LO STATO DI ISRAELE CONTRO GLI EBREI

di Sylvain Cypel*

Per comprendere a pieno le ragioni e anche le conseguenze dell’esito delle elezioni israeliane, dopo l’articolo di Gideon Levy, pubblichiamo l’introduzione che Sylvain Cypel ha scritto al suo ultimo libro, L’État d’Israël contre les juifs [Éditions La Découverte, Paris, febbraio 2020, pp. 321] perché getta una luce di chiarezza sul ruolo che da tempo Israele svolge nel cambiamento dei rapporti internazionali. Giustamente Sylvain Cypel demitizza quello che è l’elemento di “particolarismo” di Israele affrontando frontalmente le derive della società israeliana, le sue contraddizioni e i pericoli che queste rappresentano per gli stessi cittadini di Israele e per tutti gli altri, in primis, evidentemente i palestinesi. Ma il contributo a nostro parere più significativo di queste pagine, come dell’intera opera, è quello di inserirlo nel contesto della deriva a destra generalizzata che si osserva a livello internazionale, senza la quale molto probabilmente anche la degenerazione di Israele non sarebbe stata possibile. D’altronde, come ogni Paese colonizzatore, Israele non fa eccezione alla regola secondo la quale il popolo colonizzato non può vincere la sua battaglia fino a che la popolazione dello Stato che lo opprime non prenda coscienza che la sua libertà è legata a quella dell’altro. È stato così per tutte le guerre di liberazione nazionale e per l’indipendenza dal giogo coloniale e ciò che occorre fare è proprio riprendere quel filo spezzato. (C.N.)

Introduzione. Perché questo libro?

Eravamo nel 1990. Mio padre si avvicinava agli ottantacinque anni e, ogni domenica mattina, trascorrevo due ore con lui per farmi raccontare la sua vita. Quel giorno, ricordava la vita ebraica nel suo borgo di Vladimir, chiamato anche Loudmir, in Volinia. Una tipica città che aveva vissuto gli sconvolgimenti sistematici della sua regione. Contava circa 40.000 abitanti: ventimila ucraini, 15.000 ebrei, due o tremila polacchi e alcuni altri. Quando mio padre vi è nato, faceva parte dell’Impero zarista. Nel 1919, all’età di diciotto anni, aveva visto l’ingresso dell’Armata Rossa che dava speranza, ricordava, alla popolazione ebraica, rabbini inclusi: finalmente, sarà la fine dei pogrom…Ma, due anni più tardi, i bolscevichi si ritirarono sconfitti, la città passò sotto la cappa dello Stato nazionalista polacco, con il suo seguito di aggressioni antisemite, il numero chiuso imposto agli studenti ebrei. Nel 1939, la città visse l’occupazione sovietica. Poi nel 1941, quella delle truppe tedesche. Il 1° settembre 1942, le Einsatzgruppen naziste assassinarono la quasi totalità della popolazione ebraica, tra cui i genitori di mio padre, i suoi fratelli, le loro mogli e tutti i loro figli, i suoi zii e zie, cugini…Nel 1945, Vladimir-Volynsky ridiventò sovietica.
Negli anni venti ricordava mio padre, per i giovani ebrei che, come lui, speravano di rompere l’isolamento nel quale li costringeva l’atmosfera antisemita dell’ambiente circostante e la vita dello shtetl, il borgo ebraico dominato dalle istanze religiose, non vi erano che tre opzioni. Quella scelta più frequentemente si chiamava bundismo. Un’ideologia operaista, motore del sindacalismo polacco durante l’industrializzazione del Paese, che esaltava un socialismo nel quale la “nazionalità” ebraica beneficiasse di un’ampia “autonomia culturale” centrata sulla sua lingua: lo yiddish. La seconda opzione era il comunismo. Proletari di tutto il mondo, ecc. Molti giovani ebrei vi aderirono. Questa via era la più difficile, ma sembrava la più promettente. La fine dello sfruttamento per tutti, ebrei inclusi, e l’avvento di una società meravigliosa, fraternità universale oblige, avrebbe per forza incluso la fine dell’antisemitismo. L’ultima opzione era il nazionalismo ebraico. Questo aveva due grandi tendenze, la prima, di gran lunga la più importante, univa nazionalismo etnico e socialismo, la seconda era ipernazionalista e sciovinista, come gran parte dei nazionalismi dell’Europa dell’Est. Questo nazionalismo ebraico, comprese tutte le sue tendenze, si chiamava sionismo e voleva fondare uno Stato ebraico in e al posto della Palestina, allora dominata dalla potenza coloniale britannica. A quindici anni, mio padre buttò la sua kippa per aderire al sionismo socialista.
Quel giorno del 1990, quindi, eravamo appena dopo la caduta del muro di Berlino quando d’improvviso, nel mezzo del racconto di un ricordo, mio padre si interruppe e mi disse: “Vedi, finalmente, abbiamo vinto”. “Noi”, significava il sionismo e i sionisti. I bundisti, precisò, sono stati sterminati nel genocidio nazista. E quelli che non aveva ucciso Hitler, si incaricò di farlo Stalin, mandandoli nei gulag o difronte al plotone di esecuzione. Del bundismo, come della cultura di un popolo che lo yiddish veicolava, non restava quasi niente. (1) Il comunismo anche aveva fallito, si vedeva ogni giorno ovunque nell’Europa dell’Est. E, pronosticò mio padre, ben presto, non ne resterà niente nell’Est né all’Ovest. Ma “noi, i sionisti siamo sempre qua. Israele è una realtà tangibile”. Uno Stato riconosciuto e forte, con un’economia sviluppata, un esercito potente, una società attiva. “Abbiamo vinto”, ripeté lui. Era una maniera di proseguire con me una vecchissima conversazione, di affermare che la scelta della sua giovinezza, che aveva condizionato il resto della sua vita e della sua coscienza politica, era stata la migliore.
Ricordo di aver taciuto. E aver tristemente pensato che questa storia non era finita e che nel suo intimo mio padre lo sapeva. Non mi aveva detto, dopo la fine dei Sei Giorni, nel giugno 1967, che Israele avrebbe dovuto restituire i territori palestinesi conquistati altrimenti avrebbe iniziato un’occupazione coloniale che gli sarebbe stata fatale? Ventitré anni dopo, Israele occupava sempre i Territori palestinesi. Tuttavia, non gli ho detto nulla. Avevo con mio padre un rapporto di stretta vicinanza, ma tra noi c’era uno iato invalicabile, che si chiamava sionismo. La mia vita in Israele, la constatazione della voragine tra il sionismo teorico e ciò che implicava il “sionismo reale”, l’etnicismo che rivendicava, il negazionismo verso l’espulsione dalla loro terra che aveva fatto subire ai palestinesi me ne aveva ben presto allontanato. Dopo esserci scontrati spesso, io e mio padre avevamo finito per chiudere la questione in un armadio a doppia mandata. Per salvare un rapporto che era vitale per tutti e due, non nominavamo più il sionismo né Israele. A che pro? Ci eravamo detto tutto. Il sionismo era la battaglia della sua vita. Sapevo quanto ciò che era diventato Israele fosse lontano da quello che aveva sognato. Ma niente lo avrebbe allontanato. Mio padre è morto nel 2000.
Nel 2005, ho pubblicato un libro che affrontava contemporaneamente l’evoluzione del sionismo, quella della società israeliana e quella palestinese. (2) Nel 2014, il mio editore mi ha proposto di scriverne un seguito. Ho resistito a lungo. Il grande paradosso del conflitto è che ciò accade ogni giorno alimenta l’inestinguibile sete di breaking news delle catene d’informazione e allo stesso tempo nulla di essenziale cambia. Israele continua ad occupare un altro popolo e questo tenta senza successo di far avanzare le sue aspirazioni nazionali. E poi i morti, da una parte e dall’altra (dieci da una parte, uno dall’altra), le espulsioni di popolazioni (100% dalla stessa parte), la confisca di terre, i pozzi bloccati, il muro di separazione, la disperante vita quotidiana dei palestinesi, tra checkpoint e documenti amministrativi permanenti, Gaza bombardata, una volta, due, tre, quattro volte, e di contro gli attentati, gli attacchi con i coltelli di ragazzi disperati…Tutto questo è stato detto, scritto, visto, commentato mille volte. Questa ripetitività lancinante è logorante, schiacciante. La sua logica ferrea. Tra i due protagonisti, israeliani e palestinesi, i rapporti di forza sono troppo squilibrati. E, allo stesso tempo, bloccati. Perché se Israele è troppo forte per perdere, comunque non può vincere. E i palestinesi, se non possono vincere, non possono neanche perdere. Perché il solo fatto di esistere rende impossibile sia una vittoria “finale” israeliana sia una loro sconfitta definitiva.
Tuttavia – non so più quale sia stato l’elemento decisivo –, ho progressivamente iniziato a ricordare sempre più spesso la conversazione con mio padre. Questo mi ha spinto a considerare che mi sbagliavo: delle cose cambiavano. Alcuni fenomeni erano molto nuovi in Israele, erano state votate delle leggi che mai avrei immaginato possibili anche solo un decennio fa. Come anche alcune dichiarazioni di dirigenti israeliani o certi messaggi politici diffusi nella società ebraico-israeliana. Questi fenomeni sono spesso dovuti all’accentuazione di tendenze che esistevano da molto tempo, a volte dagli inizi del sionismo. Tipico è il caso dell’appropriazione con tutti i mezzi possibili delle terre dei palestinesi. Altri sono realmente inediti, come l’avvicinamento di Israele alle monarchie del Golfo arabo-persico.
Oggi tutte le apparenze dimostrano che Israele “ha vinto”. Mai, dalla fine degli anni trenta, il movimento nazionale palestinese è apparso tanto smembrato e impotente. Forte di un sostegno diplomatico internazionale che neanche la reticenza di un Obama è riuscita a contenere, Israele continua quotidianamente l’occupazione di Territori palestinesi con sistematicità metodica, unita a una politica di spoliazione degli autoctoni e a una repressione di cui nessuno parla più, tranne per gli episodi eccezionali, tanto si è radicata nel paesaggio come desolante normalità. Una normalità certamente sconfortante, ma a cui nessuno riesce a capire come porre fine, né chi potrebbe riuscirci. La forza di Israele, tuttavia, è legata alla straordinaria dominazione militare del suo avversario, che ogni giorno spoglia un po’ di più. Questa dominazione si manifesta sul terreno politico, diplomatico, economico, tecnologico, scientifico, accademico, artistico…Chi avrebbe immaginato ancora poco tempo fa che Israele arrivasse quasi a normalizzare le sue relazioni con la gran parte dei Paesi Arabi del Mashrek senza bisogno, prima, di risolvere il “precedente” palestinese? Benché questa situazione resti fragile, rappresenta il suo più grande successo nelle relazioni internazionali di questi ultimi anni. Questo tabu è saltato, ed è un cambiamento radicale, anche se è possibile immaginare che la “questione palestinese” possa un domani risorgere in maniera forte. Comunque mai Israele ha avuto relazioni tanto sviluppate con grandi nazioni emergenti come la Cina, l’India, il Brasile.
Ma c’è di più. Mai l’influenza ideologica di Israele è apparsa così evidente: dal suo impatto sulla “guerra al terrorismo”, di un’importanza fondamentale e che Jean-Pierre Filiu ha ben spiegato in un’opera recente, (3) fino alla capacità di far tacere ogni critica con la minaccia di vedersi tacciati di antisemitismo, questa influenza diplomatica si manifesta simbolicamente con l’abilità israeliana di far adottare da importanti circoli internazionali una nuova definizione di antisemitismo che include la critica al sionismo e a Israele. Tuttavia, contemporaneamente, lo Stato di Israele vive un deterioramento significativo della sua immagine presso la maggior parte delle opinioni pubbliche, Francia e Stati Uniti compresi. In particolare, la sua politica verso il popolo occupato è sempre più spesso oggetto di un’accusa infamante: quella del crimine di apartheid.
È il 14 maggio 2018 che ho preso la decisione di scrivere un nuovo libro, questa volta focalizzato unicamente sulla società israeliana. Quel giorno, Israele celebrava il settantesimo anniversario della sua nascita. Festeggiava anche un altro evento eccezionale: lo spostamento, alla presenza del presidente amaricano Donald Trump, dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Questo trasferimento era una rivendicazione molto vecchia dello Stato ebraico, che non riusciva a raggiungere, perché le Nazioni Unite quasi all’unanimità rifiutavano di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele fintanto che un accordo di pace non avesse risolto le conseguenze della guerra del 1948. Ma Trump non si curava del diritto internazionale. Israele festeggiava il suo trionfo in maniera spettacolare. A Gaza, nello stesso giorno, mentre il mondo guardava verso Gerusalemme, l’esercito sparava sulla folla di giovani che, da un mese e mezzo, manifestavano ogni venerdì davanti al “muro” che Israele aveva costruito lungo la Striscia di Gaza. Ogni volta, l’esercito israeliano sparava pallottole vere, uccidendo tre, cinque o dieci di questi giovani. Là, quel giorno di festa: si contarono 58 morti palestinesi uccisi a distanza da soldati che nessun pericolo minacciava e 1.350 feriti.
Questi fatti suscitarono molte reazioni nell’opinione internazionale, ma molto meno interesse dello spostamento dell’ambasciata. Né Londra, né Parigi, né Berlino, né Il Cairo o Riyadh protestarono. Quanto ai mezzi di informazione, la novità quel giorno era senza dubbio il trasferimento dell’ambasciata. Di morti lungo la frontiera con Gaza ce ne sono sempre (anche se quella strage fu, per quantità, particolarmente importante). Là, mano nella mano, Trump e Netanyahu esprimevano tutto il loro disprezzo verso il diritto internazionale. Si mostravano apertamente, senza nascondersi. Nell’immagine che davano, c’era qualcosa di effettivamente nuovo che diceva come Trump intendesse modificare le regole alla base delle relazioni internazionali dal 1945 sia quanto Israele, in questa strategia, avesse un ruolo di primo piano.

“Quello che non si ottiene con la forza si ottiene usando più forza”

L’idea che la forza sia l’elemento determinante delle relazioni tra gli Stati, ma anche quella che modella in maniera quasi esclusiva queste relazioni, è al cuore del rapporto che da lungo tempo unisce i dirigenti israeliani e gli ambienti vicini a Trump. Diversi studi americani l’hanno dimostrato: nessun’altra società al mondo ha così tanto sostenuto il presidente americano fin dalla sua elezione di quella israeliana. Questo non è casuale, perché il culto della forza le è quasi costitutivo fin dalla sua comparsa. Un esempio ne è la rappresentazione. Un versetto della Bibbia dice che quello che non si ottiene “né con la potenza né con la forza si ottiene con lo spirito” (Zaccaria IV, 6). Il senso biblico è che lo spirito è quello dell’Eterno. Ma la frase riassume oggi, in ebraico moderno, l’idea che ciò che non si ottiene con la forza si ottiene con l’intelligenza. Tuttavia, la saggezza popolare israeliana ha trasformato il versetto del profeta in un detto molto noto e più radicale (a dispetto dell’intelligenza): “quello che non si ottiene con la forza si ottiene usando più forza”.
Tutto è detto: la forza e nient’altro che la forza. Da molto tempo, Israele ha seguito questa linea di condotta – nei successi come nelle sconfitte, senza che modificasse questa convinzione. In tutte le circostanze, come una specie di riflesso pavloviano, in prima battuta non immagina di agire che con la forza. In caso di sconfitta, l’unica conclusione è che la forza ha fallito perché era insufficiente. Il corollario di questa visione è un disprezzo del diritto internazionale profondamente radicato. Non che il diritto internazionale non abbia mostrato i suoi limiti in numerose occasioni, ma la sua esistenza implica un freno delle capacità del più forte d’imporre il suo solo diritto, esattamente come il rispetto dei diritti dell’uomo costituisce un limite intangibile, anche se la sua applicazione viene costantemente aggirata. Fin dai suoi primi giorni, Israele ha contestato questa legittimità del diritto internazionale, esattamente come, negli Stati Uniti, una lunga tradizione nazionalista odia le Nazioni Unite perché stabiliscono una regolamentazione, una limitazione giuridica dell’uso della forza. Mi viene in mente un’intervista (4) con un ex capo dello Shin Bet (il servizio segreto di sicurezza interna). La mia prima domanda era stata: “Nella lotta contro gli avversari che usano il terrorismo, si può rispettare il diritto umanitario internazionale, o derogarvi è nella logica delle cose?” Risposta del capo dei servizi: “Non sono uno specialista di diritto internazionale. Non posso esprimermi che in funzione del diritto israeliano”.
Il diritto internazionale, non lo conosce. Questa logica è in atto fin dai primi istanti dell’impresa sionista in Palestina. È stata mantenuta e rafforzata durante i decenni. È quella che ha portato l’esercito israeliano, per esempio, ad adottare come teoria strategica di riferimento la “guerra preventiva” fin dai primi anni sessanta, cioè una nazione esclusa in tutto o in parte dal diritto internazionale – e questo quasi quarant’anni prima che Condoleeza Rice, all’epoca consigliera per la Sicurezza nazionale di George W. Bush, facesse sua la legittimità della guerra preventiva in alcune circostanze per giustificare l’invasione americana dell’Iraq senza avallo internazionale. In Israele, questo culto della forza, insieme all’impunità di cui gode da decenni, è stata portata con il ritorno al potere di Netanyahu, nel 2009, a un livello di teorizzazione ufficiale mai raggiunto prima. Bisogna ascoltare i propositi di quest’uomo. Incarnano tutta l’evoluzione della società israeliana. Da sempre, quando arrivava a parlare di pace la sua espressione preferita era a peace of deterrence, una “pace dissuasiva”, in altri termini imposta da un forte a un debole costretto e forzato. “Credevamo nella pace attraverso la forza”, così spiegava il Primo ministro israeliano durante la riunione annuale con i suoi diplomatici, nel 2018. Nell’agosto dello stesso anno, dichiarò: “In Medioriente come in molti altri posti, non esiste che una semplice verità: non c’è posto per i deboli. Il debole fallisce, si fa massacrare, è rifiutato dalla storia. Il forte, nella buona o nella cattiva sorte, sopravvive. I forti sono quelli che sanno farsi rispettare, con i quali si stringono alleanze, e a volte quelli con cui si firma la pace”. (5)
Con o senza Netanyahu, questa è la quintessenza dello stato d’animo prevalente in Israele. In realtà, lo è sempre stato, anche quando i laburisti governavano lo Stato (fino al 1977). Ma poi la destra nazionalista ha governato per trentanove anni su quarantatré. Da allora, questo stato d’animo ha assunto la forma di vero e proprio dogma al quale aderisce la stragrande maggioranza della società ebraico-israeliana – impedendo ogni altra forma di pensiero politico. Perché il culto della forza non è dei soli sostenitori della destra o dell’estrema destra. Quando, prima delle elezioni legislative svolte in Israele nell’aprile 2019, Netanyahu ha accusato il suo principale avversario, il generale Benny Gantz, di essere un “debole gauchiste” (6), cosa ha risposto quest’ultimo? Io, un debole? Si è vantato d’aver “ucciso 164 terroristi” con i bombardamenti da lui ordinati su Gaza nel 2014 quando era capo di stato maggiore (questi bombardamenti, secondo le associazioni internazionali, provocarono 2.200 vittime di cui oltre 1.500 civili). Su Facebook, la sua squadra per la campagna elettorale pubblica delle foto di quartieri bombardati con questo titolo: “6.231 obiettivi distrutti. Alcune parti di Gaza tornate all’età della pietra”. Gantz e i suoi sanno che, per vincere, non bisogna farsi catalogare come “debole di fronte agli arabi”.
Questa mentalità dominante, dal carattere tipicamente coloniale, è giunta fino all’adozione dai ranghi militari di una strategia chiamata “dottrina Dahiya”, che inserisce i crimini di guerra contro le popolazioni civili come strategia ufficiale di Israele nella “lotta contro il terrorismo”. Enunciata nel 2008 dal generale Gadi Eizenkot, futuro capo di stato maggiore (2015-2019), questa teoria sostiene che nelle “guerre asimmetriche”, quando il nemico domina un ambiente ostile e dove gode del sostegno della popolazione, delle “distruzioni” massicce delle sue infrastrutture e delle abitazioni dei civili, con l’uso di una “forza sproporzionata”, sono indispensabili per raggiungere i propri obiettivi. Questa “dottrina” porta il nome del quartiere di Beirut dove c’era il quartier generale di Hezbollah libanese durante l’intervento israeliano del 2006. All’epoca Israele ridusse Dahiya in un ammasso di rovine e cenere.(7) In altri termini, Israele fa sua la “strategia” che fu di Vladimir Putin contro i ceceni o di Bashar al-Assad contro la maggior parte del suo popolo. Ma con una differenza specifica. Questi ultimi, e altri, applicano questa strategia, anche Putin o Assad, in proporzioni molto superiori a quelle mai messe in atto da Israele, ma lo fanno senza rivendicarla pubblicamente, per preservare un apparante rispetto del diritto. Israele, al contrario, la inscrive nel suo pensiero strategico ufficiale. Come inseriva, da molto tempo, la “guerra preventiva”.
Questa è la rappresentazione pubblica da parte degli israeliani della negazione esplicito e aggressivo del diritto internazionale, in nome del rifiuto della diluizione razziale, etnica o religiosa del loro Paese, (8) che seduce i nuovi dirigenti identitari che stanno emergendo in tutto il mondo. Nella lotta che, nell’era moderna, contrappone i “mercuriani” agli “apolloniani”, come l’ha definita lo storico di Berkeley Yuri Slezkine,(9) la differenza che oppone i primi, aderenti alla visione di un mondo transfrontaliero aperto, ai secondi, sostenitori del ripiegamento tribale, o etnico, o nazionale, Israele appare oggi come il raggiungimento coerente e il riflesso dell’affermazione del particolarismo contro tutti i seguaci di un universalismo percepito come l’incarnazione della debolezza. Dall’indiano Modi al brasiliano Bolsonaro, dall’italiano Salvini all’ungherese Orban, passando per i dirigenti filippini, polacchi, austriaci, ecc., senza dimenticare Trump ben inteso, tutti questi dirigenti di una nuova estrema destra internazionale eteroclita, che viene definita “illiberale”, ma che si caratterizza prima di tutto per un autoritarismo xenofobo che gode di un grande sostegno popolare, tutti hanno fatto il pellegrinaggio a Gerusalemme questi ultimi anni. Tutti hanno stretto relazioni di vicinanza e comunanza di interessi con Israele, questo piccolo Stato che ha molto da insegnare e che, su molti terreni, ha loro spianato la strada.

Il fascino per Israele dei nuovi dirigenti identitari

Quello che in Israele affascina questi dirigenti, è la capacità di portare avanti, da decenni, una politica che rifiuta i diritti elementari di tutta la popolazione – i palestinesi – senza subirne alcuna conseguenza. È anche il suo “nativismo” congenito, questo modo di assumere con leggerezza e in buona coscienza il diritto dell’etnia dominante di imporre la propria legge alle minoranze e di arrogarsi i diritti che nega loro. Ciò che affascina questi dirigenti, è anche la contestazione senza freno del diritto internazionale. Dopo che Trump ha avallato l’annessione da parte di Israele delle pianure del Golan siriano, dichiarata nel 1981 da una legge israeliana, ma mai riconosciuta dalle Nazioni Unite, Benjamin Netanyahu, discutendo con dei giornalisti, ha dichiarato: “Ormai, esiste un principio importante della vita internazionale: quando fate una guerra d’aggressione e perdete dei territori, non ne chiedete la restituzione”. Poco dopo, sull’aereo che lo riportava nel suo Paese, è tornato ancora su questa innovazione diplomatica: “Tutti sostengono che sia impossibile conservare un territorio occupato. Ma questo [la decisione americana] dimostra che è falso”.(10) Come le guerre fatte da Israele fin dalla sua creazione sono sempre “difensive”, perché, anche quando Israele attacca, lo fa sempre per evitare di essere annientato, questa è tutta una “nuova prospettiva” che viene offerta riguardo alle conseguenze dell’occupazione con la forza in futuro di nuovi territori stranieri. Ricordiamo che la conquista delle pianure del Golan da parte di Israele, al quarto giorno dei sei della guerra del giugno del 1967, ebbe luogo mentre non solo l’aviazione siriana era stata annientata da quella israeliana nella prima ora del primo giorno, ma anche che i siriani dopo…non avevano neanche una pallottola contro le truppe israeliane.
Ancora, quello che affascina questo leader, è l’impunità spettacolare di cui gode Israele. Un esempio tra mille: a metà dicembre del 2018, il quotidiano Haaretz divulgò l’ennesimo “rapporto confidenziale” redatto dal TIPH, (11) un organismo internazionale insediato a Hebron dopo il massacro ad opera di un colono israeliano nella moschea della Tomba dei Patriarchi di Hebron (29 morti e 125 feriti tra i fedeli). Bilancio di vent’anni di attività: Israele ha infranto sempre la legge internazionale a Hebron. Questo rapporto si è aggiunto ai precedenti sul fondo di un profondo cassetto. Ma, questa volta, Israele ne è uscito ancora meglio. Due mesi più tardi, Netanyahu ha preteso la partenza dalla città dei rappresentanti del TIPH. La comunità internazionale ha eseguito.
Ciò che affascina ancora questi dirigenti neo-autoritari, è l’abitudine israeliana a definire “terrorista” chiunque si opponga ai suoi desideri. Così, quando Mahmud Abbas, il “presidente” palestinese, annunciò nel 2014 la sua intenzione di far approvare dall’Assemblea generale dell’ONU una “dichiarazione di indipendenza” dello Stato di Palestina, Avigdor Lieberman, ministro in molti governi a partire dal 2001, trattava questo approccio come… “terrorismo diplomatico”. (12) In senso più ampio, Israele appare ormai a questi dirigenti come il modello della politica da attuare negli ambiti più svariati e non solo nella lotta contro il terrorismo, chiusura delle frontiere o l’espulsione degli stranieri indesiderati.
Ciò che affascina questi dirigenti, infine, è il clima politico che regna nella società israeliana. Unico al mondo, il massiccio sostegno dato dagli israeliani a Donald Trump e a ciò che incarna non è una novità politica. Quando George W. Bush partì in guerra per invadere l’Iraq, nel 2003, Israele fu tra i Paesi la cui popolazione offrì un sostegno plebiscitario alla decisione americana. Ma Bush per molto tempo aveva sperato di salvare la forma e di avere il consenso internazionale prima di agire. Trump non cerca il consenso. Funziona con la rottura della norma. Questo piace più di tutto agli israeliani, che sembrano dirgli “benvenuto nel club”. Chemi Shalev, corrispondente di Haaretz a Washington, riassume: “È la sua indifferenza verso i rifugiati, la sua crudeltà verso gli immigrati, la sua guerra contro il regno della legge, il suo odio per gli stranieri, le sue menzogne senza fine, i suoi insulti grossolani, le sue strizzatine d’occhio ai razzisti e il suo disprezzo per le donne ciò che fa sì che gli israeliani, per ovvie ragioni, si sentano come a casa con Donald Trump. Questo neofita duro e impaziente che parla la lingua franca [in italiano nell’originale. N.d.T.], chiamata dougri [un termine ebraico traducibile approssimativamente con “parlare cash”], quest’uomo è uno di noi, il macho dei nostri sogni e chi non lo ama può andare a farsi fottere”. (13)
Parlare dougri, è quello di Avigdor Lieberman, ministro della difesa, che sostiene che a “Gaza non ci sono innocenti” (14) per giustificare i bombardamenti dell’esercito sui civili. È quello di Ayelet Shaked, ministro della giustizia, quando dichiara: “il sionismo non continuerà a prostrarsi davanti ai diritti individuali”, (15) per approvare l’adozione di una legge che garantisce agli ebrei di Israele dei diritti di cui gli altri cittadini sono privati. In questa atmosfera opprimente, una parte della società ebraica tenta di conservare un pensiero razionale, un senso di umanità e l’idea di diritti universali. Alcuni esprimono la costernazione e lo scoramento che provoca in loro l’evoluzione del Paese. Questi israeliani, poco numerosi ma di una determinazione ammirevole, sono per i diritti dei palestinesi ciò che furono i militanti bianchi contro la segregazione dei Neri nel sud degli Stati Uniti negli anni ’50-’60 [del XX secolo. N.d.T.], o coloro che sostennero la lotta contro l’apartheid negli anni ’70-’80 [del XX secolo. N.d.T.].
Molti, tra questi, dicono di condurre questa battaglia in nome dei “valori ebraici”. In altri termini, parecchi tra loro fondano il loro attivismo su un piano più morale che politico. D’altronde, possiamo osservare che se negli ambienti ultranazionalisti e apertamente razzisti in Israele si ritrova una parte considerevole di ebrei religiosi messianici, la percentuale delle ONG israeliane anti-occupazione che sono state fondate da ebrei religiosi o che si sono formati in un clima religioso è, anche in quel caso, significativa. Tutti costoro, religiosi o meno, sono disperati nel vedere Israele allontanarsi radicalmente da quella visione del mondo che ha caratterizzato il giudaismo dell’era moderna e che si fondava innanzitutto su una concezione progressista dell’uomo e della società. Queste persone non sono solo disgustate dalle condizioni imposte ai palestinesi. Si sentono afflitte dalle conseguenze di cinquant’anni di occupazione sul futuro degli ebrei-israeliani, dominati dal trionfo del tribalismo razzista, dallo spirito gregario, dal rifiuto degli immigrati e il disprezzo di ogni visione universalistica del mondo.
La scrittura di questo libro si è conclusa nel novembre 2019. Due mesi prima, Netanyahu aveva perso delle elezioni legislative che aveva voluto lui stesso e si trovava in una posizione difficilissima, incapace di formare una coalizione e indebolito, dato che il suo partito era stato superato per la prima volta dal 1999 da una formazione concorrente, il partito Blu e Bianco, diretta da ex capi di Stato maggiore. Peggio, il Primo ministro, la cui influenza ipnotica che esercitava sui suoi concittadini sembrava in via di indebolimento, appariva usurato da dieci anni di potere quasi assoluto e soprattutto minato dalle minacce di diversi procedimenti per corruzione, frode e abuso di potere. D’altronde, il 20 novembre, dopo aver tergiversato per due anni, il Procuratore generale dello Stato aveva finito per metterlo in stato d’accusa. Per questo, la cartina politica di fondo del Paese era quasi per nulla evoluta. La destra e l’estrema destra formavano sempre il “blocco” più importante (46 eletti su 120) in Parlamento, e, con i loro alleati dei due partiti ultra-ortodossi (17 eletti), detenevano una maggioranza assoluta. La sinistra sionista era al suo minimo storico: le sue due formazioni ottenevano solo 11 eletti e il 9% dei suffragi. E ancora! Per far questo, i laburisti si erano alleati con una dissidente fuoriuscita…dall’estrema destra laica, di tendenza “sociale” sui problemi economici ma radicalmente ostile ai diritti dei palestinesi.
Riguardo alla formazione che aveva vinto, Blu e Bianco (33 eletti), aveva fatto campagna su un solo tema: fuori Netanyahu. Non una parola sul futuro del conflitto con i palestinesi. Meglio, quando Netanyahu, qualche giorno prima dello scrutinio, aveva annunciato la sua intenzione di annettere la valle del Giordano, nei territori palestinesi occupati, il generale Benny Gantz, patron di Blu e Bianco, si era affrettato a ricordare che aveva espresso questa idea molto prima di lui e che sosteneva l’aumento del finanziamento delle colonie israeliane in Cisgiordania. (16) E, quando Trump aveva licenziato John Bolton, il principale falco della Casa Bianca e il maggior sostenitore di Netanyahu sul rapporto con l’Iran, il numero tre di Blu e Bianco, altro ex capo di Stato-maggiore che era stato anche ministro della difesa di Netanyahu, Moshe “Bugi” Ya’alon, andò in soccorso del leader israeliano, accusando Trump di dar prova di “debolezza” rinunciando a colpire militarmente l’Iran. Quanto a Yari Lapid, capo della frazione laica di Blu e Bianco, aveva applaudito con entusiasmo quando Donald Trump, nel marzo 2019, aveva sostenuto l’annessione dell’altopiano del Golan, occupato dal 1967 da Israele. Infine, quando la casa Bianca aveva dichiarato, il 18 novembre, che le colonie israeliane nei territori palestinesi occupati non erano contrarie al diritto internazionale, non solo Netanyahu aveva chiaramente esultato, ma il generale Gantz, il suo principale avversario, aveva dimostrato lo stesso entusiasmo.
In breve, i dirigenti della “opposizione” a Netanyahu, sulla posta in gioco geopolitica regionale, non hanno posizioni diverse da quelle espresse dal leader del Likud da sempre. Se si aggiunge che questi dirigenti non hanno nulla da dire sulle numerose leggi antidemocratiche adottate durante il decennio in cui lui [Netanyahu, N.d.T.] ha diretto il Paese, si comprende che, sui nodi cruciali per il futuro dello Stato di Israele, quali che siano le sfumature tra gli uni e gli altri, tutti questi leader sono sullo stesso terreno politico che ormai va dall’estrema destra ai laburisti: quello della cancellazione dei diritti dei palestinesi, a iniziare dai diritti politici. In questo senso, che Netanyahu resti al suo posto o “Degage”, (17) queste elezioni non bloccheranno la deriva identitaria che sta vivendo Israele.
Viviamo un periodo in cui la situazione internazionale va rapidamente verso il caos crescente. Un periodo in cui l’antisemitismo sta riemergendo e in cui abbiamo potuto vedere il Primo ministro israeliano – Benjamin Netanyahu – fare comunella con antisemiti dichiarati mentre accusava chiunque criticasse il sionismo di essere antisemita. Un periodo in cui alcuni fanno dell’antirazzismo la nuova minaccia totalitaria che pesa sulla libertà, mentre il razzismo è in aumento costante, dagli Stati Uniti alla Birmania, dal mondo arabo alle democrazie europee – ogni razzismo alimenta l’altro in una spirale infernale. Un periodo in cui la mondializzazione provoca allo stesso tempo mescolanza e la reazione di una parte delle popolazioni bianche che pensano di potersi difendere da questo fenomeno inevitabile barricandosi dietro i muri, fili spinati e politiche migratorie ridicole, quando non oscene, accompagnate dallo sconvolgimento di moltissimi Paesi che chiamiamo “terzo mondo” in un nazionalismo xenofobo e settario esacerbato, rappresentato da Nerendra Modi, il presidente indiano, uno dei più importanti “nuovi amici” di Israele. La confusione generata da questi fenomeni si manifesta nella sconcertante evoluzione dello Stato di Israele e della sua società, nelle conseguenze che provoca per le diaspore ebraiche, particolarmente per le due, tra queste, più importanti, che vivono negli Stati Uniti e in Francia. È questa evoluzione che occorre innanzitutto impegnarsi a conoscere e comprendere prima di riflettere sulle conseguenze che causa per gli ebrei che vivono fuori da Israele.
Da questo punto di vista, la società israeliana, paradossale, molto dinamica, poco democratica ma molto liberale, dove il culto del segreto è particolarmente sviluppato e rispettato (Israele si sente in guerra fin dalla sua nascita) ma dove c’è una sorprendente libertà di parola, offre a chi la osserva un vantaggio raro: al di là delle modalità di comunicazione, dei clichés e delle immagini da dépliant turistico, non è così arduo dire nell’essenziale in cosa consiste la sua evoluzione; perché in Israele è detto quasi tutto, scritto, mostrato – e spesso in modo assai crudo. In modo che chi vuole veramente sapere ciò che accade può saperlo, senza grandi difficoltà. Per questo i capitoli che gli sono dedicati in quest’opera sono basati su fonti, pubblicazioni e interviste, quasi esclusivamente israeliane.
* Sylvain Cypel è stato direttore di Courrier international e redattore capo di Le Monde. Ha coperto i primi anni della Seconda Intifada ed è stato corrispondente di Le Monde negli Stati Uniti dal 2007 al 2013.
Traduzione e cura di Cinzia Nachira
NOTE
(1) Mio padre ha diretto per venti anni il quotidiano francese in yiddish Unzer Wort (La Nostra Parola), un giornale sionista socialista, fino alla sua chiusura.
(2) Sylvain Cypel, Les emmurés. La societé israelienne dans l’impasse, La Découverte, Paris, 2005.
(3) Jean-Pierre Filiu, Main basse sur Israël. Netanyahu et la fin du rêve sioniste, La Découverte, Paris, 2019.
(4) Sylvain Cypel, intervista con Carmi Gilon, “La notion de pression moderée est sérieuse, pas hypocrite” (La nozione di pressione moderata è seria, non ipocrita), Le Monde, 29 giugno 2004.
(5) Dichiarazione durante una cerimonia presso il Centro di ricerche nucleari Shimon Peres, @IsraeliPM, 29 agosto 2018
(6) Gauchiste è un termine difficilmente traducibile, in italiano equivale a sinistroide. N.d.T.
(7) Un aspetto particolarmente simbolico di questa dottrina è stato poco sottolineato. Questa spiega che, per vincere, sono indispensabili distruzioni massicce di quartieri civili. E giustifica questo suo punto di vista con il fatto che la milizia sciita di Hezbollah nuotava come un pesce nell’acqua a Dahiya. Ma, in maniera stupefacente, nasconde un fatto determinante: la guerra fatta da Israele nel 2006 in Libano è finita…con un fallimento politico e anche militare israeliano! Ne convennero gli analisti militari israeliani dell’epoca, anche se lo stato maggiore fece di tutto per smentirli.
(8) In questo caso “diluizione” va inteso come ostacolo alla purezza, privo di elementi estranei, cui invece puntano. Di questo argomento Sylvain Cypel dedica il quarto capitolo del libro. N.d.T.
(9) Questa contrapposizione costituisce la trama del libro di Yuri Slezkine, Le Siècle juif (Il Secolo ebraico), La Découverte, Paris, 2008.
(10) David Halbfinger e Isabel Kerchner, “Golan heigts recognition by US sets precedent for annexion. Netanyahu says” (Il riconoscimento del Golan da parte degli Stati Uniti costituisce un precedente per l’annessione. Dice Netanyahu), New York Times, 26 marzo 2019
(11) Il TIPH (Temporary International Presence in Hebron) è un’organizzazione di sorveglianza internazionale risultato dell’accordo siglato nel 1994 tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese e composta da 64 rappresentanti di cinque Paesi (Italia, Norvegia, Svezia, Svizzera e Turchia)
(12) “Diplomatic terrorism”, Middle East Monitor,17 febbraio 2014.
(13) Chemi Shalev, “Pew poll proves Israeli’s isolation as adoring Trumpland” (Un sondaggio del centro di ricerca Pew poll, l’isolazionismo israeliano come adorazione della Trumpland), 2 ottobre 2018
(14) Tovah Lazaroff, “There are no innocents in Gaza, says Israeli defense minister” (Non ci sono innocenti a Gaza, ha detto i ministri israeliano della difesa), Jerusalem Post, 8 aprile 2018
(15) Revital Hovel, “Justice minister slams Israel’s top court, says it disregards zionism and upholding Jewish majority” (Il ministro della giustizia attacca la Corte Suprema, sostiene che ignora il sionismo e appoggia la maggioranza ebraica), Haaretz 29 agosto 2017
(16) “Jordan Valley will always remain under Israeli control, Gantz vows” (La Valle del Giordano rimarrà sempre sotto il controllo israeliano, promette Gantz), Haaretz, 31 luglio 2019
(17) Degage! (Fuori!) è lo slogan che ha caratterizzato la rivoluzione tunisina iniziata nel dicembre 2010 e poi diffusasi in molti Paesi arabi dove questo slogan fu ripreso largamente. N.d.T.