Gli Stati Uniti hanno rimproverato all’Unione Europea uno scarso impegno nella “lotta al terrorismo”. Che faccia tosta! Prima di tutto per l’arbitrarietà della definizione statunitense di chi sarebbe “terrorista”: qualcuno è messo all’indice solo perché avversario di Washington, mentre altri, come i fondatori di al Qaida, pur meritando la definizione, sono stati a lungo appoggiati e finanziati in funzione antisovietica dai più stretti alleati degli Stati Uniti. 

Inoltre il massimo di dissociazione riscontrabile tra gli amici e alleati europei è qualche blando accenno ai rischi che si possono correre per le possibili ritorsioni all’ennesima impresa assassina in terre lontane, senza che nessun governante abbia il coraggio di contestare la pretesa statunitense di intervenire in paesi su cui non ha nessun diritto, definendo quali sono i “terroristi” da sterminare e quali invece i “paesi amici” da proteggere e armare. Tanto più che gli Stati Uniti non sono soli a usare disinvoltamente il termine terrorista ma in buona compagnia, compresa la Cina che definisce tali i suoi uiguri…

Magari c’è un po’ di imbarazzo per la grossolanità con cui Trump ha rivendicato l’ennesimo assassinio mirato, ma nessuno lo esplicita. D’altra parte il passato coloniale più o meno recente di tutti i paesi europei, compresa l’Italia, viene rivendicato e riverniciato come generosa impresa umanitaria che giustificherebbe una specie di dovere permanente a esercitare una tutela. Lo hanno scritto un po’ tutti i grandi giornali italiani, rimproverando al nostro paese di aver rinunciato in Libia a questo ruolo che “la storia le avrebbe assegnato” lasciando dopo il 2011 spazio alla Francia, all’Egitto e alla Turchia… 

Ma dalla Libia nessun governo si è davvero ritirato, dato che restava sempre presente l’ENI, molto attiva nell’estrazione del petrolio e nella distribuzione di tangenti a varie fazioni, col risultato di essere stati più corresponsabili del caos libico di quanto i cittadini italiani sospettino. E d’altra parte l’ENI sa ben accordarsi anche con le concorrenti francesi o britanniche, con cui si spartisce gli affari in almeno tre continenti, compensando eventuali insufficienze della Farnesina.

Un’altra preoccupazione dei grandi mass media di casa nostra è la sorte dei contingenti militari presenti in ventiquattro paesi sempre per quegli “scopi umanitari” esaltati dal discorso di capodanno del presidente Mattarella, abbastanza numerosi per risultare visibili, non abbastanza per essere autosufficienti, e quindi inevitabilmente appoggiati sulle infrastrutture statunitensi, quasi fossero una variante dei famosi contractor.

Delle basi all’estero, le più pericolose sono oggi quelle in Libano, dove potrebbe deteriorarsi rapidamente il rapporto di relativa convivenza con gli hezbollah, ben radicati ma anche ipersensibili ai colpi sferrati ad altri sciiti, e soprattutto quelle in Iraq dove sono vicinissime a basi statunitensi, e dove è stata grande la ripercussione del crimine, che ha colpito anche iracheni e si è consumato in terra irachena senza – ovviamente – informarne il cosiddetto “governo”. Meno numerose ma pur sempre vicine a conflitti che appaiono incomprensibili al nostro personale militare, sono quelle in Africa, dove crescono e si moltiplicano veri gruppi terroristi

Una visita immediata del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, in nome di Mattarella ha partorito la pleonastica raccomandazione ai soldati di uscire poco dalle basi, che era scontata e di fatto praticata sistematicamente ogni volta che un nostro militare veniva sfiorato da un attentato. Ma sulla stampa si comincia a parlare apertamente di “piani di evacuazione”… D’altra parte, scartata la retorica autoconsolatoria, ci si può domandare a che serve spendere tanto per queste “missioni”, se devono servire soprattutto all’autoconservazione dei nostri militari? Tanto più se si annuncia che la NATO sospende l’addestramento di militari locali, che era il pretesto per il proseguimento della missione dopo la fase più propriamente bellica: a che titolo dunque si mantengono basi sul territorio iracheno? 

Ed è ridicola la polemica del governo italiano sul mancato coinvolgimento nel raid. Come si può portare a termine un’impresa banditesca come l’uccisione del generale iraniano preannunciandola ad alleati di scarsa credibilità e di scarsissima utilità come un “Giuseppi”, un Di Maio o un Guerini?

Ma il problema maggiore, che comincia appena ad essere percepito, è quello della pericolosità della presenza di molte basi NATO in Italia, tra cui quelle di Aviano e Ghedi sono già piene di una cinquantina di testate atomiche da anni e ora ne dovrebbero ospitare molte di più dopo lo svuotamento di Incirlik, divenuto insicuro politicamente per le ambigue relazioni tra la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin. Insieme alle basi siciliane sarebbero infatti tra i primi presumibili bersagli in caso di escalation dello scontro tra Iran e Stati Uniti.

Per questo tra i compiti prioritari della sinistra c’è una campagna sistematica contro l’imperialismo (non solo USA) e il suo principale strumento, la NATO, e non solo contro le spudorate rivendicazioni di Trump, che sono una novità solo per le clamorose ammissioni della pretesa impunità per qualsiasi crimine commesso. 

Si deve rimettere in campo una capacità di mobilitazione contro la guerra e di solidarietà internazionalista sulla base di rivendicazioni inequivocabili come:

RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DALL’ IRAQ!

USCITA DELL’ ITALIA DALLA NATO!

VIA LE POTENZE STRANIERE DALL’IRAQ E DA OGNI ALTRO STATO DELLA REGIONE!

AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO IRACHENO!

(a.m.)