di Cinzia Nachira

La decisione dell’amministrazione statunitense, annunciata da Mike Pompeo, di riconoscere la “compatibilità” delle colonie israeliane in Cisgiordania con il diritto internazionale indigna, ma non sorprende. Evidentemente è la chiusura di un percorso che rispecchia il progetto di fondo dello Stato di Israele fin dalla sua proclamazione nel 1948 e che oggi trova “degna” soluzione.

Mai nel cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese gli Stati Uniti (come d’altronde tutti gli altri Paesi occidentali, sia come espressione di organismi collegiali – Unione Europea, Onu, NATO, ecc.; sia singolarmente) – hanno in realtà avuto un approccio diplomatico veramente onesto e super partes. Le innumerevoli aggressioni militari di Israele contro i palestinesi: le espropriazioni, le espulsioni di massa – a partire da quella tra il 1947 e il 1949 (la Nakba palestinese) che consentì la creazione dello Stato di Israele – fino alle più recenti contro la Striscia di Gaza, la più grande prigione a cielo aperto del mondo, non sono mai state oggetto di vero scandalo internazionale.

Con l’alibi del “conflitto”, che presuppone la presenza di due parti che si fanno la guerra, non si è mai posto il vero e unico problema, appunto la colonizzazione israeliana della Cisgiordania, della Striscia di Gaza, di Gerusalemme Est e del Golan siriano. Negli ultimi due anni l’amministrazione Trump ha già riconosciuto Gerusalemme capitale unica dello Stato di Israele e la sovranità israeliana sulle alture del Golan ed ora si chiude il cerchio: riconoscere le colonie israeliane in Cisgiordania come “insediamenti civili”.

Mike Pompeo ha affermato che dichiarare incompatibili le colonie israeliane (che tutto sono che insediamenti civili) non ha fatto fare passi in avanti al negoziato per la soluzione del “conflitto”. Peccato ometta di dire che il diritto internazionale è stato ignorato e calpestato in primis proprio dagli Stati Uniti e non solo in Palestina e che in questo caso specifico proprio i veti statunitensi all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno sempre impedito che il diritto internazionale fosse mai imposto ad Israele.

La scelta dell’amministrazione Trump in questo momento di uscire così tanto allo scoperto è parte sicuramente della politica provocatoria che fin dall’inizio del suo insediamento porta avanti, ma allo stesso tempo è un passo inevitabile nella volontà esplicita di abbandonare il ruolo di protagonista nel ginepraio mediorientale, dove proprio le politiche dissennate dell’Occidente tutto – guidato però dagli Stati Uniti a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso – hanno gettato le basi del caos sanguinoso in cui ha vissuto quella regione. D’altronde, per quanto confusa sia la politica statunitense degli ultimi tre anni, è chiaro che questo decisivo passo può solo significare che gli USA scelgono di trarsi d’impaccio dalla regione mantenendo salde solo le alleanze storiche e strategiche nella regione, ossia quella con i Paesi del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita e quella con Israele.

Non è un mistero infatti che proprio Mohammed Bin Salman, erede al trono saudita, ormai da tempo lavora ad una resa incondizionata e definitiva delle leadership palestinesi ai diktat israeliani, in modo da poter “normalizzare” i rapporti tra i Paesi arabi e Israele, per poter avere due risultati con un unico sforzo: cancellare la “questione palestinese” e trovare in Israele un utile alleato contro l’Iran. Il vero nemico.

In Israele, ovviamente la destra, tutta unita – estrema e moderata –, plaude alle parole di Pompeo. Benyamin Netanyahu però plaude tre volte di più: perché questa decisione degli USA metterà in grande difficoltà il suo diretto avversario Benny Gantz, incaricato di formare un nuovo governo e il cui tentativo scadrà oggi, dopo che lui stesso ha fallito per ben tre volte. Gantz, che fa finta di essere moderato, vorrebbe appoggiarsi anche alle liste arabe elette nella Knesset, che però certamente non potranno svendersi fino al punto di essere complici dell’annessione di gran parte della Cisgiordania. Sarebbe il loro suicidio politico definitivo.

Il secondo motivo per cui Netanyahu festeggerà per la sortita di Pompeo è che ora forte della “mano tesa” potrà convincere i suoi potenziali alleati di estrema destra, prima di tutto Avigdor Lieberman, dimostrando che il suo obiettivo di annettere le colonie in Cisgiordania non era solo uno slogan elettorale. Ma una realtà raggiungibile.

In ultimo, ma non per importanza, può far passare in secondo piano le sue vicende giudiziarie che ne stanno accelerando la fine politica. In caso di nuove elezioni politiche anticipate Netanyahu spera di vincere e quindi poter sfruttare l’impunità che questo gli offrirebbe.

Non è un mistero che dalla elezione alla Casa Bianca di Donald Trump i rapporti tra Stati Uniti e almeno una parte dei Paesi che fanno parte dell’Unione Europea non siano idilliaci. Riguardo ad Israele l’Unione Europea ha sempre tenuto un atteggiamento almeno apparentemente non del tutto appiattito a favore di Israele. Infatti, è di pochi giorni fa la decisione di imporre l’etichettatura delle merci prodotte nelle colonie israeliane come tali e non come israeliane, cosa che ne agevola il riconoscimento e quindi anche da parte dei consumatori eventualmente la scelta di non comprarle. Questa decisione ha fatto molto scalpore in Israele scatenando le critiche verso l’Europa.

Dopo l’annuncio di Mike Pompeo l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini, ha ribadito che la posizione della Unione Europea rimane ancorata alla formula “due popoli, due Stati” e alla tradizionale “equidistanza” (che tale non è mai stata nei fatti).

Ovviamente, le vittime di tutto questo, i palestinesi e le due leadership, quella dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e quella di Hamas nella Striscia di Gaza, ostaggi della loro stessa concorrenza, hanno fatto le stesse stanche dichiarazioni di rito. Anzi, come l’ANP in buona sostanza si volta dall’altra parte quando viene attaccata la Striscia di Gaza, ora Hamas non ha quasi nulla da dire su ciò che potrebbe aprire la strada alla definitiva annessione di buona parte della Cisgiordania; dando man forte alla realizzazione del progetto israeliano di dividere definitivamente i palestinesi.

Ciò che ora si delinea, se il progetto di annessione non verrà fermato, sarà una nuova fase di espulsione di massa. Perché una cosa è chiara: Israele non potrà inglobare al suo interno, per quanto facendone dei cittadini di serie B, 2.953.943 (secondo una stima del 2018) di palestinesi. Già da molti anni la stessa Cisgiordania è di fatto divisa, grazie al Muro di separazione unilaterale in diverse zone tra loro non comunicanti. Per cui se nessuno e niente fermerà il progetto israeliano i palestinesi saranno costretti a scegliere un’ennesima volta la via dell’esilio di massa, ma questa volta senza neanche la speranza di poter lottare altrove per la propria autodeterminazione. 

Questa è la sostanza del presunto “accordo del secolo” sbandierato dai cialtroni della Casa Bianca: la resa incondizionata di un popolo alle pretese e alla protervia del proprio assassino. Non vi è nessun piano, ma solo l’abile sfruttamento di un momento storico in cui diversi Paesi arabi, sia nell’Ovest che nell’Est della regione, sono attraversati da rivolte che ne stanno ridisegnando il volto politico. Ma forse è proprio questo è l’errore di calcolo commesso da Israele, dagli Stati Uniti e dai loro alleati a livello internazionale regionale.

Le rivolte del 2011 nel mondo arabo hanno visto i palestinesi ai margini di quell’esperienza. Il motivo di questo non era, come volevano gli imbecilli nostrani, il frutto del fatto che le rivolte arabe, quando uscivano dai loro canoni di apprezzamento, fossero frutto di complotti, ma perché ogni Paese (palestinesi compresi) aveva le proprie priorità. Anche se, come in Egitto e in Siria, molti movimenti che sono stati alla base della destituzione dei dittatori sono figli di esperienze nate esattamente in solidarietà con la Palestina.

Le rivolte arabe nel 2019 sono ricomparse e con altrettanta forza e determinazione, proprio in alcuni Paesi (dal Sudan fino all’Algeria, passando dal Libano e l’Iraq) che nel 2011 erano solo stati sfiorati dall’ondata di sollevazioni. In più, le rivolte che da settimane stanno rianimando quei Paesi sono molto meno “particolari” delle precedenti. Non è vero, come pensano gli stolti, che quei popoli non hanno memoria del passato recente.

Infatti, le differenze religiose ed inter etniche che hanno favorito il ripresentarsi, sotto nuove vesti, dei vecchi regimi, o la loro sopravvivenza, nelle nuove rivolte sono superate e perfino rifiutate. Il fatto che la nuova ondata di sollevazioni abbia come elemento comune la denuncia della corruzione e dei livelli intollerabili di povertà, precarietà economica, sociale politica, è esattamente il segnale che l’inganno è stato smascherato.

Né la Cisgiordania, né la Striscia di Gaza fanno eccezione in questo quadro. Perché anche in questi casi la corruzione come la povertà sono dilaganti. In una recente intervista Gilbert Achcar ha osservato:

Il modo migliore per essere solidali con una rivolta in un altro Paese è farla nel proprio. Questo è ovviamente il miglior sostegno. La diffusione internazionale di sollevazioni e rivolte crea una dinamica che avvantaggia tutti. (1)

I libanesi, gli iracheni, gli algerini e prima di loro i sudanesi, ed oggi anche gli iraniani, uomini e donne, giovani e meno giovani, stanno indicando qual è la sola strada percorribile perché questa ennesima e dolorosissima sconfitta per il popolo palestinese, in tutte le sue componenti, non sia il trionfo di una follia che nel medio e lungo periodo si trasformerà in una trappola mortale per tutti e tutte, israeliani compresi.

Cinzia Nachira

19 novembre 2019

Note

1) In  http://rproject.it/2019/11/nessuna-primavera-ma-una-rivoluzione-a-lungo-termine/