“Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo”

Questa è la pietra dell’ultimo scandalo in ordine di tempo scoppiato nel nostro Paese perché oggetto di un tweet messo in linea giorni fa da Emanuele Castrucci, docente ordinario di filosofia del diritto all’università di Siena, una delle più prestigiose. Il fatto che questo messaggio fosse corredato da una fotografia che ritrae Adolf Hitler mentre rimira un paesaggio montuoso in compagnia di un cane, ha tratto molti nell’inganno di credere che quell’affermazione mostruosa fosse da addebitare al Fuhrer. Ma leggendola bene emerge qualcosa di più grave: quello è un pensiero “hitlerizzato” del Castrucci medesimo. Perché quelle cose Hitler non può averle dette, a meno che non le abbia pronunciate alla fine della guerra, magari nel bunker di Berlino poco prima di suicidarsi. Ma ciò è ben poco credibile, mentre è assai più credibile che Castrucci, nel tentativo di non incorrere in sanzioni disciplinari, abbia espresso il suo pensiero e affiancandolo a quell’immagine abbia voluto riferirsi agli ebrei e ai migranti.

Questo non diminuisce, ma al contrario aggrava tutta la faccenda. In maniera subdola, ma altrettanto efficace questo docente ribadisce vecchi stereotipi antisemiti, razzisti e xenofobi che nel nostro Paese sono tutto fuorché estranei.

D’altronde, lo stesso “caso Castrucci” è solo la punta di un iceberg di cui non vogliamo riconoscere le reali dimensioni e che vanno dal razzismo quotidiano contro i neri e i migranti fino all’antisemitismo di stampo classico come dimostrano i diversi episodi di cui è stata vittima la senatrice Liliana Segre, a cui è stato necessario dare una scorta perché evidentemente è in pericolo la sua stessa incolumità fisica.

Walter Barberis, docente di Storia Moderna all’università di Torino, in un recente libro dal titolo assai significativo Storia senza perdono, giustamente sostiene:

Se […] riteniamo […] che quella storia, per quanto eccezionale, sia ancora pericolosamente aperta, allora dobbiamo fare in modo che le testimonianze di quel tempo rimangano in una modalità «attiva»; concorrano, cioè, a rifornirci di una conoscenza e di una razionalità che ci consentano di mantenere vive le ragioni della democrazia contro ogni tentazione autoritaria, intollerante e razzista. Perché il punto è questo, e Levi lo diceva con chiarezza: la storia ci insegna che il nazionalismo e il razzismo, al fondo della loro pratica estrema, hanno avuto e hanno (corsivo mio, C.N.) il Lager, sempre e ovunque. (1)

Questa riflessione di Walter Barberis indica anche quanto poco nel nostro Paese ci siamo posti il problema di far restare quella memoria in “modalità ‘attiva’”. La questione del revisionismo storico e politico non è nuova, in Italia come altrove, infatti nel tentativo di arrivare ad una possibile pace sociale, si è cercato fin dagli anni ’90 del secolo scorso di edulcorare le contrapposizioni che avevano caratterizzato tutta la vicenda del secondo conflitto mondiale e prima di questo dell’ascesa del fascismo e del nazismo. Uno dei mezzi prescelti per cristallizzare quella memoria e quella esperienza tragica, esattamente in direzione opposta al necessario, è stato quello di “istituzionalizzare” quelle memorie, togliendo a queste ultime quella vitalità indispensabile perché diventassero e restassero materia viva.

Un altro strumento è stata la cosiddetta e presunta “memoria condivisa”, che come molto giustamente ha osservato Alessandro Barbero, è una sciocchezza colossale, perché la memoria e la storia sono cose diverse. Certo sono intrecciate, ma è assai pericoloso pensare, o far in modo, che la seconda sia dipendente dalla prima. Tutt’altra cosa è ricostruire gli eventi anche attraverso i racconti di coloro che li hanno vissuti. Questo è l’annoso e antico problema dell’uso delle fonti orali, che in un conflitto per definizione non possono essere coincidenti, ma non per questo non sono credibili, anche se sono inevitabilmente parziali, cioè hanno una prospettiva individuale. (2)

La riabilitazione delle pulsioni antidemocratiche si è valsa di uno strumento di eccezionale efficacia: la banalizzazione del dibattito storico e politico, che oggi semplicemente non esiste più, a nessun livello. Questo metodo è in parte stato voluto deliberatamente: con le diverse e sempre dannose riforme della scuola superiore e dell’università che le hanno di fatto svuotate del loro ruolo di ricerca e confronto; con la resa incondizionata della stampa e dell’editoria alla presunta orizzontalità della “rete”; l’imposizione dei tempi tipici della cosiddetta “rete” che in parole povere significano l’affastellarsi rapidissimo di notizie e presunte analisi, che vivono per un tempo brevissimo, ecc. Tutto questo ha fatto sì che gli “episodi” eclatanti (quelli che fanno notizia) vengano “gridati” separatamente, come fossero unici, facendo perdere la prospettiva delle cause che li collegano. In questo modo si spiega la moltiplicazione indecente di false notizie che spesso tengono banco per giorni, mentre in pochi ci si chiede come mai nell’era ipertecnologica ciò sia possibile. Infatti, logica vorrebbe che più si affinano gli strumenti di verifica e meno questo dovrebbe essere possibile. Mentre avviene il contrario per il buon motivo che ormai riflettere su ciò che si legge e ancor meno su ciò che si pensa, si scrive e si dice è un esercizio molto poco diffuso. Anzi, chi cerca di praticarlo è generalmente additato come un ostacolo al normale vortice folle della nostra vita quotidiana.

Il “caso Castrucci”, in definitiva è il risultato di tutto questo. Ma vi si deve aggiungere anche un ultimo elemento che non è un dettaglio: il disinteresse ormai ultradecennale e generalizzato per ciò che avviene fuori dai confini nazionali. Fino agli anni settanta e ottanta del secolo scorso, per fare un solo esempio, i direttori dei grandi giornali venivano scelti prevalentemente tra i giornalisti che avevano accumulato una buona esperienza come corrispondenti all’estero. Questo offriva la possibilità ai giornali di avere uno sguardo complessivo. Altrettanto, anche se ovviamente in termini diversi e con le caratteristiche proprie, è avvenuto in altri ambiti importanti: nell’editoria, nella formazione del pensiero e nella politica.

In quest’ultimo caso la cosa scandalosa è che, grazie all’impoverimento culturale generalizzato, l’attuale classe politica e dirigente può permettersi qualsiasi giravolta perché ormai la memoria delle persone non riesce a ritenere che gli episodi recenti, senza per altro riuscire a collegarli. Per questo motivo basilare, come ha segnalato l’ultimo rapporto del CENSIS, “il suicidio della politica”, come giustamente viene definito, porta a pulsioni antidemocratiche e all’allarmante dato che il 48% degli italiani vorrebbe un uomo forte al potere, senza legacci parlamentaristici e democratici. (3) Appunto che quel “mondo dominato dai mostri” evocato da Castrucci, che un nuovo Hitler potrebbe liberare…

In questo senso, temiamo che l’esortazione di Walter Barberis di far sì che le testimonianze su quello che fu il risultato dell’esistenza degli “uomini forti” tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, non saranno vitali se non accompagnate necessariamente dal loro inserimento all’interno di un contesto. Solo questo può portare ad identificare analogie e differenze tra i diversi periodi storici.

Come spesso accade, lo diceva anche Edward W. Said a proposito del conflitto israeliano-palestinese, solo i grandi artisti, letterati, registi, sono in grado di sintetizzare i grandi nodi storici. È il caso di un cortometraggio di Ettore Scola, uno dei più grandi registi e intellettuali italiani del secondo dopoguerra, dal titolo 1943-1997 (4) , in cui il grande regista in soli 8 minuti racconta la storia di un piccolo bambino ebreo che si salva dal rastrellamento nazista del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e riesce, dopo una fuga rocambolesca, inseguito dai soldati nazisti, a trovare rifugio in un cinema. L’ultima scena, mostra quel bambino salvato ormai anziano in un cinema che alla fine di quelle immagini che lo riguardano, commosso si volta e vede entrare un ragazzo adolescente, nero, che ansante dopo una lunga corsa si siede sperando che nessuno denunzi la sua presenza. La stessa speranza che lui ebbe quel giorno che si rifugiò nel cinema. Queste due vite che si ricollegano sono il fondo di tutto. Perché i metodi della persecuzione sono più o meno sempre simili a se stessi. Ma il punto fondamentale è che oggi assistiamo ad un fenomeno di de-alfabetizzazione culturale e politica che consente al razzismo di affermarsi anche in ambienti che tradizionalmente invece hanno rappresentato per molto tempo, seppure con le loro contraddizioni, il vero apparato degli anticorpi verso le pulsioni antidemocratiche.

La frattura tra mondo culturale, quello politico e il corpo sociale si è prodotta, senza che nessuno se ne accorgesse, sia in senso orizzontale che in senso verticale. Per cui oggi chi pensa perde tempo, chi fa politica guarda al pensare come ad una malattia pericolosissima e potenzialmente infettiva, chi lavora restringe sempre più i propri orizzonti. Tutto questo produce una percezione falsata delle inevitabili trasformazioni del mondo, anzi spesso queste vengono negate se non rientrano in canoni di preservazione di interessi specifici. Per tentare di sanare quella frattura, che oggi si impone come un compito prioritario, sarebbe necessario reinventare dei canali di comunicazione tra quei mondi. Un tempo questo ruolo lo svolgevano, bene o male, i partiti di massa, le organizzazioni sindacali e le associazioni culturali.

Si badi bene, questa non è un’invocazione nostalgica del passato, ma cercare una via d’uscita a situazioni che in questi primi vent’anni del XXI secolo hanno già creato dei mostri, che vengano dal passato oppure di “nuovo conio”, che stanno mietendo in molte parti del mondo milioni di sfollati, centinaia di migliaia di morti, la distruzione letterale di interi Paesi.

Oggi, seppure comprensibile quando viene invocato dai sopravvissuti al massacro degli anni ’40 come Liliana Segre, appare insufficiente, se non controproducente per alcuni versi, tutto l’agitarsi che si fa nel nostro Paese intorno alla questione dell’“odio in politica”. Occorre rimettere dei punti cardini che non possono essere superati, ma per far questo e non ricadere nella trappola delle sedicenti “memorie condivise” o delle “parole condivise”, è vitale uscire dalla genericità delle affermazioni e delle azioni.

Un esempio di questi giorni. Matteo Salvini ha osato dire in occasione della scomparsa di Piero Terracina, uno degli ultimi scampati ai campi di sterminio nazisti da dove fu l’unico a tornare della sua famiglia dopo il rastrellamento del 16 ottobre 1943 del ghetto di Roma, che la testimonianza di quell’uomo è stata fondamentale perché quegli orrori non si ripetessero. A nessun giornalista, tra quelli assiepati ad ascoltare questa enormità, è venuto in mente di dire che a un uomo come Matteo Salvini dovrebbe essere semplicemente impedito di parlare di queste cose perché è responsabile dei morti nel Mediterraneo, di essersi paragonato a Liliana Segre perché anche lui riceve minacce e insulti sui suoi profili sulla rete web, perché il suo partito politico e il suo bagaglio culturale, per quanto miserrimo, ha prodotto in questi anni un clima sociale e culturale che poi è sfociato nella tentata strage di Macerata, perché i decreti sicurezza che portano la sua firma sono di fatto delle leggi razziali e molto altro ancora. Ma per impedire a quest’uomo indegno e volgare di dire tali sconcezze, facendo sentire i suoi seguaci e accoliti legittimati, non c’è bisogno di una commissione parlamentare o di una legge che imponga la gentilezza, ma di tornare alla consapevolezza che come disse Carlo Levi “le parole sono pietre”, anche quando sono utilizzate ipocritamente; occorrerebbe una presa di coscienza generalizzata che facesse rivoltare noi tutti verso chi osa di giorno usare ipocritamente parole e prese di posizione “condivise” e di notte usare Anne Frank come un insulto verso l’avversario. 

Questo è un compito tanto necessario, quanto immane perché passa attraverso la rimessa in discussione di pratiche politiche e culturali che inseguono questi avversari al ribasso ed esclusivamente sul loro terreno.

Ancora più esplicitamente: quando la destra e l’estrema destra vengono messe nelle condizioni di smascherarsi non aderendo ai cori generali di indignazione verso certi episodi (come è accaduto con i distinguo sulla commissione Segre in parlamento), questo è un passo avanti e non viceversa. Se Matteo Salvini, Giorgia Meloni e compari dicono che non potranno far parte di quella commissione, si è fatta chiarezza.

Oggi è molto di moda indicare la chiarezza come “divisiva”, perché alla fine si tende comunque a cercare un presunto “terreno comune” in nome dei “comuni valori nazionali”. Questo è l’equivoco: chi ha un progetto di società giusta, equa e sostenibile non può avere un terreno comune con chi predica e pratica il razzismo, il colonialismo, invoca e mette in atto aggressioni militari (spesso mascherate da “missioni di pace”). Questo non significa aspirare ad una guerra civile permanente, ma, al contrario, comprendere fino in fondo che la confusione e la generica “inclusione” è oggi il mare torbido in cui pesca abbondantemente la destra e l’estrema destra.

19/12/2019

NOTE

1) Walter Barberis, Storia senza perdono, Einaudi, Torino, 2019, p. 37

2) Alessandro Barbero: https://www.youtube.com/watch?v=3g2Ej0QO5jE

3) Rapporto CENSIS 2019, cap. Il suicidio della politica italiana e le pulsioni antidemocratiche: http://www.censis.it/rapporto-annuale/il-furore-di-vivere-degli-italiani4) Ettore Scola,1943-1997: https://www.youtube.com/watch?v=ks8gqngvF_A

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