Il Libano è in default. Il governo annuncia la sospensione del rimborso di obbligazioni per 1,2 miliardi di dollari fissata per oggi 9 marzo. La scadenza odierna è la prima di di tre rate relative al 2020.

 Per la prima volta nella sua storia, il Libano annuncia che non sarà in grado di rimborsare la rata da 1,2 miliardi di dollari di interessi sul suo debito pubblico e dichiara, di fatto, il default. Lo ha annunciato in un discorso alla nazione, giustificando la decisione con il livello “critico e pericoloso” a cui sono scivolate le riserve valutarie della banca centrale. Ma la notizia – che ha acceso i riflettori sulle disastrate condizioni dell’economia di quella che un tempo era nota come ‘la Svizzera del Medio Oriente’ – non è un fulmine a ciel sereno. La crisi economico-finanziaria nel paese dei cedri ha radici lontane ed è legata all’incertezza politica e alle proteste di piazza contro il caro-prezzi, l’alto tasso di disoccupazione giovanile e la corruzione che, nell’ottobre scorso, portarono alle dimissioni del premier Saad al-Hariri.

Situazione senza precedenti?

Il Libano detiene uno dei debiti pubblici più alti, pari al 170% del pil: il terzo più alto del mondo dopo Giappone e Grecia. Eppure quello in atto è il primo default nella storia del paese dalla sua indipendenza. Una situazione che non si era verificata neanche negli anni della sanguinosa guerra civile, tra il 1975 e il 1990. In un messaggio al paese, trasmesso in diretta tv, il primo ministro Diab ha spiegato che “la decisione non è stata facile” ma che il debito “è troppo alto per essere gestito dal paese”. Il premier ha insistito che la decisione di sospendere i pagamenti – 1,2 miliardi di Eurobond in dollari in scadenza oggi – “è l’unico modo che abbiamo per finanziare le necessità dei cittadini”. Oltre alla scadenza di oggi, il 14 aprile ce n’è un’altra da 700 milioni di dollari e a giugno una terza da 600 milioni. 

 

Una crisi venuta da lontano?

 La crisi libanese ha seguito la flessione del mercato petrolifero. Quando nel 2018 il prezzo del petrolio ha iniziato a calare e l’Arabia Saudita ha ritirato il suo sostegno alle istituzioni libanesi, queste si sono viste costrette ad aumentare le tasse. Ma da allora il paese ha affrontato un movimento di protesta interno che denuncia l’incompetenza dell’intera classe politica. Che le riserve di valuta straniera necessarie a ripagare i debitori esterni si stessero riducendo, anche in seguito alle proteste di piazza degli ultimi mesi, non era più un segreto per nessuno in Libano.

E le banche da tempo avevano imposto grossi limiti ai prelievi, rifiutandosi inoltre di convertire la lira libanese in dollari. Questo ha complicato ancora di più la capacità del paese di importare beni dall’estero. Un mix esplosivo per un un paese grande la metà della Toscana e con un milione e mezzo di profughi siriani per 6 milioni di abitanti. Da ottobre, il prezzo della sterlina libanese – ufficialmente agganciata al dollaro dal 1997 – sul mercato nero è crollato e le banche hanno dovuto limitare i prelievi in dollari, paralizzando l’economia nel suo insieme.

Economia e politica: una commistione pericolosa?

L’economia libanese è caratterizzata da un legame a doppio filo tra il settore bancario – diviso tra istituti vicini ai vari potentati politici – e i settori dell’immobiliare e dei servizi, anch’essi strettamente legati ai partiti tradizionali. Ciò ha comportato, da una parte, la crescita di una struttura economica sempre più sbilanciata verso settori non-produttivi, compensata fino a pochi anni fa dagli ingenti investimenti stranieri resi attraenti dagli alti tassi di interesse garantiti dalle banche libanesi e dal tasso di cambio della valuta nazionale rispetto al dollaro. Dall’altra parte, in mancanza di un settore industriale sviluppato, il sistema politico ha garantito l’occupazione tramite la creazione e distribuzione di posti di lavoro su base settario-partitica, che sono andati via via ad aggravare il bilancio dello stato, incrementando enormemente il debito pubblico.

Austerity in vista?

La situazione è tanto più grave, perché una parte cospicua del debito libanese è stato acquistato dal fondo britannico Ashmore, che specula sul debito delle economie emergenti e si è già opposto ad ipotesi di ristrutturazione del debito.

Inoltre, se smettendo di rimborsare i propri debiti da un lato il Libano sta preservando le sue riserve valutarie, dall’altro si preclude ogni accesso ai mercati finanziari. Il governo di Diab dovrà quindi rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale (Fmi) o sperare di ottenere sostegno da paesi amici. Ma ciò richiederà necessariamente l’adozione di misure di austerità e riforme restrittive che a pagare saranno i libanesi. Inoltre, sarà necessario convincere il partito sciita Hezbollah, che finora si è opposto a qualsiasi assistenza dall’Fmi.

Il Commento

Di Marina Calculli, Università di Leiden

“Oltre agli effetti strutturali della crisi economica e finanziaria libanese, va sottolineata la responsabilità enorme delle banche che nella seconda metà del 2019 hanno venduto parte del delle obbligazioni a vari ‘vulture funds’. 

Il governo libanese, dunque, non deve negoziare con le sue banche, ma con speculatori esteri che verosimilmente si approprieranno degli asset del paese, aggravando quella che già si prospetta come una pesante recessione. Le vittime principali sono ancora una volta i piccoli risparmiatori che non hanno soldi all’estero al sicuro e a cui è stato bloccato l’accesso ai propri conti correnti”.

 A cura della redazione di ISPI Online Publications (Responsabile Daily Focus: Alessia de Luca – ISPI Advisor for Online publications)