Un tentativo di fare luce sulla dinamica imperialista “multipolare” intorno al conflitto in Siria e di comprenderla a livello teorico. Lower Class Magazine, 26.2.2020Ciò che nel febbraio 2020 si compie in Siria tra la Turchia e la Russia, è straordinario perfino nelle relazioni capitalistiche. Mentre truppe turche e russe sul confine tra la Turchia e la regione autonoma in Siria del nord Rojava eseguono pattugliamenti congiunti, continuamente attaccati con lanci di pietre da curdi infuriati, aerei da guerra russi pochi chilometri più a sud nella provincia di Idlib nel nordovest della Siria bombardano jihadisti sostenuti dalla Turchia e truppe turche, che hanno già dovuto subire rilevanti perdite.

I soggetti statali tardo-capitalisti non sono persone, non sono soggetti del mercato borghesi che nel loro comportamento di concorrenza perlopiù sono piuttosto unidimensionali. I mostri statali imperialisti possono cooperare tra loro, creare cartelli e alleanze e allo stesso tempo disputare violenti conflitti in altri ambiti politici o sfere di influenza. Chi s’accapiglia si piglia – questa la secolare sanguinosa normalità degli scontri imperialisti in cui milioni di persone sono state e sono tuttora bruciate.

L’intricata situazione in Siria, dove cooperazione e scontro di due potenze imperialiste nel loro omicida “Great Game” sono vicine, è espressione delle contraddizioni nella relazione russo-turca portate al culmine. Mentre Mosca e Ankara da un lato si fanno la guerra, dall’altro vogliono cooperare e traggono enormi vantaggi da questa cooperazione. Così negli ultimi mesi e anni è stato possibile iniziare o realizzare alcuni importanti progetti di politica economica, vantaggiosi per entrambe le parti.

Dipendenza unilaterale – Cooperazione russo-turca

Il gasdotto Turkstream entrato in servizio all’inizio del 2020, che trasporta gas russo attraverso il Mar Nero fino in Turchia, porta sia per il Cremlino sia per Ankara enormi vantaggi strategici dato che – insieme al gasdotto nel Baltico – aiuta la Russa a diversificare i percorsi di transito del metano russo verso l’Europa occidentale e avvicina Ankara all’agognato ruolo di piattaforma girevole della politica energetica sul fianco sudorientale dell’UE. Inoltre entrambe le parti hanno concordato la costruzione di una centrale nucleare russa in Turchia che porta all’industria nucleare russa una commessa estera e aiuta Ankara a ridurre la sua dipendenza da importazioni di energia e apre alla possibilità di una bomba atomica turca.

Queste relazioni di politica commerciale tuttavia sono caratterizzate da una dipendenza unilaterale, dato che la Turchia è dipendente dalla Russia in misura molto maggiore che viceversa – questo soprattutto nell’importazione di combustibili fossili. Qui il Cremlino, che nell’esportazione in caso di bisogno può chiudere Turkstream e spostarsi su altri gasdotti, ha chiaramente la leva più lunga del potere.

Altre sovrapposizioni di interessi tra Ankara e Mosca esistono in geopolitica, come ha dimostrato l’acquisto strategico del sistema antimissile russo S-400 da parte della Turchia che ha suscitato indignazione a Washington e che grava pesantemente sulla relazione turco-statunitense. Ankara e Mosca – insieme all’Iran – hanno un interesse a contenere l’influenza dell’occidente nella regione – qui in particolare quella degli USA. Questa alleanza a breve termine tra Ankara e Mosca è stata motivata anche dall’interesse comune nella distruzione dell’esperimento di democrazia dal basso in Rojava che tutti i regimi e racket autoritari e islamisti nella regione vedevano come una minaccia esistenziale, con la Turchia clerico-fascista e il regime teocratico in Iran che per via delle loro sostanziali minoranze curde qui sono state pronte a una puntuale cooperazione con particolare rapidità.

Sul cadavere del Rojava – il tradimento degli USA

Proprio la temporanea collaborazione degli USA con le FDS curde al fine di combattere lo Stato Islamico, ha contribuito in modo particolare allo screzio tra Ankara e Washington, che Mosca con concessioni nei confronti di Erdogan, culminate con l’invasione di Afrin, voleva forzare il più possibile. Si potrebbe perfino argomentare che l’avvicinamento tra Mosca, Teheran e Ankara sia avvenuto proprio sul cadavere del catone autogovernato di Afrin in Siria del nord – che si trovava nella sfera di influenza della Russia – e che Putin ha gettato in pasto alla soldatesca turca per sganciare la Turchia ulteriormente dalla sfera di influenza occidentale.

Con il tradimento degli USA nei confronti del curdi della Siria del nord nello scorso ottobre, a questa sciagurata alleanza reazionaria, rivolta contro gli USA come contro la svolta emancipatrice in Siria del nord, è stato sottratto il più importante denominatore comune. Come Putin con il sacrificio di Afrin al clerico-fascismo turco si impegnava a staccare la Turchia dall’occidente, così Trump con il tradimento nei confronti dei cantoni orientali del Rojava ha voluto motivare i turchi a rivedere l’avvicinamento a Mosca.. Gli USA con questo hanno usato i curdi nella lotta contro Stato Islamico per poi consegnarli alla potenza regionale islamista che e stata tra i più importanti sostenitori dello Stato Islamico, dato che l’Amministrazione Autonoma curda in Siria del nord rappresentava il più importante punto di scontro nell’allontanamento tra Ankara e Trump.

In effetti questo brutale calcolo imperialista di Washington, dove nonostante la perdita dell’egemonia si vuole ancora esercitare un’influenza determinante nell’impostazione della regione, sembra tornare. Gli USA hanno tradito il Rojava e si sono in larga misura ritirati dalla Siria, occupano ormai solo i campi petroliferi in Siria dell’est – insignificanti a livello regionale. Ma non lo fanno per vendere questo petrolio sotto loro regia, come probabilmente crede solo Trump, ma per spingere verso l’alto i costi dell’intervento della Russia e degli eventuali sforzi di ricostruzione in Siria, così come per spingere un cuneo nell’asse Damasco–Teheran.

Ma, e questo è decisivo, dal parziale ritiro di Washington, le differenze delle potenze regionali prevalgono sul precedente interesse nella rimozione degli USA. Ora la Russia si trova sotto pressione in Siria, si deve scontrare con Ankara e gestire il complesso groviglio di interessi nella regione. Washington si limita a speculare sul sovraccarico che questo genererà su Mosca.

La potenza egemonica si dimette

Ciò che ora con questo si dispiega nella regione è semplicemente quella realtà di un “ordine mondiale multipolare” che è stato promosso da tutti gli sfidanti dell’egemonia USA nelle scorse decadi. Gli USA, da tempo compresi nel declino di egemonia – almeno nel Vicino e nel Medio Oriente- hanno definitivamente perso il loro ruolo stabilito dal decadimento del blocco orientale come “potenza ordinatrice” globale militare che ha potuto in larga misura monopolizzare interventi, spedizioni punitive e invasioni nella periferia del sistema mondiale per ben tre decadi. In questo vuoto ora si affollano molti piccoli rampolli USA che emulano il grande e sciupato esempio al di là dell’Atlantico. e perseguono il proprio calcolo geopolitico e imperialista.

La potenza egemonica si dimette – ma l’imperialismo resta, dato che il suo fondamento economico, la modalità di produzione capitalista scossa dalle crisi e divorata dalle contraddizioni, continua a esistere. E ancora: la discesa degli Stati Uniti economicamente devastati dalla crisi e in larga misura deindustrializzati, non è più accompagnata dall’ascesa di un nuovo egemone globale che a sua volta riuscirebbe a monopolizzare il larga parte l’uso della forza militare. Nessuna grande potenza – neanche la Cina – è in grado di farlo; a causa di crescenti tendenze di crisi come un indebitamento degenerato. La conseguenza: il ritiro parziale degli USA non è accompagnato dalla fine delle tensioni, ma dalla loro diversificazione “multipolare”.

Nella regione quindi l’Iran sciita e l’Arabia saudita sunnita nelle loro rispettive aspirazioni egemoniche dispiegano una crescente dinamica di competizione geopolitica, a seguito della quale a ad esempio lo Yemen è stato investito da una sanguinosa guerra per procura nel quale gli USA svolgono un ruolo solo marginale. Questa inflazione del potenziale conflittuale in un sistema mondiale tardo-capitalista in transito verso una dissoluzione, così può essere compreso proprio in base alle concrete linee di conflitto nella regione – questo in particolare rispetto alla Turchia clerico-fascista animata da follia neo-ottomana. Erdogan deve espandersi, dato la grave crisi economica in Turchia gli impone di superare gli sconvolgimenti socio-economici in crescita nel Paese attraverso l’espansione esterna. In questo non si tratta solo del classico fomentare umori sciovinisti per distrarre così dal permanente dover stringere la cinghia di ampi strati della popolazione in Turchia, ma di strategie molto concrete di rimozione delle masse di persone economicamente “superflue” prodotte dalla crisi di sistema nella regione.

Idlib – vicolo cieco geopolitico

Idlib come protettorato turco informale deve servire soprattutto a concentrarvi le masse di sfollati prodotte dalla guerra civile siriana, dato che a causa della crisi della Turchia non possono più essere usati come schiavi a basso costo. Simili piani per la costruzione di una specie di gigantesco ghetto per profughi ci sono nella regione del Rojava occupata dalla Turchia, dove si vuole concludere la “pulizia” etnica della popolazione curda da parte della soldatesca turca con l’insediamento di islamisti e la deportazione di profughi. Questo modo di procedere di Erdogan, che da tempo usa i profughi come arma politica nei confronti dell’UE, gli ha fruttato il sostegno tattico e finanziariamente solido di Berlino, dove a causa dell’ascesa della Nuova Destra si ha il panico di ulteriori „ondate di profughi“. Merkel nella sua ultima visita in Turchia in fin dei conti si è decisa a finanziare le pulizie etniche in Rojava. Profughi e tendenze di isolamento, così ormai formano – oltre alla lotta per risorse e vettori energetici – un nuovo fattore centrale nelle schermaglie È in un certo senso un vecchio, nuovo ordine mondiale, che ora si va stabilendo.

La drammaticità e pericolosità della situazione a Idlib, che può avere un’escalation in ogni momento, d’altro canto risulta dalla semplice condizione che entrambe le parti – sia la Turchia sia la Russia – nonostante tutta la cooperazione illustrata, non possono più coprire o superare i loro crescenti conflitti di interessi geopolitici. Erdogan a stento può permettersi politicamente una perdita di Idlib, con tutta la prevedibile fuga di massa nella Turchia economicamente scossa, dato che questo minaccia il suo dominio – e letteralmente la sua esistenza fisica. Il Cremlino a sua volta in fin dei conti difficilmente può passare a svendere parti della Siria a lungo termine alla Turchia nell’ambito di accordi geopolitici, se Putin veramente vuole affermare la Russia come un fattore di potere regionale affidabile nel Vicino e nel Medio Oriente. Entrambe le parti si trovano in un vicolo cieco geopolitico, dalla quale il perdente può evadere solo con una massiccia perdita di prestigio e influenza.

I limiti delle ambizioni di dominio turche

Inoltre il gioco di Vabanque di Erdogan, nel quale Ankara nell’ambito dell’aspirazione al dominio regionale ha oscillato con successo tra oriente e occidente per estorcere sempre nuove concessioni da Mosca (Afrin), Washington (Rojava orientale) e Berlino (denaro e investimenti), è arrivato ai suoi limiti. Anche questa volta l’atteggiamento di scontro turco nei confronti della Russia è andato di pari passo con un rapido avvicinamento all’occidente, soprattutto agli USA, ma Erdogan non è riuscito a ottenere da parte dell’amministrazione Trump un solido sostegno militare. Le richieste potenzialmente incendiarie di Ankara di sistemi antiaerei statunitensi o di una zona di divieto di sorvolo su Idlib, si sono perse nella sabbia dato che il Pentagono non vuole rischiare la 3a guerra mondiale. Gli USA sono in preda alla discesa, ma continuano a costituire un importante fattore di potere nella regione – in modo simile al Gran Bretagna del dopoguerra che perfino nella crisi di Suez del 1956 cercò senza successo un comeback imperialista.

Washington attualmente è semplicemente impegnata nel preoccuparsi del fatto che il tradimento commesso lo scorso ottobre nei confronti dei curdi, ora sia valso la pena dal punto di vista geopolitico. La perdita di immagine dell’autunno 2019 – che renderà sommamente più difficile agli USA la formazione di alleanze nella regione – in primavera dovrà portare una rendita geopolitica fomentando il più possibile il conflitto tra Ankara e Mosca, per così spingere la Turchia di nuovo nella sfera di influenza occidentale. Anche questo è un atto di equilibrismo che Washington deve compiere: si tratta di fomentare lo scontro attraverso manifestazioni di solidarietà retoriche e pubbliche al regime di Erdogan, senza mai diventare concreti. L’Amministrazione Trump nell’anno elettorale 2020 deve evitare a tutti costi un’escalation militare in Siria – soprattutto in un eventuale duello tra Trump e il candidato anti-guerra Sanders.

In questo Putin ha scelto un buon momento per cercare lo scontro alla fine inevitabile con Erdogan, dato che questi nella sua spinta espansionistica – mossa da contraddizioni interne alla Turchia – si è in larga misura isolato a livello regionale. I Paesi arabi, come per esempio la Giordania e l’Egitto, per via delle ambizioni neo-ottomane di Erdogan formano un fronte anti-turco quasi compatto, mentre ampie parti dell’UE, guidate dalla Francia, si trovano in lite con la Turchia per via degli scontri sui vettori energetici davanti alle coste di Cipro. Coordinate da Parigi, le parti dell’UE così si sforzano di mettere limiti univoci alle aspirazioni di egemonia turche. Gli USA a loro volta incoraggeranno Erdogan solo verbalmente allo scontro con Putin, dato che a Washington l’acquisto degli S-400 russi, non verrà perdonato tanto presto e soprattutto non tanto a buon mercato. Questo a prescindere dal fatto che a Ankara si rifletterà molto bene se buttarsi di nuovo tra le braccia di una grande potenza che secondo le convinzioni turche avrebbe sostenuto il fallito golpe contro Erdogan.

L’evidente, quasi completa erosione dell’egemonia USA, così ha portato al fatto che molti Stati capitalisti nella regione (Turchia, Russia, parti dell’UE, Arabia Saudita, Iran) possano far valere di più i loro interessi dal punto di vista geopolitico; si crea una dinamica multipolare di diversificati interessi imperialisti regionali che possono manifestarsi in modo molto più forte e chiaro, dopo che la pressione egemonica della macchina militare USA svanisce. Questo precario ritorno a un imperialismo instabile senza egemone, in molti osservatori che sono abituati a ragionare in termini delle posizioni dei fronti dell’epoca dell’egemonia USA, crea confusione e disorientamento. Gli USA, spesso percepiti nella critica accorciata del capitalismo come fonte di ogni male, si sganciano, ma le guerre imperialiste assassine, fomentate in fondo dalla contraddittoria costrizione alla messa a valore del capitale, sono rimaste. L’incombente escalation a Idlib, in fin dei conti rappresenta anche una figuraccia dell’ottuso anti-americanismo tedesco [e non solo tedesco, NdT] che da sempre si è nutrito primariamente non tanto di una motivazione anti-imperialista fuorviata, ma di pura invidia imperialista.

di Tomasz Konicz

#Immagine: soldati turchi e statunitensi in Siria, Wikipedia