Qualche giorno fa tre egiziani testimoni del pestaggio a morte di un migrante nel Cpr di Gradisca sono stati rimpatriati nel loro paese. Mentre rimane immobile sul caso Regeni, lo stato italiano continua a considerare un posto sicuro il regime di al-Sisi

Oggi, 25 gennaio 2020, cade il quarto anniversario del rapimento di Giulio Regeni, il dottorando dell’università di Cambridge torturato e ucciso al Cairo dalle forze di sicurezza egiziane. Qualche giorno fa, secondo quanto riporta l’assemblea contro il Cpr e le frontiere del Friuli-Venezia Giulia, tre uomini egiziani – testimoni del pestaggio di Vakhtang Enukidze, il cittadino georgiano morto nelle mani dello Stato a Gradisca d’Isonzo – sono stati rimpatriati: lo Stato italiano, chiamato a far luce sulla morte di un individuo posto sotto la sua custodia, ne consegna i testimoni allo Stato egiziano, che da quattro anni depista le indagini sulla tortura e l’omicidio per mano dei propri agenti di un cittadino italiano. Il Cpr di Gradisca dista da Fiumicello, dove è cresciuto Giulio Regeni, soltanto sedici chilometri.

Lo scorso anno, in un articolo apparso su queste pagine, avevamo ricostruito il processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Italia e Egitto avvenuto nel 2018 attraverso la costruzione mediatica di una rinnovata presentabilità del dittatore al-Sisi, l’intensificazione delle visite diplomatiche in Egitto degli allora ministri gialloverdi e il consolidamento dei rapporti economici soprattutto nell’industria bellica. Avevamo anche segnalato la continuità nelle prassi e nelle retoriche tra il governo Renzi e il primo governo Conte nella gestione della vicenda Regeni. Considerato che l’attuale esecutivo non è che un rimescolamento di alcune componenti dei due precedenti, la rinnovata ignavia nell’affrontare il caso e lo zelo nel ribadire la fedeltà amicale ad al-Sisi non destano più alcuna sorpresa.

Alla luce di un simile contesto, rimasto sostanzialmente immutato nelle sue coordinate principali, è bene ribadire sin dall’inizio che scrivere questo articolo in occasione di un anniversario non è un atto consolatorio: rifiutiamo ogni forma di imbalsamazione del ricordo e crediamo che non esista memoria possibile se non quella radicale esercitata collettivamente, fuori dagli spazi del lutto istituzionale. Pubblicare questo testo, così come essere nelle piazze questo 25 gennaio, è un atto performativo: oggi, proprio come il 25 gennaio di tre anni fa, «mantenere l’attenzione sulla vicenda e sulle responsabilità italiane ed egiziane rispetto all’andamento delle indagini diventa un compito politico e intellettuale». A questo si aggiunge il bisogno di fare della storia di Giulio Regeni uno strumento per tradurre nella sfera mediatica italiana le vicende delle tante Giulia e Giulio d’Egitto che hanno resistito e resistono al regime di al-Sisi, cioè di renderla un grimaldello per provare a scassinare le camere stagne del potere.

La storia di Alaa

La sofferenza non coincide con il sacrificio e il corpo non è una macchina. Il dolore non è soltanto tuo; ogni individuo appartiene ad una classe sociale e queste classi emergono con il procedere della storia. Puoi diventare un soggetto della storia, invece che la sua vittima. Fai del tuo dolore una rivoluzione: la tua sofferenza è resistenza. 

Queste parole le scriveva Alaa Abdel Fatah poco prima di venirearrestato nell’ottobre scorso da parte delle forze di sicurezza egiziane. Alaa non è nuovo alla prigione – era stato rilasciato appena sei mesi prima dopo una condanna a cinque anni di reclusione – e l’apparato repressivo del regime lo tiene sotto controllo da anni: è uno degli attivisti più in vista del fronte che si oppone ad al-Sisi ed è molto seguito sia in Egitto sia fuori. Nonostante la notorietà, Alaa viene torturato dai propri carcerieri; la minaccia delle autorità è chiara: se la notizia delle violenze subite giungerà all’esterno, le torture si inaspriranno, ma Alaa sceglie comunque di testimoniare, tramite i familiari, quanto sta accadendo a lui e alle migliaia di persone detenute dopo l’ultima ondata di arresti del regime.

Abdel Fatah ha scritto pagine memorabili sulla sua permanenza nelle prigioni del Cairo, mettendo a fuoco la natura violentemente somatica della carcerazione. «Non appena una persona è rinchiusa dietro le sbarre – raccontava – diventa un corpo docile, senza storia né segni particolari, privo di bisogni individuali, esattamente come gli altri detenuti. La sua voce e ciò che essa afferma riguardo al suo corpo non hanno peso». La prima lezione da apprendere in carcere riguarda pertanto come non ammalarsi, perché la salute dei prigionieri non è degna di nota e spesso la negligenza consapevole delle guardie conduce alla morte. Anche la violenza poliziesca si abbatte sui corpi in scoppi di rabbia pre-riflessiva, slegata da ogni considerazione retributiva o addirittura strategica – e così un uomo anziano viene letteralmente ucciso da una pioggia di calci, perché non riesce a sopravvivere al rito d’iniziazione messo in atto dai carcerieri. L’unica eccezione al disinteresse per le condizioni fisiche dei prigionieri si ha nel momento della perquisizione. Resistere all’umiliazione quotidiana del venire perquisiti nel periodo seguente la scarcerazione, riflette Alaa, «consuma gran parte delle energie della giornata». La risposta somatica a questa riduzione del corpo a sostanza subumana è la dissociazione, il parziale distacco della sfera fisica da quella della consapevolezza di sé: 

Di recente il mio corpo ha iniziato a dissociarsi dalla coscienza. Non percepisco la fame o la sete e dimentico di mangiare e bere. Andare in bagno nelle ore di libertà richiede lunghi rituali da praticare in momenti specifici; corpo e mente si agitano, se non li seguo.

Nonostante tutte le ingiustizie e i soprusi, Abdel Fatah è, paradossalmente, un privilegiato: fino al suo ultimo arresto non ha subìto aggressioni particolarmente gravi da parte della polizia giudiziaria e anche quando è stato torturato ha avuto la possibilità – pagata a caro prezzo – di far trapelare la notizia all’esterno. Ai tentativi di declassamento della sua persona a mero organismo e di questo a materia inanimata sulla quale infierire liberamente ha contrapposto quel grado zero dell’agire politico che è la politicizzazione del corpo. Ha scelto di usare la visibilità di cui gode per rendere noto ciò che sta accadendo, mostrando come il regime non abbia remore a torturare anche gli oppositori più conosciuti. Alaa ha attivato quella che chiamavamo logica dell’esemplarità; pur non appartenendo propriamente alla categoria dei semplici prigionieri politici, ha finito con il metterne in evidenza la centralità proprio nel suo espandersi a dismisura fino a includere figure finora parzialmente immuni alla repressione più estrema: se persino un attivista come lui, o come l’avvocata Mahienour al-Massry o la fondatrice del Movimento 6 aprile Esra Abdel Fatah, possono venire torturati per il semplice fatto di essere contrari alla dittatura, allora niente è più impossibile nello scenarionecropolitico egiziano. 

La storia di Vakhtang 

È  verso questo Egitto che tre cittadini egiziani reclusi nel Cpr di Gradisca d’Isonzo sono stati espulsi, dopo aver raccontato di aver assistito al pestaggio di un altro trattenuto, Vakhtang Enukidze. Le testimonianze dei compagni di cella di Enukidze, raccolte prima dall’Assemblea no Cpr del Friuli-Venezia Giulia e rilanciate poi da una delegazione di parlamentari e avvocati che hanno avuto accesso al centro, raccontano di come Enukidze sia stato brutalmente picchiato dalle forze di polizia presenti nel Cpr. I Cpr, vere e proprie istituzioni totali e dimostrazione tangibile della natura super partes del razzismo delle politiche di gestione dei flussi migratori, sono luoghi in cui si continua a morire con la complicità (o la responsabilità diretta) di quello stesso Stato che si erge ipocritamente a baluardo dei diritti fondamentali. Vakhtang Enukidze è morto, come Giulio Regeni, mentre era sotto la tutela di uno Stato del quale non era cittadino: secondo i suoi compagni di prigionia, Vakhtang è morto, come Giulio, per mano delle forze dell’ordine. Tuttavia, la storia di Vakhtang, che sta avendo una certa eco in Georgia, anche se la versione dei suoi compagni di cella stenta a diffondersi, diventerà difficilmente un simbolo d’ingiustizia noto all’opinione pubblica in Italia, a dimostrazione dell’esistenza di gerarchie del lutto razziste e classiste.

In un certo senso, anche il rimpatrio dei tre cittadini egiziani dopo la morte di Vakhtang è collegato a doppio filo alla morte di Regeni: se l’Egitto non fosse considerato un paese sicuro, come sarebbe auspicabile dopo la tortura e l’uccisione di un cittadino italiano ma impossibile per ragioni economico-politiche, l’Italia non potrebbe rimpatriarvi nessuno. Invece, un documento della Camera dei deputati parla di 164 rimpatriati in Egitto (quarto Paese dopo Albania, Tunisia e Marocco) dal primo gennaio 2019 al 15 giugno dello stesso anno, su un totale di 6.862 rimpatri tra il primo agosto 2018 e il 31 luglio 2019.

Dedicare la prima parte di un articolo sugli sviluppi (o l’assenza di sviluppi) della vicenda Regeni a storie molto più recenti, riguardanti persone diverse, destini differenti, biografie magari lontanissime è una scelta precisa: si tratta di sottrarsi all’imbalsamazione narcotica della ritualità istituzionale per sottolineare la natura multidirezionale della memoria, il suo stabilire senza posa rimandi, connessioni inattese e alle volte arbitrarie, analogie rivelatrici tra eventi apparentemente lontani che tuttavia possono illuminarsi a vicenda. I rituali non sono di per sé volti alla conservazione dei rapporti di potere esistenti: lo sono quelli fatti propri dalle autorità, non certo quelli che tengono viva la possibilità di un futuro radicalmente diverso. Lo sanno bene i militari egiziani, che oggi presidieranno in grandi numeri le strade del Cairo per una giornata che è non solo l’anniversario della scomparsa di Giulio, ma coincide anche con quello dell’inizio della rivoluzione del 2011.

La storia di Giulio

Avevamo parlato per la prima volta di esemplarità proprio in riferimento alla figura di Regeni, al suo venire definito come «il primo martire non egiziano della rivoluzione». La sua storia ha rappresentato, per i paesi cosiddetti occidentali e in primis per l’Italia, un modo per aprire gli occhi su quanto accade – con la nostra complicità politica ed economica – sull’altra sponda del Mediterraneo. Questa dinamica si era vista all’opera, fra l’altro, nei report delle organizzazioni umanitarie (che facevano riferimento alla sorte terribile inflitta a un cittadino europeo per sottolineare il grado di vulnerabilità ancora maggiore sperimentato da egiziane ed egiziani), mentre i governi di entrambi i paesi tentavano per ragioni diverse di disinnescare tale potenziale mnemonico, affermando invece la natura eccezionale della vicenda del dottorando. Lo scorso anno, con una virata ancor più a destra dell’esecutivo italiano e un razzismo di Stato che ormai rimava con il totale disinteresse per quanto avvenisse al di là delle frontiere nazionali, registravamo un rovesciamento nella logica dell’esemplarità: «non assist[evamo] più a un supplemento di attenzione per la situazione dei diritti umani in Egitto sulla scia dell’orrenda morte di un connazionale, ma a una obliterazione di quest’ultima in coerenza con il disinteresse che investe le vite (e le morti) di quanti si trovano al di fuori dei nostri confini».

Nel 2019 non ci sono stati grandi mutamenti da registrare in tal senso, né sul fronte della verità giudiziaria né su quello dell’interesse politico. A febbraio, il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, ospite a Radio Anch’io, affermava che gli inquirenti erano «arrivati al punto massimo che potevamo raggiungere in base alle prove a nostra disposizione», cioè all’iscrizione nel registro degli indagati di cinque ufficiali egiziani per il reato di sequestro di persona. A maggio, un funzionario dell’intelligence egiziana raccontava di aver preso parte al sequestro di Regeni e di averlo «colpito più volte al volto». Nel frattempo, il governo del Cairo continuava ad accreditare ipotesi che sappiamo essere nient’altro che depistaggi: in risposta, il 25 novembre, a quarantasei mesi dalla scomparsa, nasceva la piattaforma regenifiles.org, dove è possibile caricare testimonianze e informazioni nella tutela totale dell’anonimato.

Come ricostruito dai procuratori Sergio Colaiocco e Michele Prestipino in un’audizione parlamentare, la National security egiziana aveva stretto una ragnatela intorno a Regeni già dall’ottobre 2015, servendosi anche di alcuni suoi conoscenti, ed è responsabile della tortura, dell’omicidio e di almeno quattro tentativi di depistaggio. A fronte di una ricostruzione articolata, che si riverbera su una verità storica ormai sedimentata, l’iter processuale subisce il peso dell’assenza di accordi di cooperazione giudiziaria tra Italia ed Egitto e della mancanza di volontà della politica italiana di andare fino in fondo.

A marzo, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione con la quale «deplora che, in alcuni casi, la cooperazione investigativa e giudiziaria bilaterale [con i Paesi della regione del Medio Oriente e Nord Africa] sui casi di detenzione, violenza o morti di cittadini Ue sia stata inadeguata, come nel caso di Giulio Regeni». La stessa Ue aveva però completamente legittimato al-Sisi a livello internazionale durante il primo summit tra l’Unione e la Lega araba a Sharm-el-Sheik nel febbraio dello scorso anno: «Il summit è il messaggio», aveva commentato Jean-Claude Juncker. Ad aprile,  dopo un’audizione in un’aula di Montecitorio semivuota, veniva istituita in Italia la Commissione d’inchiesta sul caso Regeni su proposta di Erasmo Palazzotto (Leu), che ne è poi diventato presidente e ne ha convocato la prima riunione a dicembre 2019. Nel complesso, a parte alcune prese di posizione del Presidente della Camera Roberto Fico (che ha assunto l’onere dei rapporti istituzionali con la famiglia Regeni durante entrambi i governi Conte), l’Europarlamento, il Parlamento italiano e gli esecutivi susseguitisi si sono limitati a trarre vantaggio del passare del tempo, che ha progressivamente ridotto l’obbligo a manifestare un interesse quantomeno di facciata per la vicenda. 

Gli interessi economici che legano l’Italia all’Egitto riguardano invece, da sempre, anche l’industria militare. Stando allaventunesima relazione annuale Ue sull’import-export di armi, l’Italia ha venduto all’Egitto un valore di 66 milioni e 500mila euro in apparecchiature per la direzione del tiro, d’allarme e di allertamento progettate per uso militare e un ammontare di 2,6 in apparecchiature elettroniche, «veicoli spaziali» e loro componenti. Se è vero che nello stesso periodo la Francia ha esportato in Egitto 14 miliardi e 500 milioni di armi, i 69 milioni di import dall’Italia nel 2018 diventano una cifra record quando paragonati ai 7,4 milioni e 7,1 milioni dei due anni precedenti. Stando alla Relazione governativa sull’export italiano di armamenti, tra Paesi destinatari di licenze individuali di esportazione nel 2018 dopo Qatar, Pakistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti c’è proprio l’Egitto. A dicembre, durante una settimana di incontri d’affari bilaterali, l’ambasciatore Giampaolo Cantini – inviato in Egitto quasi di soppiatto, un quattordici agosto – ha incontrato il ministro della produzione bellica Mohamed al-Assar e ha «espresso il desiderio di aumentare gli investimenti italiani in Egitto incoraggiando le compagnie italiane a investire nel Paese». 

Gli scambi economici sono supportati da collaborazioni sul piano militare e dell’ordine pubblico: il progetto Itepa (International training center at the Egyptian police academy), finanziato dall’Unione europea e dall’Italia (1,8 milioni di euro tramite il fondo Isf II), ha permesso di istituire al Cairo, presso l’Accademia di polizia, un centro internazionale dove trecento funzionari di polizia e ufficiali di frontiera dei Paesi di origine e transito dei flussi migratori verso l’Europa hanno seguito corsi di formazione sul controllo e contrasto degli spostamenti umani, con la partnership di Frontex, Interpol, Europol, Unhcr, Iom e altri. A margine della conferenza di chiusura della prima fase del progetto, una dichiarazione del capo della Polizia Franco Gabrielli ha riassunto l’atteggiamento, insieme orientalista e squallidamente pragmatico, della politica italiana verso l’Egitto: 

Questo progetto ha discenti e docenti […] o non interloquiamo con questi Paesi oppure costruiamo un percorso, insegniamo tecniche che ovviamente non hanno nulla a che vedere con la tortura; […] più che una sorta di Aventino, che molto probabilmente consente di avere le coscienze più tranquille, nel mio lavoro c’è anche uno «sporcarsi le mani»: esportare la nostra cultura giuridica. Poi è chiaro che nessuno è così ingenuo da pensare che poi in questi paesi tutto sarà rose e fiori. 

Una cartografia politica della memoria

Se negli ultimi mesi la natura multidirezionale del ricordo della sorte di Giulio ha ricominciato flebilmente a riattivarsi è stato grazie agli attivisti egiziani, che nel settembre 2019 sono tornati a manifestare per la prima volta dal colpo di Stato del 2013, rilanciando alcuni slogan del 2011 come «Il popolo vuole abbattere il regime». Sono stati i venerdì della rabbia, lanciati da Mohamed Ali, un imprenditore emigrato che, come ricostruiva il manifesto, «per oltre quindici anni ha ricevuto commesse e appalti dall’esercito. Poi a un certo punto ha smesso di essere pagato e così ha deciso di partire in esilio volontario a Barcellona», da dove ha registrato i suoi video contro al-Sisi e la corruzione del regime, presto diventati virali. È proprio a seguito di questi sprazzi di rivolte che è partita l’operazione poliziesca che nell’ottobre scorso ha portato all’arresto di molte figure in vista della frastagliata opposizione ad al-Sisi. L’esemplarità si è fatta così molteplice: la cattura di attivisti quali Alaa Abdel Fatah ha contribuito a rendere nota la sorte analoga di migliaia di individui, tra cui persone che avevano collaborato a vario titolo con la famiglia Regeni. Di contro, il perdurare dello stallo dell’inchiesta sull’omicidio del ricercatore italiano ha spinto a rivolgere nuovamente lo sguardo sull’Egitto proprio in occasione delle recenti proteste. I rimandi non si fermano e si moltiplicano in direzioni ulteriori: così in un librouscito in questi giorni Paola Deffendi e Claudio Regeni riflettono sulla crudele ipocrisia del ritenere l’Egitto un «paese sicuro»: se non lo fosse, verrebbe meno anche la legittimità dei respingimenti dall’Italia di cittadini egiziani, compresi i testimoni degli ultimi giorni di Enukidze, che avevano scelto di raccontare la loro versione dei fatti pur consapevoli di aumentare il rischio del rimpatrio. 

Le portatrici e i portatori di tutte queste memorie (quella dei prigionieri politici egiziani, quella di Regeni, quella dell’uomo morto nel Cpr di Gradisca) non godono certo di una particolare influenza politica. Proprio per questo è più che mai necessario tracciare con attenzione le tante direttrici della cartografia mnemonica che lega queste storie e molte altre: sotto la minaccia dell’oblio di Stato, potranno sempre più sopravvivere e risultare comprensibili solo nell’insieme dei loro legami, nello specchiarsi le une nelle altre, nel mettere una momentanea maggiore visibilità al servizio di quelle che rimangono nell’ombra. 

*Franco Palazzi è graduate student in filosofia presso la New School for Social Research di New York e fellow del Robert L. Heilbroner Center for Capitalism Studies. Michela Pusterla è dottoranda in italianistica all’Università di Trieste.