Chi ha paura delle sardine? Chiunque abbia partecipato a una delle 
loro mobilitazioni ha sicuramente percepito tre cose: una grande 
voglia di partecipazione (che fa seguito ad altre importanti 
mobilitazioni: molte di lavoratori, ma soprattutto quelle di Fridays 
for futuree Nonunadimeno); il rifiuto dei discorsi d’odio (ma anche 
delle prese in giro) che hanno dominato la scena politica e mediatica 
negli ultimi anni; la presenza, insieme, di giovani e anziani, 
lavoratori e studenti, donne e uomini. E anche di destra e sinistra? O 
di né di destra né di sinistra? Certo di molte persone che non hanno 
votato, non sanno per chi votare, ma che vorrebbero tornare a contare. 
Sicuramente antifasciste e antirazziste.

Per questo quelli di Casa Pound e, attraverso Casa Pound, Salvini, 
sentendosene assediati, hanno cercato di “sporcare” la manifestazione 
romana minacciando una loro presenza grazie all’ingenuità di uno dei 
suoi promotori. E qualche risultato – qualcuno che si è ritirato – 
probabilmente l’hanno ottenuto. E senza equipararle a Casa Pound, 
hanno concorso allo stesso effetto adesioni come quelle della 
fidanzata di Berlusconi o delle “madamine” siTav (già, che fine hanno 
fatto?) che di Salvini si erano servite, servendolo a loro volta, per 
riempire la loro piazza. Ma il piatto forte per “fare l’esame del 
sangue” alle sardine e prenderne le distanze è la favola di una 
macchinazione di Prodi e del PD per recuperare spazi perduti: che 
sembra trovare conferma in diverse prese di posizione, presenti e 
passate, di alcuni promotori: specie di Mattia Santori, che ha 
partecipato al comizio elettorale di Bonaccini e che in passato si è 
schierato per il sìal referendum costituzionale di Renzi e per il 
boicottaggio di quello contro le trivelle. Tutto vero; e di casi 
simili se ne troveranno altri cento. Ma si può identificare sentimenti 
e aspettative di piazze finalmente piene come queste con le idee di 
qualcuno dei loro promotori, che pochi conoscevano prima e molti non 
conoscono nemmeno ora? Per molti la “prova definitiva” è che lì non si 
vogliono le bandiere di partito né si può cantare Bandiera rossa. 
Proprio come nei cortei di Fridays for Futuree di Nonunadimeno. Ma 
tutte queste mobilitazioni, proprio perché l’orientamento partitico 
dei e delle partecipanti è sconosciuto, e in molti casi indeterminato, 
o parecchio disorientato, sono un terreno di confronto e – perché no? 
– di scontro tra idee e prospettive diverse, e in alcuni casi anche 
opposte, in competizione per un’egemonia non scontata; idee e 
prospettive che devono anche ridefinirsi e riqualificarsi alla luce 
dei problemi e delle incomprensioni che emergono nel contatto con 
persone che non si incontrano più da tempo, o che mai si sarebbero 
incontrate altrimenti. Questa è la grande occasione che le sardine 
offrono: smettere di parlarsi solo “tra noi”, tra quelle e quelli che 
già si frequentano o incontrano spesso e sanno tutto uno dell’altra; 
avere un pubblico con cui mettere alla prova la propria capacità di 
farsi capire e di capire gli altri, quelli che non si sa più, o non si 
sa ancora, che cosa pensino.

C’è chi si chiede perché sardine e Fridays for Futureo Nonunadimenonon 
si colleghino, riunendo le reciproche istanze in un movimento più 
generale attraverso i rispettivi comitati promotori. Perché no? Ma 
gran parte degli studenti e delle studentesse che partecipano ai 
cortei di Fridays for Future o Nonunadimenosono gli stessi e le stesse 
che vanno alle mobilitazioni delle sardine. E’ a quel livello che deve 
avvenire un vero incontro, con iniziative condivise nelle scuole, 
nelle Università, nei quartieri. Coinvolgere tutti nella lotta contro 
la crisi climatica e ambientale (e come evitare di farlo una volta che 
si conosca la realtà della catastrofe che incombe?) spazzerebbe ogni 
possibilità di schierarsi (e meno che mai mobilitarsi) per le Grandi 
opere, a partire dal Tav, pietra di paragone di tutta la politica 
nazionale.

Ma mancano i lavoratori. No, le mobilitazioni delle sardine ne sono 
piene. Il problema è ritrovarli nelle fabbriche e nelle aziende dove 
lavorano, nei quartieri dove vivono, nei bar che frequentano; e per 
questo bisogna andarli a cercare. Ma “a capo” delle sardine ci sono 
troppi “fighetti” benvestiti? A me non piacciono i confronti tra 
l’oggi e i movimenti di 50 anni fa: è un modo per far divorare i vivi 
dai morti. Ma è indubbio che questa critica ricalca quelle ripetute a 
iosa allora da chi si riteneva l’autentico rappresentante della classe 
operaia. Tranne ricredersi di li a poco; perché ciò che avrebbe poi 
permesso agli operai delle fabbriche di allora di farsi per qualche 
anno protagonisti della storia d’Italia con le loro lotte era stato 
smosso dalle mobilitazioni antiautoritarie degli studenti: un clima di 
libertà, di spirito antigerarchico ed egualitario, di ricerca di una 
strada nuova per cambiare se stessi e il mondo di cui tutte le donne e 
gli uomini coinvolti nelle lotte di allora avrebbero poi saputo 
beneficiare.