i contatti, non le uscite. Il punto quindi non è se c’è un problema ma come viene affrontato. E il modo in cui è stato affrontato il problema denuncia tutti i peggiori tic dell’attuale classe dominante: pressapochismo, incompetenza, cialtronaggine, repressione, arbitrarietà, colpevolizzazione dell’individuo e deresponsabilizzazione del sistema, ecc.

E attenzione, questo non si limita a coprire le responsabilità passate, fattore importante ma non centrale. Questo serve fondamentalmente per dare l’impressione che si sta facendo qualcosa mentre in realtà non si sta facendo nulla di significativo e così riuscire a mantenere o ottenere un patrimonio di consenso da spendere a livello elettoralistico. Emettere ordinanze a raffica dallo scarso valore giuridico5 ma dal forte valore emotivo serve ad attivare tutte le energie sociali verso un falso obiettivo, distogliendo l’attenzione dai problemi: a partire dall’assenza di una sanità degna di questo nome per arrivare all’assenza di piano di gestione dell’emergenza sanitaria.

E questo può provocare danni immensi perché approfondisce e diffonde nel senso comune la convinta adesione nei confronti di misure repressive e di controllo sociale, oltre che nei confronti di una comunione sangue-e-terra tipica dei discorsi fascisti («La Patria è in pericolo! Onore agli Eroi della Patria! Sopravviveremo perché siamo Italiani!»). Inoltre, come nota Avvenire e come hanno ventilato da più parti in riferimento al conferimento dei pieni poteri a Orbán, il rischio è che i dispositivi repressivi che ora sono stati attivati per fronteggiare (a parole) l’emergenza, non vengano disattivati una volta finita questa emergenza (e iniziata la prossima, che già è facile prevedere quale sarà: l’emergenza economica).

Ma non è tutto così nero. Le contraddizioni permangono nonostante tutto e l’attivazione di una “massa ingente” di energie sociali senza però che ci siano effetti considerevoli e visibili sulle condizioni di vita delle persone può creare nel medio-lungo periodo una disaffezione di massa nei confronti delle classi dominanti.

Come scriveva Gramsci la crisi può scoppiare «o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o posto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione»6.

Gli scioperi spontanei (fatto inaudito nella storia più recente!), la diffusa paura del contagio e la tendenza di grandi masse di persone a volersi chiudere in casa, il fatto che questa volontà si scontra con l’obbligo di andare a lavorare, il cinismo dei padroni che impongono tale obbligo per la bella salute del loro portafoglio, l’assenza di una sanità pubblica decente frutto di anni di tagli… Questi e tanti altri (dal diritto alla casa al fatto che le tasse universitarie non sono state congelate) sono potenzialmente tutti terreni su cui è possibile far sorgere una lotta di massa e su cui radicalizzare la coscienza di chi vi partecipa.

Come sempre è solo una possibilità, che si realizza nell’azione politica, ossia nella lotta. L’importante è avere le idee chiare e darsi da fare.

*articolo apparso sul blog https://www.facebook.com/Controtempi

1I dati sono stati tratti dall’inchiesta trasmessa su Rai3, domenica 29/03/2020, nel corso del programma Indovina chi viene a cena, a cura di S. Giannini, “Il virus è un boomerang”

2Cfr.: https://valori.it/coronavirus-lombardia-polveri-sottili-pm10/

3https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=9427

4M. Nobile, Merce-natura ed ecosocialismo, Massari editore, Roma 1993, p. 90.

5Per una disamina cfr: https://jacobinitalia.it/lemergenza-per-decreto/https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/criminalizzare-il-jogging/

6A. Gramsci, Quaderni del carcere [1929-1935], a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 2014, Q13, §23, p. 1603.