Su Il giornale di ieri (1 aprile) la ricostituita coppia Salvini&Berlusconi ha dato la sua risposta alla domanda politica fondamentale del momento: dove trovare i fondi per fronteggiare la catastrofica emergenza sociale ed economica in arrivo?

La loro risposta è tutta concentrata sulla materia fiscale, con una serie di proposte dietro cui è trasparente la pressione padronale, e – comunque – la forza degli interessi capitalistici, macro e micro:

  1. No alla patrimoniale, quale che sia;
  2. No a nuove tasse; questo “no” – afferma Berlusconi, che l’ha inteso bene – “è uno dei principali elementi per la ripresa citati da Draghi“;
  3. Ci vuole, al contrario, uno choc fiscale con la flat tax, generalizzata, al 15%;
  4. Costituzione a Milano e/o Lombardia di una “zes”, “una zona esente da tasse” sulle imprese, sui profitti;
  5. Emissione straordinaria di buoni del tesoro “destinati agli italiani con delle fiscalità vantaggiose, con aiuti per chi sottoscriverà questi titoli di guerra” – cioè, hanno già detto altri, per esempio l’ex-direttore del Corsera De Bortoli, dei Matusalem Bond, buoni a scadenza anche di 30-40 anni a basso tasso di interesse, ma a loro volta esentasse;
  6. Amnistia fiscale ed edilizia che riproponga “il modello seguito dal governo Berlusconi nel 2002-2003”.

Naturalmente, poiché non sono fessi, accludono al loro pacchetto anche la proposta della Meloni, che strizza l’occhio al “popolino”: “1.000 euro (subito) sul conto corrente di tutti gli italiani che ne hanno bisogno”. Lo zuccherino prima del veleno letale, assai più letale del coronavirus.

In un pezzo per il Corsera e in un’intervista a Zapping (il 31 marzo), Tremonti ha aggiunto qualche specificazione al programma – del resto è lui l’architetto, o uno degli architetti. I fondi necessari al “salvataggio” (delle imprese), o “piano di difesa e ricostruzione nazionale” che dir si voglia, sono enormi, dell’ordine delle centinaia di miliardi. La BCE o la UE possono aiutare, ma il loro intervento non sarà sufficiente. Dato che “la patrimoniale, mai”, è necessario fare una nuova montagna di debito di stato.

Dove rivolgersi? Bisogna attirare il ‘risparmio’ italiano a sottoscrivere questo nuovo debito. E si può farlo in un solo modo (notate che non c’è mai un’alternativa): creando dei titoli speciali “esenti da ogni imposta presente e futura”, tanto “per cominciare”, e poi “altro” ancora (non ha voluto precisare, però, quale altro beneficio ha in mente). A quale tasso di interesse? Non è il caso di parlarne ora. Comunque, niente prestito forzoso. Sarà un prestito “patriottico e volontario”, a media-lunga scadenza. Illustri i precedenti: Quintino Sella e Luigi Einaudi. E di quest’ultimo (a suo tempo molto favorevole all’ascesa del fascismo) ha voluto furbamente ricordare il dialogo con Togliatti: “questi prestiti daranno lavoro agli operai” (la frase è di Einaudi o di Togliatti?). Dunque il nuovo prestito andrà, immancabilmente, a beneficio di “tutti”. Tale e quale l’attuale debito di stato, in nome del quale – da un lato – è stato fatto a pezzi il welfare (anzitutto: sanità e pensioni) e – dall’altro – sono stati regalati migliaia di miliardi al sistema bancario, alle borse, ai capitalisti singoli, ai redditieri e agli speculatori di ogni risma.

I fondi raccolti con prestito ad interesse dovrebbero servire a dare “garanzie illimitate” (notate bene) ai prestiti delle banche alle imprese e a “mettere in sicurezza il risparmio”, e cioè le centinaia di miliardate di euro di profitti, rendite e interessi accumulati dal 10% e poco più della popolazione, quella in grado di prestare ingenti somme allo stato ad interesse. Dunque, una doppia assicurazione sul denaro e il potere politico della classe sfruttatrice e delle sue appendici sociali. Nel 2008-2017 si sono salvate le banche, ora si tratta di salvare dalla bancarotta le imprese, oltre che le banche, e di salvare i cosiddetti ‘risparmi’, cioè i capitali, le rendite, gli interessi accumulati. A beneficio anche degli operai, si capisce, perché le imprese “daranno” loro lavoro (in questi discorsi la realtà è sempre capovolta).

Uhm… Qualcosa non quadra. Prima domanda: cosa ne sarà del lavoro operaio? Tremonti, lo sapete, si occupa solo dei massimi sistemi, queste cosette per lui sono frattaglie. Ma si lascia andare ad una confidenza. A suo dire, dopo questa crisi, bisognerà che sui luoghi di lavoro “tutto sia libero, tranne ciò che è vietato dalle leggi penali” – una minaccia camorristica. Ed infatti il suo primo bersaglio è il Codice degli appalti, assolutamente inefficiente nel bloccare i sub-appalti e il super-sfruttamento del lavoro in sub-appalto, ma per questo schifoso schiavista con la erremoscia, specialista nell’esportazione di capitali all’estero, è roba da togliere di mezzo, per dar modo all’avvento di “regole velocissime”, supersfruttamento just in time.

Insomma, una formidabile stretta intorno al collo della classe lavoratrice con il peso di un nuovo ingentissimo debito di stato, combinata con la massima libertà di sfruttamento del lavoro. Questa la soluzione finale delle destre. Okkio, gente! Non sono parole o propositi, sono colpi di bazooka. Veri. Sotto la cupola Draghi, questi si stanno preparando, avranno con sé il barboncino Renzi, che già scodinzola all’impazzata chiedendo giulivo la riapertura delle fabbriche, e non troveranno alcun ostacolo nell’attuale équipe di governo, che non ha ragioni profonde di attrito con loro che siano differenti dalle contese di potere.