Nonostante la terribile situazione di guerra e repressione i giovani e lavoratori iracheni sono scesi in piazza a protestare contro la vergogna del governo corrotto e spartito tra gli amici dell‘Iran e degli Usa.

Incredibilmente l‘operazione di guerra non li ha ingannati.

“Non stiamo né con l’Iran né con gli Stati Uniti e il nostro slogan è ‘Stato’, nel senso che vogliamo recuperare la nostra piena sovranità”, spiega Mahwi, studente ventenne con un ciuffo scolpito dal gel, che da due mesi occupa assieme a centinaia di altri giovani un palazzo di dieci piani che affaccia sul Tigri. “Da troppo tempo, buona parte dei proventi del nostro petrolio finisce nelle casse della Repubblica iraniana e tutti i nostri ministri prima di essere nominati devono ottenere la benedizione di Teheran. E che cosa dire dell’ingerenza degli Stati Uniti che dopo aver invaso e distrutto il nostro Paese e ancora occupano la green zone nel cuore di Bagdad”.

E anche ieri decine di migliaia di persone hanno sfilato urlando “No all’America” e “No all’Iran”, colpevoli agli occhi dei manifestanti di aver scelto l’Iraq come teatro dello scontro. Era da settimane che nelle città irachene non scendeva tanta gente nelle piazze. E’ stato possibile grazie a una vasto appello lanciato nei giorni scorsi sui social per rilanciare il movimento di protesta nato lo scorso 1 ottobre. A Karbala, nella notte tra giovedì e venerdì, sono anche scoppiati violenti scontri tra la polizia e tra chi manifestava contro l’esecuzione di Soleimani e contro la rappresaglia iraniana.

Da cento giorni, gli iraniani denunciano la loro classe dirigente che accusano di essere “ladra e incompetente”. E da allora il Paese vive una grave crisi politica, con un governo incapace di nominare un nuovo premier al posto del dimissionario Adel Abdel Mahdi. Il movimento di rivolta è stato ferocemente represso dalle forze di sicurezza e dalle milizie sciite, che sparando sui manifestanti hanno già provocato più di 450 morti e 25mila feriti, molti dei quali rimarranno andicappati a vita. “Poi però le autorità si sono conto che dovevano cambiare strategia perché ogni volta che aprono il fuoco noi giovani offriamo il petto alle pallottole” dice ancora lo studente. “Né ci spaventa l’offensiva lanciata soprattutto dalle milizie di rapimenti, intimidazioni e omicidi degli attivisti del movimento», dice ancora lo studente.

I manifestanti chiedono anche che migliorino le condizioni di vita degli iracheni nel secondo Paese più ricco tra i produttori di petrolio (Opep) ma dove un giovane su quattro è disoccupato e un abitante su cinque vive sotto la soglia della povertà.