Di Antonis Ntavanellos – trad. e introduzione di Fabrizio Dogliotti

Questo interessante articolo sui venti di guerra che soffiano sul Mediterraneo orientale è stato scritto poco prima della crisi umanitaria che si sta svolgendo alla frontiera greco-turca. In realtà, ne svela un retroscena geo-strategico relativamente poco conosciuto qui da noi. 

Ricapitoliamo brevemente i fatti: il 27 febbraio il governo turco decide di aprire la frontiera con la Grecia, permettendo -se non favorendo- così l’afflusso di migliaia (le cifre sono discordanti, ma sono decine di migliaia) di profughi siriani verso il miraggio dell’ingresso in Europa. Sembra rompersi così il vergognoso, conveniente ed illegale accordo firmato nel 2016 fra l’Unione Europea e la Turchia affinché quest’ultima trattenesse sul proprio territorio i profughi del conflitto siriano che premevano alle frontiere dell’Europa.

Il governo della Grecia -che in questi anni è stato l’unico paese della UE che ha conosciuto un flusso eccezionale di profughi siriani- ha immediatamente chiuso le frontiere ed utilizzato la polizia e le proprie forze armate (rafforzate da squadracce di estrema destra) per respingere i profughi, armati solo della loro disperazione, nonché i testimoni delle Ong e dei media internazionali.

Una crisi umanitaria di proporzioni straordinarie, che non accenna a scemare e in cui l’Unione Europea sta giocando, come sempre, un ruolo assolutamente incerto e piuttosto vergognoso. Tutto ciò si somma all’emergenza sanitaria che sembra scuotere l’Europa ed al conflitto siriano che pare ormai cronicizzarsi in Medio Oriente.

Il quadro fornito dall’articolo non semplifica questa situazione, semmai ne aggiunge un ulteriore fattore aggravante. Ma ne spiega alcune chiavi: probabilmente, l’apertura della frontiera con la Grecia forma parte di un disegno politico turco un po’ più di ampio respiro di quanto fin’ora si è pensato sui nostri media. E’ evidente che le masse di profughi siriani si stiano usando, da parte del regime di Erdogan, come un’arma. Ma non solo per ricattare la Unione Europea affinché conceda più miliardi. Anche in funzione anti-greca, all’interno di un conflitto nel Mediterraneo orientale di cui questa crisi è, probabilmente, un atto. Il problema è che, per il momento, chi sta pagando questo scontro con la propria pelle -letteralmente- è una popolazione già martoriata da una sanguinosa guerra pluriennale, quella siriana, fra le lacrime da coccodrillo della cosiddetta “comunità internazionale”.

D’altra parte, l’articolo echeggia vecchie questioni internazionali e conflitti regionali che sembravano sopiti o quantomeno “passati di moda”, come l’eterno attrito fra i greci e i turchi (che comunque fece migliaia di morti nel XX secolo, come ricorda l’autore). O, ci sarebbe da aggiungere, come il conflitto strategico fra la Turchia e la Russia, che sembrava chiuso dalla guerra di Crimea di risorgimentali memorie. Vecchi incubi che riaffiorano col riemergere di piccoli e grandi imperialismi regionali che si stanno voracemente disputando gli spazi vuoti. Da questo punto di vista, sarebbe importante comprendere più in profondità quanto sta accadendo col regime autoritario di Erdogan, al centro di una politica offensiva non solo militare.


Ingenti forze aeree e navali degli Stati imperialisti occidentali si sono riunite nel Mediterraneo orientale. Questa “coesistenza competitiva” di grandi navi da guerra dotate di una significativa potenza di fuoco che navigano permanentemente nella regione, risulta chiaramente nella mappa 1, qui sotto.

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Le navi della Marina statunitense, che operano a partire dalla grande base navale di Suda, sull’isola di Creta, rappresentano il contingente più forte. Questa base viene considerata di un’importanza strategica cruciale per gli Stati Uniti, in quanto principale pilastro del suo “perimetro di contenzione” che si estende dalla Polonia a Israele.

Recentemente, il parlamento greco ha approvato un nuovo accordo militare fra la Grecia e gli USA (firmato ad Atene il 5 ottobre 2019 fra Mike Pompeo e Nikolao Dendias, ministro degli Affari esteri), che rende permanente la presenza delle basi militari americane in Grecia. Vicenda che situa l’alleanza fra i due stati al livello di “partner strategici”. Questo accordo è stato salutato da Mike Pompeo e ben accolto da tutti i partiti greci -eccetto la sinistra radicale, che ha protestato nelle piazze contro l’accordo.

L’accordo è stato meticolosamente preparato dal governo di Syriza di Alexis Tsipras e alla fine è stato firmato dal governo di Nuova Democrazia, con Kyriakos Mitsotakis. L’ambasciatore americano ad Atene, Geoffrey Payatt (un diplomatico “iperattivo”, che ha in passato aveva lavorato in Ucraina…), ha scelto di rendere omaggio al ruolo di pioniere di  Alexis Tsipras in questo accordo vergognoso, provocando amari commenti da parte dei politici di destra.

All’interno del paese, oltre alla base di Suda, che non cessa di ingrandirsi, gli Stati Uniti dispongono ormai di grandi aeroporti militari moderni (come il quartier generale della NATO a Larissa, nella regione, qualificata come periferica, della Tessaglia), delle basi logistiche per le forze di rapido intervento e delle basi fisse per le “armi strategiche” moderne (comprese, probabilmente, le cosiddette armi nucleari “tattiche”). Evidentemente, i particolari su queste basi sono stati trattati alla stregua di segreti militari durante il dibattito parlamentare. Gli Stati Uniti utilizzano anche il porto di Alessandropoli, nel nord della Grecia, che fungerà da centro di manutenzione del GNL (gas naturale liquefatto, essenziale per il trasporto marittimo) e da base navale militarizzata.

Allo stesso tempo, lo Stato francese ha stabilito una base navale permanente a Cipro e la nave francese Charles de Gaulle pattuglia intorno all’isola. Il 29 gennaio 2020, un “partenariato strategico di sicurezza” è stato firmato fra Macron e il primo ministro Mitsotakis.

All’inizio di febbraio, nella piccola isola di Skyros, al centro dell’Egeo, si è svolta un’esercitazione militare congiunta con la partecipazione delle forze greche, statunitensi e francesi. L’esercitazione simulava un’operazione di riconquista dell’isola, in uno scenario immaginario in cui era stata invasa precedentemente.

Il giorno dopo, Mike Pompeo ha chiarito il messaggio: un eventuale attacco militare alle posizioni greche riceverebbe una risposta “euro-atlantica”, simbolizzata dall’attività delle forze armate americane e francesi nella zona.

Questa alleanza dispone anche di ingenti forze locali sul terreno. Negli ultimi anni, la diplomazia greca ha giocato un ruolo di primo piano nella creazione di due “assi” supplementari. Si tratta delle famose “triadi” fra la Grecia, Cipro e Israele e la Grecia, Cipro e l’Egitto. Gli Stati che compongono queste “triadi” cooperano strettamente e hanno adottato una posizione comune sulla spartizione di zone economiche esclusive (ZEE – secondo il diritto marittimo, si tratta dello spazio di mare sul quale uno Stato esercita il diritto sovrano in materia si sfruttamento ed uso delle risorse) nel Mediterraneo orientale e dichiarano apertamente (con esercitazioni militari congiunte continue, fra le altre cose…) che possiedono la forza militare sufficiente per imporre il loro accordo di spartizione nella regione.

La Grecia è un paese in cui la solidarietà nei confronti della causa palestinese era tradizionalmente importante. Oggi, mentre lo Stato di Israele spinge verso una “soluzione finale” in Palestina (a cui fra l’altro appartiene “l’accordo del secolo” con Trump), è sconvolgente constatare come non vi sia praticamente traccia di commenti negativi sui media rispetto alla politica dello Stato israeliano. La diplomazia “dell’asse” si è avverata più potente dell’obbligo di stare a fianco dei palestinesi. Ed è così sia per i vecchi socialdemocratici del PASOK che per la nuova socialdemocrazia di Alexis Tsipras.

Due aspetti delle tensioni fra la Grecia e la Turchia, con le loro estensioni geopolitiche

Due fattori sono alla base di questi nuovi sviluppi:

1°. Le tensioni nelle relazioni fra il regime di Erdorgan in Turchia e gli Stati Uniti, così come col campo occidentale in generale. Queste sono apparse chiaramente dopo il fallimento del colpo di Stato del 2016, che Erdogan considerava (giustamente) “diretto dagli americani”. Le tensioni esistevano già -per esempio, la Turchia non ha permesso agli Stati Uniti di usare liberamente la grande base aerea di Incirlik, come invece ha fatto la Grecia con Suda…-, ma si sono aggravate quando il governo turco ha cominciato a lavorare coi russi in Siria. E hanno raggiunto il culmine quando la Turchia ha ottenuto i missili S-400 Triumph russi (gli Stati Uniti si oppongono a che un paese della NATO li abbia in dotazione, fondamentalmente per i suoi sistemi di individuazione aerea).

Questa polarizzazione non può essere sottovalutata: si è già tradotta in ripercussioni politiche-militari in Siria, Libia (appoggio al governo di Fayez el-Sarraj, mentre gli Stati Uniti, la Francia e l’Egitto si sono indubbiamente schierati a favore del generale Khalifa Haftar) e nel Mediterraneo orientale. Tuttavia, non può essere considerata come definitiva. Mentre il Congresso americano dichiara che l’acquisto dei missili S-400 è un grave insulto per gli Stati Uniti (e quindi un punto di rottura formale dei rapporti), l’attuale politica di Donald Trump lascia comunque una porta aperta ad una eventuale riappacificazione con la Turchia. Dopo tutto, la situazione geografica e l’enorme popolazione fanno del paese una risorsa preziosa per la NATO. Inoltre, il regime di Tayvip Erdogan è magari sopravvissuto a tre tentativi di colpo di Stato falliti ma si è indebolito a causa del risentimento popolare (essenzialmente per l’opposizione a pratiche governative estremamente autoritarie) e alle difficoltà finanziarie dell’economia turca.

2°. Il riallineamento delle relazioni diplomatiche nella regione -con il deterioramento delle relazioni fra Stati Uniti e Turchia e fra Israele e Turchia ed il conseguente miglioramento dei rapporti militari ed economici fra Grecia e Stati Uniti e Grecia e Israele- è realmente decollato quando la geopolitica degli idrocarburi è entrata in gioco.

Importanti giacimenti di gas naturale sono stati scoperti nella regione, all’interno delle ZEE israeliane ed egiziane. Si suppone (dato che le prospezioni sono ancora allo stato preliminare) che ve ne siano anche nelle ZEE di Cipro, nelle zone al sud di Creta e nelle regioni marittime fra la Grecia e l’Italia ad ovest. Eccetto le zone occidentali (in cui è coinvolta l’ENI italiana, con le sue proprie alleanze e strategie), i giacimenti di gas del sud-est del Mediterraneo sono stati concessi ad un consorzio di grandi transazionali occidentali, dirette dall’americana Exxon Mobil e dalla francese Total. La loro missione comprende i lavori di prospezione, l’uso, l’estrazione, il trasporto ed il commercio dei combustibili fossili (principalmente del gas naturale ed eventualmente del petrolio) che vi saranno trovati.

Queste società, in cooperazione con Israele, l’Egitto, Cipro e la Grecia, hanno concluso un piano per la costruzione dell’oleodotto EastMed (Eastern Mediterranean). Si tratta di un progetto faraonico. Prevede la costruzione di un condotto sottomarino di grande lunghezza, che unirà Israele alle coste italiane aggirando la Turchia, pur estendendosi in un territorio e in acque molto profonde, sottomesse a dei forti rischi sismici. I costi di un tale mega progetto sono sconosciuti, i suoi problemi tecnici sono senza precedenti e la sua redditività commerciale è piuttosto dubbiosa. Conseguentemente, numerosi esperti, fra cui più di un dirigente delle industrie estrattive, sono assai prudenti. Ma questi problemi -che potrebbero rivelarsi determinanti, tutto sommato- per il momento vengono esclusi dal dibattito pubblico, che è totalmente orientato sulla geopolitica.

Per realizzare questo progetto nel Mediterraneo orientale senza la partecipazione della Turchia, bisogna assicurarsi che le aree ZEE di Israele, di Cipro e della Grecia siano geograficamente collegate. Questa connessione geografica servirebbe ad un oleodotto che dovrebbe unire Israele alle coste europee, passando unicamente da territori marittimi sotto la giurisdizione degli Stati che formano parte del piano. Questo accordo di spartizione della sovranità sui territori marittimi, concluso dagli attori regionali e appoggiato dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea (la Francia vi gioca un ruolo di primo piano), è visibile sulla mappa2.

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Quello che rimane alla Turchia è visibile sulla mappa 3, che dimostra fino a che punto sia impossibile imporre una tale spartizione in modo pacifico.

In blu, la ZEE che “l’alleanza East Med” riconosce alla Turchia

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Ciononostante, il piano East Med è stato ufficialmente firmato dai governi della Grecia, di Cipro e di Israele il 2 gennaio. Recentemente, il Congresso americano ha votato a favore dell’East Med Act, che dichiara che il suddetto piano forma parte della politica energetica ufficiale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale.

Il diritto internazionale

Questo piano è stato realizzato con la tattica dei fatti compiuti. Oltretutto, è stato costantemente giustificato invocando il diritto internazionale e le sue disposizioni che riguardano le questioni di sovranità marittima. Ma la faccenda si è complicata. Il governo di Erdogan, con l’obiettivo di rompere l’isolamento, ha deciso di delimitare le ZEE fra la Turchia e la Libia -più esattamente la parte della Libia controllata dal “governo” di Fayez el-Sarraj (che è formalmente riconosciuto dai governi occidentali). Questa delimitazione crea un “frammento” marittimo sotto sovranità turca (vedere la mappa 4) che interrompe la continuità fra le ZEE di Cipro e della Grecia, facendo così del progetto EastMed un sogno impossibile.

Questo accordo di delimitazione probabilmente andrà a rotoli, così come il “governo” libico che l’ha sottoscritto (Atene appoggia già il generale Khalifa Haftar in Libia…). Ma nel frattempo la Turchia ha chiesto alle Nazioni Unite di registrare l’accordo marittimo firmato con la Libia, sfidando così chiunque lo possa impugnare (soprattutto Cipro e la Grecia) con un ricorso al diritto internazionale, in particolare al Tribunale internazionale dell’Aia.

Questa evoluzione ha provocato un dibattito strategico cruciale in seno alla classe dirigente greca ed alla sua burocrazia statale. Esiste una corrente “saggia e prudente” che comprende alcuni socialdemocratici (come l’ex primo ministro Kostas Simitis e l’ex dirigente del PASOK Evangelos Venizelos), alcuni politici di destra (come Dóra Bakoyánni, figlia del vecchio primo ministro Konstantinos Mitsotakis ed altri) ed alcuni diplomatici e “negoziatori” dello Stato greco.

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La versione turca della spartizione delle aree marittime nella zona fra Cipro e Creta dopo l’accordo fra Turchia e Libia.

Costoro sembrano rendersi conto che qualsiasi prospettiva reale di sfruttamento degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale non può essere realizzata se non attraverso un processo di “posizione comune” con la Turchia. Appoggiano quindi il ricorso al Tribunale internazionale dell’Aia.

Ma un altro settore dello establishment insiste per approfittare l’alleanza con gli Stati Uniti e la Francia e sfruttare l’attuale congiuntura dell’isolamento turco per scatenare uno scontro che giunga al seguente risultato: il vincitore arraffa tutto. Mantengono la possibilità di una scaramuccia militare, sperando di poterla contenere facilmente senza che degeneri in una guerra totale fra Grecia e Turchia.

Sfortunatamente, le cose sono più complicate di questo semplice disaccordo. Il Tribunale internazionale dell’Aia può essere convocato prima che gli Stati protagonisti del ricorso si siano messi d’accordo sul fatto che le decisioni del Tribunale vengano considerate vincolanti per le due parti.

Lo stato greco riconosce unicamente la competenza del Tribunale sulla questione delle frontiere marittime e, in conseguenza, sulla delimitazione della ZEE. Rifiuta però categoricamente qualsiasi discussione su questioni relative all’estensione della sovranità greca, che è già stata imposta unilateralmente. Si tratta particolarmente della militarizzazione delle isole dell’Egeo orientale (che viola il trattato di Losanna, firmato dalla Grecia e dalla Turchia nel 1923 per “regolare” i conflitti di sovranità nell’Egeo), così come l’estensione della sovranità greca su molti isolotti e scogli disabitati nell’Egeo e, soprattetto, dell’estensione unilaterale dello spazio aereo greco a 10 miglia marine, ben aldilà delle 6 miglia delle acque territoriali greche.

D’altra parte, la diplomazia turca non ha nessuna intenzione di venire incontro alle rivendicazioni greche e pone quindi sul tappeto dei negoziati tutti i conflitti di sovranità irrisolti fra i due Stati, comprese le vicende appena menzionate.

La competizione relativa alle ZEE e agli idrocarburi si estende a tutte le questioni di sovranità nell’Egeo. Ora, queste si sono rivelate sempre estremamente pericolose nella storia della Grecia e della Turchia. Ricordiamo che l’attuale equilibrio fra i due Stati è il prodotto di cinque (!) guerre nel trascorso del XX secolo. Insomma, la tendenza a “rivedere” l’attuale accordo è molto forte nei due paesi.

Estrattivismo e militarismo

L’amplificazione della strategia estrattivista è letteralmente assurda nelle condizioni di crisi economica e sociale che vivono i due paesi e di fronte alla minaccia di una crisi climatica mondiale e della conseguente catastrofe ambientale.

In questo momento, una gran parte del territorio greco viene utilizzato come piazza per le compagnie minerarie, alla ricerca di gas naturale e di petrolio. Questo costoso (e distruttivo) progetto darà probabilmente i suoi frutti in un momento in cui l’Europa sarà meno assetata di gas di quanto non lo sia oggi e in cui l’interesse per il petrolio sarà più limitato, come è stato scritto da uno sperimentato fautore dell’estrattivismo. Ma, nel quadro di un capitalismo anarchico e vorace, le decisioni si basano sugli attuali criteri e sulla concorrenza intercapitalista. Un esempio tipico di ciò è quello del maggior investimento contemporaneo della Compagnia pubblica greca di elettricità. Si sta realizzando in una grande miniera di lignite in Macedonia occidentale. La miniera dovrebbe entrare in produzione quest’anno, mentre lo Stato greco ha firmato la proibizione progressiva, a partire dal 2023, dell’utilizzo della lignite, per essere poi definitiva nel 2025.

Inoltre, la strategia estrattivista in mare, unita alle questioni di sovranità dello Stato su questo, è direttamente legata al rafforzamento militare.

La strategia dell’”asse” nel Mediterraneo orientale ha portato lo Stato greco a dedicare, anno dopo anno, il 2% del suo PIL alle spese militari della NATO, diventando così il più grande acquirente di armi dell’alleanza atlantica. Malgrado la crisi economica, la Grecia (sia con Tsipras che con Mitsotakis) modernizza le sue forze navali ed aeree, con l’obiettivo di conservare il vantaggio tecnologico militare. Il governo ha già presentato un “Memorandum d’interesse” per l’acquisto degli aerei americani F-35, carissimi (solo Israele ne possiede qualcuno nella regione). Ha firmato una lettera di intenti per l’acquisto delle fregate francesi della classe Belhara nell’ottobre del 2019. Anche i siti web bellicisti, legati ai comandi militari, descrivono queste armi come unicamente adatte alle “guerre d’aggressione”…

La politica degli armamenti è legata al rafforzamento politico del militarismo. Sui grandi media si assiste a una sfilata quotidiana di ufficiali a riposo e di analisti guerrafondai che tentano di stimolare un clima di fervore patriottico e di familiarizzare la popolazione con la prospettiva di una guerra. Nel dibattito parlamentare sul budget annuale dello Stato, SYRIZA ha votato a favore delle spese militari di  Mitsotakis, difendendo questa sordida posizione invocando la necessità di una “unità nazionale per affrontare le minacce che pesano sul paese”. Ecco un altro aspetto della politica di Tsipras che si potrebbe definire come un Greek 1914 (in riferimento alla storia di questo paese alla vigilia e durante la Prima Guerra mondiale, N.d.T.).

La sinistra radicale in Grecia è assolutamente cosciente della natura brutale ed oppressiva del regime di Erdogan. Dopo tutto, la solidarietà nei confronti dei rifugiati politici turchi, gli esiliati e i fuggitivi kurdi così come dei rifugiati siriani, è stata un’attività costantemente sostenuta dalle forze della sinistra radicale. Ma siamo obbligati a porre le nostre speranze sulla lotta contro questo regime nei movimenti sociali e nella sinistra attivi nella stessa Turchia.

Qui in Grecia abbiamo altri compiti: lo scontro con il nazionalismo greco, l’opposizione alle politiche belliciste di casa nostra, la resistenza all’aumento degli armamenti, al militarismo ed alla collaborazione con le potenze imperialiste, la denuncia dell’estrattivismo come una strategia assurda e pericolosa. Il Mediterraneo orientale è tornato ad essere una polveriera. Qualsiasi guerra in questo angolo del pianeta può avere delle conseguenze negative ed impreviste in Europa e nel mondo.