In una nota pubblicata il 10 marzo ho discusso della possibilità che l’economia mondiale stia sprofondando verso una depressione globale. Fondamentalmente, ho sostenuto che l’irruzione del Covid‑19 ha scatenato una crisi simultanea dell’offerta e della domanda che ha un impatto su di un’economia globale dalla debole crescita, oltretutto appesantita da un mare di debiti. Di qui, la possibilità, molto reale, che la crisi si aggravi dal versante finanziario.
Di seguito presento alcuni dati per attualizzare il tema. Benché diversi di essi appaiano “vecchi”, ci danno un’idea della velocità con cui si sta sviluppando la crisi. Mi baso su informazioni fornite da organismi internazionali.
Secondo l’Investment Trends Monitor di marzo dell’Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo), le proiezioni dell’impatto economico del Covid‑19 si fanno più fosche giorno dopo giorno. La previsione iniziale era che la crisi si sarebbe sentita prima, e in maniera più forte, dal lato dell’offerta: arresto della produzione, interruzioni nella catena dell’offerta nell’Asia dell’Est (Cina soprattutto) e cadute delle economie fortemente integrate nelle catene globali di valore. Una crisi importante, ma limitata.
Ebbene, questa previsione è già datata. Il fatto è che oggi le quarantene e i blocchi della produzione si fanno sentire a prescindere dal fatto che le economie siano integrate nelle catene globali di produzione, e colpiscono in pieno la domanda e la produzione intera. Ne deriva che la previsione è di una crisi ben più forte rispetto a quella del 2008‑2009. In primo luogo, perché il suo effetto è più esteso. Poi, perché è più immediato, dal momento che lo shock della domanda è accompagnato da interruzioni forzate e rinvio dei progetti di investimento. Infine, perché, nella misura in cui l’attività economica è colpita, può svilupparsi una crisi nel settore finanziario quando molte imprese non potranno rispettare i propri impegni finanziari: ciò che avrà un effetto a cascata sui flussi di investimento globale.
In tal modo, tutto indicherebbe che la dinamica è sempre più negativa. Secondo l’Unctad, circa l’80% delle 5000 più grandi multinazionali monitorate ha rivisto al ribasso le previsioni delle entrate. Agli inizi di marzo, la media di revisione al ribasso era del 9%. Ma nelle ultime settimane la maggioranza di esse ha fatto nuove revisioni. In media, quelle che operano nei Paesi avanzati hanno ribassato le loro previsioni del 35%.
Quanto alla Cina, nel solo primo bimestre, le spese in conto capitale sono diminuite del 25%. Le multinazionali che operano nel paese prevedono cadute delle entrate, in media, del 21%. Gli investimenti di capitale fisso si sono ridotti del 24,5%. Inoltre, a causa del fatto che le misure che hanno previsto chiusure sono state adottate a metà gennaio e neanche in maniera omogenea, è probabile che il picco dell’effetto sarà maggiore. Secondo l’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro), il valore aggregato totale delle imprese industriali cinesi è caduto del 13,5% nei primi mesi del 2020.
Tornando ora sul piano globale, una previsione realizzata dall’Oil, quando il numero delle persone infettate era di 170.000, stimava un aumento del numero dei disoccupati fra 5,5 milioni (scenario più favorevole) e 24,7 milioni (scenario peggiore). Lo scenario “intermedio” prevedeva 13 milioni (7,4 milioni nei Paesi avanzati). Durante la crisi del 2008‑2009 la disoccupazione raggiunse i 22 milioni, sicché le cifre dell’Oil, benché fosche, non sembravano così allarmanti. Ma oggi i contagiati superano il milione e il fermo dell’attività economica si è esteso. Il prossimo 7 di aprile ci sarà un nuovo rapporto dell’Oil. Una stima preliminare del 10 marzo (di nuovo, un dato “vecchio”) dice che sono già stati persi 30.000 mesi di lavoro. Le perdite globali delle retribuzioni vengono calcolate tra 860 miliardi di dollari e 3400 miliardi di dollari.

Rapido aumento della disoccupazione negli Usa

I dati della disoccupazione negli Stati Uniti sono quelli che probabilmente offrono una visione più realistica del modo in cui si sta sviluppando la crisi.

Ciò che colpisce di più è che solo nell’ultima settimana di marzo (fino al 28) 6,65 milioni di persone hanno fatto richiesta di cassa integrazione, e cioè ben il doppiodelle richieste fatte nella settimana precedente (fino al 21 marzo), che erano state 3,3 milioni. Inoltre, nella settimana terminata il 21 marzo la maggioranza dei richiedenti era composta da lavoratori degli alberghi, ristoranti e altri servizi. In quella successiva, molti dei richiedenti erano dipendenti delle industrie e dei trasporti. Il fatto è che nel settore petrolifero, dell’energia e automobilistico, fra gli altri, il rallentamento è stato molto accentuato. Le imprese fornitrici di queste industrie sentono anch’esse la crisi. La Boeing ha fermato la sua produzione già da diverse settimane, con pesanti conseguenze non solo per i suoi dipendenti ma anche per quelli delle sue 17.000 imprese fornitrici. Anche molte acciaierie hanno fermato gli altiforni, dato che non hanno avuto commesse dalle imprese automobilistiche o petrolifere. Molte fabbriche hanno licenziato gli operai e molte altre hanno ridotto i salari; secondo Bloomberg, 623.000 lavoratori delle industrie automobilistiche e della componentistica sono in congedo. Come dato più generale, segnalo che analisti di JP Morgan ritengono che il Pil degli Stati Uniti potrebbe diminuire fino al 14% nel secondo trimestre (benché, in realtà, nessuno sa di quanto possa cadere).
Le ore lavorate sono diminuite fino a una media settimanale di 34,2 ore, il più basso dal 2011, e tutto fa pensare che continueranno a ridursi. D’altro canto, quantunque il governo raccomandi ai lavoratori di restare a casa se avvertono sintomi, parecchi temono di essere licenziati se lo fanno, con l’aggravante che molti neppure vengono retribuiti se si ammalano.
A causa della rapidità con cui il dato dell’occupazione è peggiorato, il tasso ufficiale dei disoccupati del 4,4% a marzo non appare realistico. Voglio precisare che il Bureau of Labor Statistics considera disoccupati coloro che hanno cercato lavoro nelle ultime quattro settimane, mentre non tiene conto di coloro che non lo cercano più o lo fanno solo occasionalmente. Se si aggiungono queste persone, il tasso di disoccupazione – denominato U6 – sarebbe dell’8,7%: nondimeno, per quanto ho appena detto, neppure questo numero rifletterebbe ciò che sta accadendo. Il fatto è che, oltre al ritardo degli studi, molti lavoratori hanno incontrato difficoltà burocratiche nel ricorrere alla cassa integrazione. E poi, molti altri sono autonomi e ad essi non si applica la disciplina della cassa integrazione.
Ecco perché potrebbero esserci, secondo Justin Wolfers (sul New York Times), circa 11 milioni di disoccupati: il che porterebbe il tasso di disoccupazione dal 3,5% di febbraio al 10% di marzo. Tuttavia, da allora si sono perduti ancor più posti di lavoro, sicché il numero dei disoccupati potrebbe raggiungere i 15 milioni, cioè il 12,3% della forza lavoro (si veda “The Unemployment Rate is Probably Around 13 Percent”, New York Times, 3/4/2020). L’autore scrive: «Il mercato del lavoro sta cambiando così rapidamente che le nostre statistiche ufficiali – concepite per misurare cambiamenti lungo mesi e anni, piuttosto che lungo giorni o settimane – non possono star loro dietro».
Goldman Sachs, dal canto suo, prevede un tasso di disoccupazione del 15% verso metà dell’anno. La Casa Bianca dice che potrebbe arrivare al 20%. Da ultimo, Miguel Faria‑e‑Castro, economista della Federal Reserve di St. Louis – in “Back-of-the-Envelope Estimates of Next Quarter’s Unemployment Rate” del 24 marzo” – fa una previsione ancora peggiore: stima che si perderanno 47 milioni di posti di lavoro, il che porterebbe la disoccupazione a 52,8 milioni di persone. Sarebbe il 32% di disoccupazione. Nel decennio del 1930 la disoccupazione in Usa raggiunse il record storico del 25%.
Ma al di là delle proiezioni, in qualsiasi caso è indubbio che si tratti di una crescita esplosiva, rapida come non si era mai visto nelle precedenti crisi. E la situazione in altri Paesi avanzati (Italia e Spagna, tra gli altri) non pare così diversa quanto alla gravità del crollo.
Il quadro è estremamente grave per la classe lavoratrice. Perciò, ripeto ancora una volta: non ha senso continuare a dire che tutto ciò è un’invenzione, o un’esagerazione della stampa, o che l’irruzione del virus non ha cambiato nulla perché “l’economia capitalista era già in calo” (come se la situazione economica odierna fosse simile a quella del 2018 o 2019). La spiegazione del perché come marxisti proponiamo un programma socialista – in particolare, liberare le masse lavoratrici dalla tirannia imposte loro dalla tirannia del profitto e del capitale; permettere il riordinamento delle risorse prodotte dal lavoro a vantaggio di tutti – deve partire da una diagnosi obiettiva, e cioè basata sull’evidenza empirica, di quel che accade. È ciò che giustifica e spiega la necessità di misure profonde, e globali, di fronte a questo disastro.


*Traduzione di Andrea Di Benedetto per il sito www.assaltoalcielo.it