Stasera, mentre bevevo rum al bar di suo figlio Mirko, ho saputo che il mio amico (e compagno) di tanti anni fa, Giovanni Fantoni, se n’è andato. Il 4 ottobre 2019, a 59 anni, un maledetto cancro se l’è portato via. Giovanni, operaio e frikkettone, era stato con noi “della Quarta” nella seconda metà degli anni ’70, prima di andarsene in India, Thailandia, Messico e chissà quali altri posti. Non era mai stato un militante “classico”. A lui piaceva fare a botte coi fascisti e con gli sbirri. Ma non chiedetegli di venire ad una riunione o di leggere un libro. Mi toccava spesso tenere a freno quel suo istinto ribelle. Come quando (sarà stato il ’76 o il ’77) i carabinieri ci fermarono in Piazza Vittoria mentre facevamo scritte (credo per la liberazione di Tiziano – il Biondo – e di Beppe, incarcerati per la vicenda delle molotov alla Bertolini occupata, ma non ne sono sicuro) e un carabiniere gli puntò la pistola alla tempia. E lui rideva, strafottente, col sottoscritto che cercava di fargli capire i rapporti di forza (militari, fisici, non politici), chiedendo al CC di qualificarsi….Altri tempi. Allora erano in molti a simpatizzare, magari senza mai aver saputo chi fosse Trotsky, per noi “quartini”. Eravamo giovani, estremisti (sì, nel senso che dava Lenin alla parola), militaristi, in cerca di scontro con fascisti, poliziotti, democristiani, stalinisti. Insomma con chiunque rappresentasse, ai nostri occhi, l’oppressore, il nemico della rivoluzione proletaria che sarebbe arrivata, prima o poi (più prima che poi, secondo le nostre aspettative). Avevamo, in un certo senso, anticipato di qualche mese la “moda” dell’autonomia operaia. Per cui, anche se eravamo quattro gatti (non avremmo mai accettato la “candidatura” di uno come Giovanni, che non sapeva nulla di marxismo e dei nostri “libri sacri”) ai cortei dell’estrema sinistra eravamo 100/150 dietro il nostro “glorioso” striscione, a urlare, per dispetto degli stalinisti, “Il proletariato non ha nazione, internazionalismo, rivoluzione“. Molti, forse la maggioranza, erano come Giovanni. Proletari dei quartieri operai (lui era della Badia-Mandolossa, dove c’era il collettivo di quartiere più numeroso di tutta Brescia, guidato da Graziano Fracassi), un mix di militante e frikkettone, che preferiva uno spinello a una riunione politica. Ma se c’era un corteo, un attacchinaggio, un volantinaggio, una possibilità di “menare le mani” col “nemico di classe”, era in prima fila. Pochi anni, poi la fuga verso Oriente. Non era di quelli che Brecht definiva gli “indispensabili”. Ma è stato uno dei “buoni”, che per un paio d’anni ha messo il suo granello per bloccare l’ingranaggio del sistema. E, da ribelle qual era, in un certo senso fedele alla sua (nostra) classe. Sapendo chiaramente chi era dall’altra parte, pronto ad affrontarlo, magari fisicamente. Ciao Giovanni, che la terra ti sia lieve.

Flavio Guidi