Il 13 febbraio scorso, in un video dai toni piuttosto amichevoli e distesi, Teresa Rodríguez (di Anticapitalistas, l’organizzazione della sinistra di classe cofondatrice di Podemos sei anni fa) e Pablo Iglesias (Segretario di Podemos nonché fiammante Primo Vicepresidente del governo spagnolo) hanno annunciato la separazione delle due organizzazioni, almeno in Andalusia, per profonde divergenze politiche rispetto al progetto di Podemos ed il suo ingresso al governo.

La novità di questa separazione è che non si svolge secondo l’abituale copione, così caro alla sinistra -di classe e non- di una lotta interna dai toni fratricidi per rubarsi qualche voto (o qualche soldo) ma in un corretto stile di confronto politico, anche se duro.

Era, d’altra parte, una separazione annunciata, soprattutto da quando Podemos ha deciso qualche mese fa, con la sua caratteristica “democrazia digitale”, non solo di entrare in un governo con il PSOE (ottenendo cinque ministeri di scarso peso) ma di accantonare sostanzialmente il suo profilo di sinistra radicale alternativa per vestire i panni di un partito ragionevolmente riformista. 

Due giorni dopo, il comunicato di Anticapitalistas che riproduciamo, non lascia adito a molte interpretazioni: non si tratta di un rimescolamento di carte in una direzione locale di Podemos o, come era stato intenzionalmente avanzato, della creazione di un nuovo partito nazionalista di sinistra in Andalusia. Si tratta di una scelta coerente e piuttosto coraggiosa di una corrente di sinistra di classe che non è disposta a diventare complice di quella che si configura come un’avventura politica a fianco della principale forza politica liberal progressista spagnola. Il programma del nuovo governo, d’altra parte, è piuttosto trasparente su un punto chiave: agire all’interno delle direttrici economiche e politiche dell’Unione Europea e, più in generale, dell’assetto capitalista del mondo, unico sistema possibile e auspicabile.

Nella prossima conferenza statale di Anticapitalistas a Madrid, il 28 marzo, si chiariranno definitivamente le decisioni dell’organizzazione ed il suo progetto di futuro. E’ però ovvio che con questa rottura finisce, anche simbolicamente, la tappa di Podemos come organizzazione erede del grande movimento degli indignados. Chi raccoglierà quell’eredità? Chi sarà in grado, nello Stato spagnolo, di dialogare e di stabilire strategie comuni con la sinistra di classe basca e catalana? Queste, fra molte altre questioni, sono quelle che si porranno nella capitale dello Stato spagnolo il 28 marzo.

Fabrizio Dogliotti


  • Le decisioni prese da Podemos nell’ultimo mese indicano una direzione che non condividiamo. L’ingresso di cinque ministri di UP in un governo progressista-neoliberista egemonizzato dal PSOE, in cui questo partito controlla i principali meccanismi del potere, lungi dall’indebolire l’attuale regime politico, significa integrarsi in quest’ultimo e considerare la sua gestione come l’unico orizzonte possibile. La nostra proposta di negoziare l’insediamento del governo con il PSOE e passare all’opposizione per continuare la lotta per la costruzione di un progetto che articolasse una maggioranza costituente, è stata scartata dal Podemos attualmente esistente. Non condividiamo neppure la politica di patto e consenso sociale, che rinuncia allo scontro con i grandi poteri economici. In questo senso, riscontriamo che esiste una differenza enorme tra gli obiettivi del Podemos che avevamo contribuito a fondare sei anni fa e la sua attuale deriva, attraverso la quale si è passati dal contestare la classe politica e le élite economiche a trasformarsi in parte della prima senza toccare i benefici delle seconde.
  • Comprendiamo anche che buona parte del popolo di sinistra condivida il sollievo di fronte alla formazione del governo. La paura dell’estrema destra e la stanchezza dopo anni di mobilitazioni rendono comprensibile questa posizione, che capiamo e rispettiamo. Tuttavia, crediamo che gli obiettivi di questo governo siano assai poco ambiziosi, anche se ci si pone all’interno del quadro del sistema. Per questo, il nostro compito immediato è cercare di promuovere un nuovo ciclo di lotte che eviti il ripiegamento delle piazze: l’8 marzo affinché vada avanti la lotta femminista, poi per richiedere l’abrogazione delle riforme del mercato del lavoro, la regolamentazione degli affitti, la chiusura dei CIE (Centri Internamento Stranieri), per proibire i licenziamenti nelle imprese che realizzano profitti, per fermare gli sfratti e rompere con l’applicazione dell’articolo 135 della Costituzione (modificato nel 2011, che prevede il concetto di stabilità del budget dello Stato per pagare il debito pubblico, N.d.T.). Senza pressione popolare organizzata, non ci saranno conquiste. Senza conquiste che valga la pena difendere, che distribuiscano la ricchezza ed il potere in favore degli sfruttati, potrebbe generarsi una dinamica pericolosa, in cui l’estrema destra potrebbe estendere la sua demagogia maschilista, razzista, autoritaria e al servizio dei ricchi.
  • In questo contesto, senza analizzare il dissanguamento che Podemos ha subito come organizzazione negli ultimi anni e senza un processo sufficiente di discussione politica preliminare, l’Assemblea Cittadina appare come una mera ratificazione della sua direzione e della strategia adottata di subalternità al PSOE.
  • Per questo, come Anticapitalistas, abbiamo concordato di non partecipare alla prossima Assemblea Statale di Podemos e di concentrare il nostro dibattito per stabilire quale sia il nostro rapporto definitivo con questo progetto che abbiamo contribuito a creare e al quale abbiamo dedicato tanti sforzi. Il nostro processo interno di dibattito culminerà il 28 marzo con una conferenza in cui esprimeremo la nostra decisione definitiva. In tutti i casi, auguriamo buona fortuna alle persone che decidono di partecipare all’assemblea di Podemos, essendo sicuri che continueremo ad incontrarci e a lavorare insieme in molti ambiti.