5c507fc7-4f5f-4aad-9965-30427c77355e_large “L’Inghilterra, la metropoli del capitale, la potenza che fino ad oggi ha dominato il mercato mondiale, è attualmente il paese più importante per la rivoluzione degli operai, ed inoltre l’unico paese nel quale le condizioni materiali per questa rivoluzione hanno ricevuto un certo grado di maturità. Conseguentemente lo scopo più importante dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori è di affrettare la rivoluzione sociale in Inghilterra. L’unico mezzo per affrettarla è rendere l’Irlanda indipendente. È quindi compito dell’Internazionale ovunque mettere in evidenza il conflitto fra l’Inghilterra e l’Irlanda, ed ovunque mettersi dalla parte dell’Irlanda. È compito speciale del Consiglio Centrale in Londra far comprendere agli operai inglesi che per essi l’emancipazione nazionale dell’Irlanda non è una questione di giustizia astratta o di sentimento umanitario, ma la prima condizione della loro medesima emancipazione.”     Karl Marx

Leggendo le notizie provenienti sulle recentissime elezioni nello stato sionista (da pochi mesi ufficialmente “stato ebraico” a tutti gli effetti), non ho potuto evitare di pensare agli scritti di Marx sulla questione irlandese. In essi, tra le altre importanti riflessioni, emerge una preoccupazione per le sorti della classe operaia inglese, in un certo senso “complice” dello sfruttamento coloniale dell’Irlanda del XIX secolo. E un proletariato acciecato dal nazionalismo imperialista, oppressore di altri popoli, privo quindi di coscienza internazionalista (elemento basilare di ogni progetto socialista degno di questo nome), non può che ridursi ad essere il servo sciocco della “propria” borghesia. Se valutiamo la progressiva involuzione reazionaria dello stato israeliano, aggravatasi ulteriormente negli ultimi vent’anni, non possiamo non essere presi dallo sconforto. Nato nel 1947-48 sotto l’egida della “sinistra” sionista (i Ben Gurion, Golda Meir, ecc.) che si illudeva di coniugare nazionalismo “etnico-religioso” e un certo progressismo sociale e politico (calpestando i diritti fondamentali di una popolazione percepita come “arretrata” e quindi reazionaria, i “beduini” e i contadini palestinesi) lo stato d’Israele ha subito un continuo slittamento a destra, da tutti i punti di vista. Se per un trentennio l’egemonia è rimasta saldamente in mano ai “laburisti” (con una forza non indifferente a chi si opponeva da sinistra alle loro politiche, sia da un punto di vista di una specie di “sionismo socialista”, sia da quello di un antisionismo più o meno radicale), a partire dal 1977, anno della prima vittoria della destra sionista, guidata allora da Begin (una “rivoluzione”, la definirono i media israeliani), il quadro politico è più o meno progressivamente diventato sempre più tetro. Se ancora negli anni ’80 e ’90 lo scontro interno all’establishment sionista era tra “sinistra” e destra (ma con l’emergere, per la prima volta, di correnti di estrema destra apertamente razziste), negli ultimi vent’anni si assiste alla progressiva emarginazione di tutto ciò che “puzza” di sinistra, riducendosi il tutto ad uno scontro tra una destra “dura” ed una (definita spesso “centro”) un po’ meno apertamente razzista. Alle elezioni di martedì scorso le forze cosiddette “di sinistra” (sempre meno caratterizzabili in questo modo, a mio parere) hanno ottenuto circa un terzo dei voti (con ulteriore riduzione della forza elettorale delle componenti più progressiste), che è ormai, a quanto pare, il tetto massimo degli ultimi due decenni. I due terzi se li spartiscono le varie componenti della destra sciovinista, più o meno estrema, come accade dal 1999. Persino gli scandali, i furti, la corruzione manifesta degli esponenti della destra (Netanyahu in testa) non scalfiscono l’egemonia delle forze più retrive nella società israeliana. In questo, purtroppo, Israele non è “controcorrente”: il vento di destra che soffia un po’ ovunque, soffia impetuosamente anche tra il Mar Morto e il Mediterraneo. Anzi, lo stato sionista ha anticipato questa tendenza, consolidandola. Si tratta, mutatis mutandis, dello stesso veleno che intossica le nostre società: qui i “nemici” sarebbero gli immigrati, i rom (e magari…gli ebrei!), là sono i palestinesi (e gli arabi in generale). Per chi, come me, ha sempre provato una grande ammirazione per la cultura ebraica “cosmopolita”, per “l’ebreo errante” privo di patria, constatare la morte di QUESTO ebraismo (così ricco di contributi in tutti i campi della cultura umana) è fonte di profonda amarezza. Un grande “popolo oppresso”, vivaio di ribelli, rivoluzionari, artisti, filosofi, scienziati, ridotto ad una “nazionucola” di rancorosi sciovinisti patriottardi. Vale sempre il vecchio refrain: un popolo che ne opprime un altro non sarà mai un popolo libero.

F.G.

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