Un interessante articolo da Business Insider Italia, che mostra come il capitalismo finanziario si sta ponendo di fronte al cambiamento climatico.

Di Federico Del Prete

Venezia ha un piano anticrisi climatica? La risposta è sì. Serve a ottenere effetti concreti a medio termine?Quest’ultima è una risposta più difficile da dare.

Esposta com’è agli elementi, per Venezia si è da tempo pensato almeno a una protezione efficace dall’acqua alta. I primi ragionamenti coerenti su metodi per evitare gli allagamenti risalgono al Seicento. Un cambio di passo fu segnato dall’inondazione del 1966 (quasi due metri, come quest’anno), dalla quale scaturì, attraverso diversi passaggi, anche il tanto discusso MOSE (MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), che non è ancora operativo.

Il rischio per la città deriva anche dalla subsidenza delle fondazioni, oltre che dall’innalzamento del livello del mare.Venezia intanto sprofonda: oltre venti centimetri negli ultimi cento anni, e non si ferma. Il livello del mare tende invece a crescere per gli effetti del riscaldamento globale, sommandosi alla subsidenza. Dalla specificità propria dell’ambiente lagunare, l’acqua alta è così diventata l’ennesimo fenomeno attribuibile al clima. La causa è l’uomo e il suo rapporto con l’ambiente, scadente anche quando si tratta di quello urbano.

Se il totale delle precipitazioni in un dato territorio – o, nel caso di Venezia, anche dei ciclici allagamenti dovuti all’acqua alta – rimane entro limiti “normali” secondo le medie annuali, a peggiorare è l’effetto dirompente dei singoli episodi: dalle cosiddette “bombe d’acqua” alle alluvioni ed esondazioni che in pochi minuti fanno segnare i livelli propri di unità di tempo molto maggiori; così come per le isole di calore, le siccità, le temperature massime ormai fuori controllo e ogni altro fenomeno con il quale dovremo imparare a convivere.

Un ritardo storico

Molto spesso, le amministrazioni e i governi sono i primi responsabili: le strategie più audaci – e necessarie – sono infatti le ultime a essere adottate.

Per fare un esempio, la stessa Venezia è dal 2012 parte del circuito globale delle città che hanno intenzione di prendere coraggiosi provvedimenti per scongiurare gli effetti della crisi climaticaC40 Cities, iniziativa promossa da Bloomberg. In questo ambito, Venezia ha fatto alcuni dei passi condivisi con le altre città del gruppo, come la lettera di adesione al programma Deadline 2020 sulle emissioni climalteranti, ma la diatriba sul transito lagunare delle cosiddette Grandi Navi mostra sia l’esistenza di freni ben tirati nei confronti dell’innovazione, sia di slanci verso la sostenibilità che tendono però a rimanere sulla carta.

Secondo uno studio dell’associazione europea di ricerca Transport&Environment, le 141 navi da crociera che operano in Italia emettono quasi trenta volte più SOx (ossidi di zolfo), molto pericolosi per la salute delle persone e delle opere d’arte, di tutti e 38 i milioni di automobili circolanti nel nostro paese. Venezia è il porto più inquinato d’Italia, con importanti effetti climalteranti.

Lo stesso MOSE è un esempio di questo ritardo permanente: il suo essere ormai inadeguato – alla pressione eolica, ad esempio – si somma ai fondi per la manutenzione ordinaria dei canali e alla preparazione all’acqua alta che la grande opera ha drenato da venti anni a questa partepeggiorando la situazione e aumentando ulteriormente il divario tra la città e il suo centenario ritmo di pratiche sinergiche con l’ambiente lagunare.

Venezia è adesso di fronte all’ennesima sfida: in senso culturale, immaginare il futuro a partire da un passato che pochi sono ancora disposti a comprendere, vs. il suo presente da Disneyland del turismo, com’è stata definita. Da un punto di vista ambientale, il punto è invece trovare non solo soluzioni forti per scongiurare l’ennesimo disastro, ma che siano altrettanto sostenibili anche economicamente,soprattutto nel lungo periodo.

La gestione del rischio

La gestione economica della crisi climatica sembra essere la vera sfida che il tempo storico attuale ha lanciato alle comunità metropolitane, in modo tale da immaginare un vero e proprio ecosistema finanziario da tutelare, oltre a quello ambientale propriamente detto.

Così come i ritmi dell’ambiente, anche gli investimenti per la gestione del futuro delle città maturano su medio e lungo periodo, mentre gli eventi meteorologici estremi insistono ormai solo sul breve, mettendo istantaneamente in ginocchio intere economie e vanificando così gli investimenti, in un circolo vizioso apparentemente inarrestabile.

Il modello italiano, fatto di città dall’economia fragile e dense di patrimonio culturale, sempre più minacciate da eventi che non possono più essere considerati accidentali come un tempo, e il cui ristoro continua a gravare per intero sul bilancio dello stato e sui cittadini, è sicuramente una delle opzioni possibili per gestire il problema, anche se non sembra avere un futuro.

Anche dove non è il deficit pubblico a sostenere direttamente l’impatto della crisi ambientale, questa grava comunque sul futuro economico delle comunità. È il caso statunitense, dove le città possono erogare obbligazioni per sostenere i propri bilanci. Il collocamento passa però per istituti bancari e fondi di investimento, che hanno iniziato a mettere i primi paletti proprio per i rischi finanziari insiti nella crisi climatica. Come recuperare gli investimenti da città gettate improvvisamente sul lastrico da un evento meteorologico estremo?

Le città statunitensi si stanno attrezzando per contrastare l’aumento delle temperature e il rischio di inondazioni, sia iniziando a riflettere su come affrontare velocemente questo problema, sia prendendo i primi provvedimenti concreti. Secondo uno studio del Center for Environmental Sciencedella University of Maryland, entro il 2080 quasi nessuna città statunitense avrà mantenuto il suo clima attuale, assumendo piuttosto quello di una latitudine mediamente più vicina all’equatore di circa ottocento chilometri. L’aumento medio della temperatura nelle città del Nord America sarà di 5°C entro la fine del secolo.

Scritto in piccolo

Lo scenario è catastrofico, e Venezia rischia di diventare solo uno dei tanti tasselli – sicuramente il più elegante – del più ampio fenomeno globale. Le città costiere statunitensi si allagano ormai anche se non piove o c’è la marea, e i dati scientifici escono per la prima volta dall’ambito accademico per entrare nella divulgazione.

“Dobbiamo costruire banche per le sementi, una archivio globale per il futuro, e dobbiamo spostare le centrali elettriche per garantire una società che continui a funzionare,” ha detto al The Guardian Elizabeth Rush, giovane giornalista autrice di Rising. Dispatches from the new american shore (Sta salendo: messaggi dalla nuova linea di costa americana), un successo editoriale del 2018.

Catastrofismo? Se a proposito di banche delle sementi ci si è da tempo portati avanti, non c’è come il termometro finanziario per misurare se un determinato equilibrio socioeconomico sia a rischio oppure no.

I cosiddetti muni bonds, le obbligazioni municipali emesse per finanziare i bilanci delle città, iniziano a contenere clausole fine print, ovvero “scritte in piccolo”, come ha titolato Bloomberg Businessweek in un suo recente resoconto. La divisione news della multinazionale statunitense ha analizzato più di una decina di questionari per la diligenza dovuta (due diligence) preparate da banche o consigli finanziari e rivolti a comuni costieri della Florida, e oltre quaranta prospetti informativi rivolti a potenziali investitori obbligazionari.

La metà di questo materiale conteneva citazioni del rischio correlato al passaggio di uragani o agli effetti del riscaldamento globale in genere. Le parti relative a questo tipo di rischio sono state compilate sia dagli avvocati degli istituti bancari sia da apposite commissioni di trasparenza ingaggiate dalle municipalità per preparare le transazioni.

La città di Jacksonville, la più grande della Florida, si è vista ad esempio chiedere se, a fronte di un previsto collocamento di 197 milioni di dollari di obbligazioni, stesse provvedendo a progetti di resilienza contro i rischi collegati agli uragani. Secondo BlackRock, Inc., il maggiore gestore mondiale di patrimoni, più del 15% del debito del S&P National Municipal Bond Index proverrà da regioni a rischio di perdite da crisi climatica.

BlackRock ha sviluppato un modello informatico che usa i dati climatici per analizzare il rischio di danni legati ad alluvioni e uragani, oltre che a incendi e arsure. I cambiamenti climatici minacciano in modo evidente non solo il benessere delle comunità, ma anche la redditività dei vari portafogli finanziari.

La buona notizia è che le obbligazioni possono avere maggior successo se indirizzano il loro potenziale di investimento proprio alla resilienza nei confronti del clima alterato. A Miami Beach, per esempio, si è proposto che un quarto del collocamento di 439 milioni di dollari andasse in provvedimenti diretti a mitigare l’effetto della crisi climatica.

Un giro di boa

La cattiva notizia è che il conto alla rovescia del prossimo evento meteorologico estremo continua a girare, in parallelo alla scadenza – a lungo termine – delle obbligazioni che finanziano le contromisure.

Secondo uno studio della Union of Concerned Scientists (UCS), le comunità costiere degli Stati Uniti rischiano di perdere un valore pari a 120 miliardi di dollari solo per ciò che riguarda le residenze costiere. Così come per i massicci fenomeni dovuti alla siccità nelle aree subsahariane e mediterranee, potrebbe innescarsi un non trascurabile movimento migratorio anche in aree socioculturali dalle quali non ce lo si aspetterebbe, come i ricchi Stati Uniti.

Eppure, in un futuro non troppo remoto, i residenti costieri di città come Atlantic City e Miami potrebbero vedersi costretti ad abbandonare le proprietà per le quali stanno pagando un mutuo trentennale. Iniziano già a comparire siti web interattivi come quello generato da UCS, che ha incrociato i dati climatici con quelli immobiliari, identificando le aree a rischio e le probabilità di perdita del bene.

La corsa all’asciutto degli statunitensi, con conseguente dotazione di strumenti sia analitici sia finanziari per affrontare il cambiamento, può essere presa in considerazione un po’ ovunque. Non servono appelli o recriminazioni: il futuro è fatto di decisioni da prendere, investimenti da collocare, azioni da intraprendere: con i dovuti distinguo, ciò che è oggi ritenuto utile per Miami può valere anche per Venezia.